Thursday, August 24, 2017

Dopo la strage di Barcellona: come proteggersi

CONTRO I TERRORISTI ISLAMICI, NON RESTA CHE AFFIDARCI AI JERSEY
di Mauro Suttora
Oggi, 24 agosto 2017
La nuova parola d’ordine è: Jersey. Sono quei blocchi di cemento che vengono piazzati come spartitraffico temporanei durante i lavori stradali. E che adesso proteggono tutti i siti a rischio d’Italia: da piazza Duomo a Milano, ai Fori imperiali di Roma. Attenzione: «Jersey», e non «New Jersey», anche se proprio da quello stato americano hanno preso il nome, quando apparvero negli anni 50 sull’autostrada locale, la Turnpike da New York a Filadelfia.
Se la rambla di Barcellona fosse stata protette dai jersey, il furgoncino dei terroristi non sarebbe passato. Idem per il mercatino del Natale 2016 a Berlino, o per la Promenade des Anglais a Nizza. «Ma almeno rendiamo queste nuove barriere piacevoli alla vista, riempendole di terra e piantandoci siepi, fiori e alberi», propone l’architetto Stefano Boeri, autore del Bosco verticale a Milano.
L’Italia è nel mirino dei fanatici islamisti? Inutile illudersi: sì. «Nessun Paese è al riparo», avverte il premier Paolo Gentiloni. Anche se i proclami online del califfato Isis «Arriveremo a Roma» li sentiamo dal 2015, quando il Giubileo fece scattare il primo piano antiterrorismo a Roma. Che seguiva quello di Milano, per l’Expo. Le buone notizie non fanno notizia, ma rendiamo merito ai nostri ministri degli Interni (Angelino Alfano, Marco Minniti) e alle forze dell’ordine se l’Italia è rimasta immune da attentati.
Ora si apre il capitolo moschee. «Il nostro livello di allerta resta altissimo», assicura Alfano. Ma l’accordo con le comunità islamiche per permettere solo sermoni in italiano deve ancora essere applicato. E comunque non è decisivo: l’imam che ha fanatizzato i 12 giovani terroristi di Barcellona lo ha fatto fuori dalla moschea nel suo paese sotto i Pirenei. 
Le carceri, scuole Isis
L’altro grande brodo di coltura degli islamisti sono le prigioni. Si stima che nelle nostre carceri ci siano 400 soggetti a rischio indottrinamento, e 40 pronti a indottrinarli.
Una soluzione sarebbe l’espulsione (già applicata a 150 immigrati che hanno inneggiato alla Guerra santa in questi anni), ma forse è meglio tenerli dentro e controllarli con microspie.

«La prevenzione si fa con i soldati agli angoli delle strade, ma soprattutto con l’intelligence», spiega il capo della polizia Franco Gabrielli. Per esempio facendo studiare l’arabo ai nostri 007. O costringendo alla trasparenza Telegram, il servizio di messaggi più segreto di Whatsapp, quindi utilizzato dai terroristi.
Infine, i Foreign fighters. Cioè gli islamisti, italiani o arabi, partiti dall’Italia per combattere con l’Isis in Siria e Iraq. Se tornano lì si potrebbe internare come criminali di guerra, come ha proposto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Rischiamo una nuova Guantanamo, carcere senza processi? Può darsi, ma i reduci hanno già dimostrato la loro pericolosità semplicemente arruolandosi.
Mauro Suttora

Thursday, August 17, 2017

Le valute locali regionali

NIENTE SESTERZI, PER ORA, A ROMA. MA LE VALUTE COMPLEMENTARI SONO REALTA’ GIA' IN VARIE REGIONI. A PARTIRE DALLA SARDEGNA. IL PIONIERE FU IL PROFESSOR GIACINTO AURITI, 17 ANNI FA IN ABRUZZO
di Mauro Suttora
Oggi, 17 agosto 2017

Non si chiamerà “sesterzio” la nuova moneta complementare di Roma, ma la città guidata dai grillini vuole affiancare all’euro un sistema di pagamento autonomo. Il Movimento 5 stelle, infatti, è critico nei confronti della valuta europea, e cerca di trovare alternative che diano fiato all’economia locale.
Qualche settimana fa abbiamo scritto scherzosamente che questa moneta parallela potrebbe prendere il nome dalla celebre moneta simbolo di Roma antica. L’ufficio stampa della sindaca Virginia Raggi ci scrive che la «presunta proposta della Sindaca di Roma («il ripristino del sesterzio, antica moneta romana») non è mai stata avanzata dalla sindaca Raggi e pertanto l’affermazione è destituita di qualunque fondamento». Ne prendiamo atto.
Eppure qualcosa è allo studio. Ha detto per esempio l’assessore al Bilancio di Roma Andrea Mazzillo: «Stiamo studiando, all’interno del progetto “Fabbrica Roma”, l’introduzione di una moneta complementare per favorire le economie locali attraverso lo scambio di servizi tra aziende».
La valuta complementare non è una bizzarria. Molti antieuro, dai leghisti a Fratelli d’Italia, la stanno studiando. E perfino Silvio Berlusconi l’ha ipotizzata come moneta nazionale, sotto il controllo della Banca d’Italia: un ritorno alla lira, accanto all’euro.
Infine, fu proprio Beppe Grillo a solidarizzare con l’eccentrico professore Giacinto Auriti che, in polemica con il «signoraggio» a suo avviso praticato dalla Banca d’Italia, nell’estate del 2000 convinse decine di negozianti del suo paese, Guardiagrele (Chieti), a farsi pagare in Simec (Simbolo econometrico). Dopo venti giorni la Guardia di Finanza sequestrò l’invenzione del professor Auriti. Poi un giudice gli diede ragione e dissequestrò i Simec, ma ormai i cittadini di Guardiagrele si erano messi paura.
Oggi che i bitcoin sono accettati in tutto il mondo come mezzo di pagamento elettronico, è più facile sfidare il monopolio delle valute ufficiali. Così da dieci anni a Napoli, Firenze e Pistoia molti esercizi commerciali adottano per i propri scambi reciproci lo “scec” («sconto che cammina»), una specie di baratto legalizzato. Ed esistono il Sardex, il Liberex, il Samex, il Marchex, il Valdex (riquadro sopra).
I vantaggi? «Permettere a privati e aziende di scambiarsi beni elettronicamente, basandosi sulla fiducia di appartenere allo stesso territorio e compensando debiti e crediti. Così la liquidità gira più veloce», spiegano da Serramanna (Vs) i fondatori di Sardex. 
Nomi più attraenti
Certo che, se invece di queste fredde e tecnocratiche locuzioni, si ripristinassero i gloriosi nomi delle monete italiane pre-lira (riquadro qui accanto), forse le valute complementari locali risulterebbero più attraenti.
Come il sesterzio, che durò più di mezzo millennio e accompagnò lo splendore dell’impero romano.
Mauro Suttora

Sunday, August 13, 2017

Radicali: Spadaccia media fra Bonino e pannelliani

di Mauro Suttora

Libero, 13 agosto 2017


Cosa faranno i radicali alle politiche? Accreditati di un 2%, possono risultare preziosi sia per Renzi che per Berlusconi.

Emma Bonino si sta muovendo con Marco Cappato e il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova per una lista Forza Europa, che potrebbe attrarre Mario Monti e altri centristi laici come il ministro Calenda. 
A seconda della legge elettorale, si presenteranno soli, apparentati al Pd, o contratteranno posti nella lista Pd come nel 2008.

Ma da due anni i radicali sono spaccati. La rottura fra la Bonino e Marco Pannella si è estesa dopo la morte di quest'ultimo nel maggio 2016 a tutti i boniniani e pannelliani: da una parte l'ex ministra degli Esteri, Gianfranco Spadaccia, Cappato, Mario Staderini, Roberto Cicciomessere; dall'altra Maurizio Turco, Rita Bernardini e Sergio D'Elia.


Questi ultimi controllano il Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito), la cui lunghezza del nome è inversamente proporzionale al numero degli iscritti: se non arriveranno a 3mila entro la fine dell'anno, hanno deciso di sciogliersi.


I boniniani invece sono riuniti in Radicali italiani (segretario Riccardo Magi), che hanno appena compiuto l'exploit di raccogliere 30mila firme per un referendum che mette in gran difficoltà la sindaca grillina di Roma Virginia Raggi: togliere all'Atac il monopolio del trasporto pubblico nella capitale.

Cappato guida l'Associazione Coscioni per l'eutanasia e la libertà della scienza. E la buonista Bonino è attiva soprattutto nella campagna pro-immigrati Ero Straniero.

Anche i transnazionali macinano politica: hanno appena concluso una Carovana di mezzo mese in Sicilia per i loro tradizionali obiettivi sulla giustizia: amnistia, indulto, no all'ergastolo, separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti.

Un garantismo che in teoria potrebbe avvicinarli al centrodestra. Ma loro negano qualsiasi prospettiva elettorale.

Ora qualcuno cerca un rammendo fra le due fazioni. Spadaccia, 82 anni, grande vecchio radicale (ex segretario e parlamentare, per decenni braccio destro di Pannella), ha mandato una lettera a Turco & co. annunciando la propria iscrizione (200 euro annui), ma chiedendo l'apertura di un dibattito interno e spazi su radio radicale: "Quali obiettivi ci diamo di fronte alla crisi della democrazia liberale e dello stato di diritto, il dissolvimento dell'Unione Europea e il travolgimento dei diritti umani?"


Con Spadaccia, tendono la mano ai separati in casa una trentina di boniniani. E sul fronte opposto, l'altro grande vecchio radicale Angiolo Bandinelli, 90 anni, ha già rotto con l'estremismo antiboniniano di dirigenti come Turco e Valter Vecellio (la Bernardini è più possibilista).


Sullo sfondo c'è la partita per Radio radicale, che finora è rimasta neutrale dando spazio a tutti, ma che Turco ora vuole ridurre sotto il proprio controllo.

E la radio riceve 10 milioni annui di soldi pubblici come organo di partito e trasmettitrice delle sedute parlamentari.

Mauro Suttora

Tuesday, August 08, 2017

Noi, i ragazzi della Ong di Berlino

La loro nave Iuventa è stata sequestrata dai magistrati per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma cos’hanno fatto veramente quelli di Jugend Retten?
di Mauro Suttora 
Oggi, 8 agosto 2017

«Abbiamo sconfinato, siamo entrati nelle acque territoriali libiche? Sì, l’ultima volta il 9 giugno. Mentre recuperavamo un gommone di migranti abbiamo spento il motore, e la corrente ci ha spinti all’interno delle dodici miglia».
Beata incoscienza. Sono i 26 anni di Jonas Buja, la sua inesperienza, a fargli confessare candidamente di aver violato la legge? Questo ragazzone di Hannover, uscito dagli oratori della chiesa evangelica tedesca, nonostante l’età era il comandante della Iuventa, la nave dell’Ong (Organizzazione non governativa) Jugend Retten (“Salvare i giovani”), sequestrata per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Sono ancor più giovani di Jonas i fondatori di questa Ong, il 21enne berlinese Jacob Schoen e la 24enne Lena Waldhoff, che due anni fa si sono messi in testa di aiutare i migranti. Potevano arruolarsi in stimate Ong di lungo corso come Medici senza Frontiere (nata nel 1971, Nobel per la pace, un miliardo e mezzo di donazioni di cui 57 milioni in Italia) o Save the Children (fondata cent’anni fa, due miliardi annui di bilancio, 78 milioni in Italia). Invece ne hanno inventata una tutta loro.
Hanno lanciato un crowdfunding (raccolta soldi online), sono arrivati a 300 mila euro avendo come testimonial l’attrice miliardaria Maria Furtwängler (moglie di Hubert Burda, editore di 260 riviste in 89 Paesi), hanno comprato l’ex peschereccio Iuventa e dall’estate scorsa si sono messi a raccogliere migranti davanti alla Libia.
Sono una decina le navi di Ong che fanno questo lavoro, al ritmo di 170mila migranti all’anno. Ma quelli di Iuventa sono i più estremisti: «Ci battiamo contro le politiche di asilo europee», dichiarano ufficialmente. Le considerano troppo rigide. E sono accusati di aver messo a prua un cartello con la scritta “Fuck Mrcc”: un bel vaffa al Maritime Rescue and Coordination Center della Guardia Costiera italiana che da Roma raccoglie le richieste di aiuto e smista le navi.
Insomma, un misto di centri sociali, idealismo, soldi e brivido di avventura: hanno giocato col fuoco. Perché da tempo ormai le Ong sono accusate di complicità (seppur involontaria) con gli scafisti libici organizzatori del traffico di migranti.

A dicembre Frontex, l’Agenzia europea che controlla le frontiere, ha avvertito che le navi di soccorso a ridosso della costa libica «agevolano i trafficanti». I quali non devono più imbarcare i disperati su barconi capaci di raggiungere almeno Lampedusa, a centinaia di miglia: basta caricarli come bestie su fragili gommoni alla deriva, perché dopo poche miglia li aspettano le Ong.
“Taxi degli scafisti”
«Salviamo vite umane», dicono i volontari. Ed è vero, anche se migliaia di africani continuano comunque ad annegare. «Siete i taxi degli scafisti», accusano invece centrodestra e grillini.
Le Ong più responsabili si sono rese conto di essere schiacciate in questa tenaglia fra favorevoli e contrari all’immigrazione, così a maggio in una riunione riservata hanno proposto di arretrare la linea di attesa delle navi da 12 a 24 miglia. Ma hanno prevalso i “duri” come Jugend Retten: «Quelli vogliono stare sempre in prima linea», spiega il medico Stefano Spinelli, intercettato dai magistrati di Trapani. «Trasbordano i migranti su altre navi, ma dicono di averli salvati loro per farsi dare più soldi e donazioni», accusa Pietro Gallo, della Imi Security Service.
Il colpo di grazia alla Iuventa lo ha dato un poliziotto imbarcato in incognito su una nave di Save the Children. Il quale è riuscito a fotografare la stretta collaborazione fra i trafficanti e i giovani tedeschi. Confermata dall’ingenuo Buja: «Spesso durante i recuperi ho notato vicino ai canotti dei migranti barche in vetroresina con individui che alla fine recuperano i gommoni e le taniche di benzina. A volte aiutano anche le operazioni di soccorso».
Possibile che non abbia capito chi erano quei baffuti signori?
Sarà dura adesso per Kathrin Schmitt, 35enne team leader della Iuventa, ex ergoterapeuta in Nuova Zelanda, convincere i giudici di Trapani a dissequestrare la nave. Anche perché nel frattempo il ministro dell’Interno Marco Minniti ha adottato una linea severa con tutte le Ong: se non accettano poliziotti sulle loro navi, e un codice di comportamento, non possono più attraccare nei porti italiani. Save the Children ha detto sì ai poliziotti. Medici senza Frontiere no. Così ora deve trasbordare su navi della Guardia Costiera i clandestini che raccoglie.
Mauro Suttora

Thursday, August 03, 2017

Lo scoop del bacio di Lady Diana

PER LA PRIMA VOLTA DOPO 20 ANNI MARIO BRENNA, AUTORE DELLE FOTO, RIPERCORRE MINUTO PER MINUTO QUEI GIORNI STUPENDI E POI DRAMMATICI DELL’AGOSTO 1997.
«VENDETTI LE IMMAGINI PER UN MILIARDO E MEZZO DI LIRE»
di Mauro Suttora
Oggi, 3 agosto 2017


«Vidi movimento sul ponte dello yacht: inquadrai, misi a fuoco, e mi apparvero Diana e Dodi che ammiravano i prati del golf e le bianchissime spiagge con le dune di sabbia».
Erano le 13 del 3 agosto 1997. Il fotografo Mario Brenna aspettava da ore nascosto su capo Sperone, estremo sud della Corsica. Un sole cocente. Da tre giorni dava la caccia alla principessa d’Inghilterra e al suo presunto amante.

«Scattai la prima foto, si abbracciavano. Poi si baciarono per dieci secondi. Non mi feci prendere dal panico, li fotografai come se la cosa non mi coinvolgesse. La mia freddezza mi stupì».
Lo scoop del secolo. Paragonabile solo alle foto di Jacqueline Kennedy e Aristide Onassis sull’isola di Skorpios. «O a Papa Wojtyla in piscina nel 1980», aggiunge Brenna. Che per la prima volta dopo vent’anni racconta a Oggi la verità sulle foto che rivelarono al mondo l’amore di Lady Diana. Amore che le fu fatale: pochi giorni dopo, il 31 agosto, la principessa morì con Dodi, sfracellandosi nel tunnel dell’Alma a Parigi.
Brenna ha scritto per noi un libro, che ripercorre minuto per minuto quell’agosto magico e tragico: Il bacio di Lady Diana, in tutte le edicole da oggi.
Perché solo ora?
«Quando seppi della morte di Lady Di scoppiai a piangere, e decisi che non avrei mai raccontato nulla di quello che avevo visto e fatto fino a quando i figli della principessa non fossero stati uomini grandi e maturi. Per rispetto della sua memoria, di Dodi e delle loro famiglie».
Si è mai sentito responsabile per la tragedia di Diana? La sua auto si schiantò mentre era braccata dai paparazzi parigini.
«Me lo domandai, e andai un po’ in crisi. Avevo scoperto io la storia di Diana con Dodi, e contribuii a scatenare dietro ai due amanti i giornalisti durante quell’agosto. Ma per Lady Di essere inseguita era la normalità. E se non fossi stato io a scattare la foto del loro bacio, lo avrebbe fatto qualcun altro qualche giorno dopo. Però anche per me fu uno choc: le persone che un mese prima mi avevano donato il momento più alto nel mio lavoro, che avevo visto felici e serene, complici, appassionate, piene di vita e solarità, erano scomparse».
Per qualche giorno, attorno a quel Ferragosto ’97, anche Brenna sperimentò cosa vuol dire essere famosi e richiesti da tutti i giornali e tv del mondo, come Diana. E come lei, si nascose.
«Non volevo che il mio viso diventasse noto. Perché non sono un vanitoso, ma anche perché il mio mestiere richiede discrezione. Frequento ambienti in cui posso entrare proprio perché rimango un anonimo».
Si fantasticò sul valore dello scoop. Il Sunday Mirror lo pagò 700 milioni di lire, cifra da record per una foto. Il direttore di Oggi Paolo Occhipinti sborsò 160 milioni per l’esclusiva italiana (tirando 1.250.000 copie).
In totale, fra giornali inglesi, francesi, spagnoli, americani e italiani, un miliardo e mezzo. Brenna nel libro racconta le ore rocambolesche delle trattative che condusse di persona a Parigi e Londra. 
«Ma mi resi subito conto del valore delle foto, quand’ero ancora sdraiato dietro quella roccia fra Corsica e Sardegna. Ricordo che lanciai un urlo di gioia. Tutti i fotografi del mondo avrebbero desiderato essere al mio posto, era il sogno di ogni reporter. E io, Mario Brenna di Trecallo in provincia di Como, il figlio del Nello e della Anna, avevo fatto quelle foto. Il sogno si era avverato».
Il racconto del libro è avvincente, da missione 007. Brenna era uno dei fotografi più bravi ed esperti, frequentava da vent’anni Costa Smeralda, Monte Carlo e St. Moritz. Aveva appena realizzato un altro scoop: il primo bacio di Ernst di Hannover con Carolina di Monaco, vedova di Stefano Casiraghi (suo grande amico di gioventù).
Il primo agosto ’97 vide, dal gommone con cui perlustrava le acque di Porto Cervo, lo yacht Jonikal che sapeva essere dell’industriale Edoardo Polli. Non sapeva però che pochi mesi prima Polli lo aveva venduto al miliardario egiziano Mohamed Al-Fayed, padre di Dodi. E, soprattutto, ignorava che la bionda col costume rosa che intravedeva a bordo fosse Diana. «Me ne resi conto solo avvicinandomi, e la fotografai stupefatto. Era già un bel colpo».
Ma, raccogliendo indizi nelle ore successive, capì che poteva esserci qualcosa di molto più grosso. E che un’eventuale liaison fra la madre del futuro re d’Inghilterra (seppure divorziata da un anno da Carlo) e un playboy musulmano, il figlio di Al-Fayed, avrebbe causato uno scandalo immenso.
«Dovevo proteggere il mio segreto anche dai concorrenti, che in quei giorni erano tanti in Sardegna». Alla fine lo scoop riesce. E in solitario.
Brenna poi si rifugia a St. Moritz per sfuggire ai giornalisti dai quali è a sua volta tallonato.
«Lì incontrai Gianni Agnelli che, curiosissimo, si fece raccontare per due ore i dettagli dell’avventura, con il mio inseguimento dello yacht fra le isole di Maddalena e Cavallo».


Il 24 agosto 1997, l’avventura ricomincia. «Diana e Dodi si imbarcarono di nuovo a Monte-Carlo, e io li aspettai a Portofino. Questa volta però in squadra con altri tre colleghi, per affrontare la concorrenza di tutti i fotografi d’Europa».
Lo yacht fugge a Portovenere, poi fa rotta verso l’Elba. «Lì scompare, noi affittiamo un aereo e lo ritroviamo all’isola di Tavolara».
Altre immagini rubate, in moto d’acqua a San Teodoro, fino all’ultimo giorno al Cala di Volpe. Con un altro fotografo che perde la testa e insulta la principessa mentre scappa.
Il 30 agosto Diana e Dodi volano via da Olbia, cenano a Parigi. E dopo poche ore si compie il loro destino.
Brenna, nei suoi 40 anni di carriera quali sono i personaggi più simpatici che ha fotografato?
«Celentano, Fiorello, Alberto di Monaco, Mike Bongiorno, Pavarotti».
E quelli meno simpatici?
«La moglie di Celentano, Leonardo di Caprio, Naomi Campbell. Johnny Depp mi minacciò di morte».
Quale scoop varrebbe oggi quello di Diana?
«Mah, forse Clooney con i suoi gemellini, o Brad Pitt che pare stia con Sienna Miller, o il principe Harry con la nuova fidanzata…»
Ma basta pronunciare questi nomi per capire la distanza siderale da una leggenda come Diana.
Mauro Suttora

Ricucci esce di prigione



«MAMMA, PER ME ORA CONTATE SOLO TU E MIO FIGLIO EDOARDO»

L’immobiliarista che voleva il Corriere della Sera rinnega la moglie separata Anna Falchi ed elogia i valori familiari: «Basta lussi e mondanità»

Oggi, 3 agosto 2017

di Mauro Suttora

Dieci mesi di carcere ancor prima di essere processato: i magistrati di Roma proprio non amano Stefano Ricucci, questo è sicuro. Anche se l’immobiliarista romano è un innovatore del vocabolario italiano: sue sono le famose espressioni «furbetti del quartierino» e «fare i f..ci col c..o degli altri».

Uscito di prigione (l’accusa: fatture false per un milione di euro), il marito separato di Anna Falchi promette: «Basta lussi, vita mondana, fidanzate da copertina o in cerca di visibilità».

«Stavo nel reparto detenuti mediatici»

Ricucci racconta la sua vita a Regina Coeli. Dentro, assicura, «sono sempre stato trattato bene. Stavo nel reparto per i “detenuti mediatici” (i vip, ndr)». Quattro celle in cui ha visto passare Raffaele Pizza, fratello dell’ex sottosegretario democristiano Giuseppe, Alfredo Romeo del caso Consip e Raffaele Marra, ex braccio destro del sindaco di Roma Virginia Raggi.

Lui però assicura non aver mai cercato l’attenzione dei media. E aggiunge: «Con quel mondo ho chiuso. Sto nel mio. Con le uniche due persone che mi sono rimaste e che contano nella mia vita: mia madre e mio figlio Edoardo. Loro mi sono sempre stati vicini. Gli unici che venivano a trovarmi in carcere. Tutto il resto viene, va, e passa. E ti lascia poco o niente».

Compresa la Falchi, evidentemente, con cui è stato sposato dal 2005 al 2007. O Natasha Tozzi, figlia del cantante Umberto, con la quale nel 2014 fa assicurava di «sognare una nuova famiglia, nuove nozze, un figlio» ( lei aveva 25 anni, la metà dei suoi). O le numerose ex: Sara Varone, Claudia Galanti, Debora Salvalaggio, Natalia Bush, Patrizia Bonetti.
Ricucci dopo la liberazione è tornato al lavoro: «La mia attività è a Londra. Ho smesso da anni di interessarmi all’Italia. L’Italia è ferma».

Lui invece non è stato mai fermo. Diplomatico odontotecnico, fu denunciato per truffa ed esercizio abusivo della professione perché si spacciava per dentista. Poi diventò immobiliarista, nel 2001 aveva un patrimonio di mezzo miliardo in palazzi. 
Nel 2005 arrivò al 20% di Rcs (Rizzoli Corriere della Sera), ma fu arrestato per aggiotaggio. Ha patteggiato un anno per Antonveneta.
Mauro Suttora

Thursday, July 27, 2017

Breve storia polemica della Costa Smeralda



Una riserva per miliardari? Una passerella per esibizionisti? Lo specchio dell’Italia facoltosa? Come sta cambiando uno dei luoghi più belli del mondo

di Mauro Suttora

Sette (Corriere della Sera), 27 luglio 2017

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Clamoroso a Porto Rotondo: il conte Luigi Donà dalle Rose, 78 anni, fondatore del borgo turistico nel 1964, caccia il consiglio d’amministrazione, vince col figlio le elezioni del Consorzio e riprende in mano la sua creatura.
Stanco delle baruffe sui parcheggi a 3 euro all’ora, dei consorziati morosi e degli abusi edilizi, dichiara: «Da noi era un paradiso, c’erano solo ville. Poi è arrivata la mafia che ha costruito palazzi interi, e anche il magico progetto di Porto Rotondo si è in parte dissolto».

Il principe Karim Aga Khan IV, 80 anni, inventore nel 1962 di Porto Cervo, prima capitale della Costa Smeralda, si guarda bene, invece, dal rientrare in gioco. Da tempo cerca di sbolognare il 49 per cento della compagnia aerea Meridiana (700 milioni di perdite in otto anni, peggio di Alitalia in proporzione) all’emiro del Qatar. Ma controlla ancora il prestigioso Yacht Club, con sede invernale a Virgin Gorda (Caraibi) e organizza regate internazionali: gli avveniristici Rc 44 dalle vele nere al carbonio, i mondiali dei Farr 40 e J/70.

Il principe e il conte hanno segnato le prime due epoche della Costa Smeralda: l’Età Aristocratica (anni 60 e 70) e l’Età Opulenta (anni 80 e 90). È seguita, nei primi quindici anni di questo secolo, l’Età B&B (Berlusconi e Briatore): politica e affari, calciatori e veline, ricchi russi e poveri noi. Sono stati gli anni in cui la Costa Smeralda è diventata un ologramma turistico, ed è (idealmente) uscita dalla Sardegna. Un’immensa piscina-con-giardino. Incantevole, ma avrebbe potuto essere ovunque.

Sopra: l'Aga Khan e Gianni Agnelli nel 1983. Sotto: l'arrivo di Ringo Starr  e famiglia a Olbia nell'agosto 1968. Aveva litigato con gli altri Beatles durante le registrazioni dell'Album Bianco, e compose Octopus's Garden sullo yacht del suo amico attore Peter Sellers, ormeggiato a Porto Cervo. La canzone poi finì nel disco Abbey Road (1969). 


Dopo un paio d’anni di transizione – meno russi, meno calciatori, meno tacchi a spillo in piscina, meno Cavaliere in versione mondana – in questo 2017 s’intravede la quarta epoca della Costa Smeralda. Bisogna trovarle un nome. Proponiamo l’Età Neoclassica: chi può permetterselo (industriali, finanzieri, artisti arricchiti, giovani ricchi digitali) torna. E torna per la bellezza dei luoghi, del clima, del servizio. Non per farsi notare. Il nuovo periodo s’annuncia niente male.

Inizio estate da record, per la Sardegna, quest’anno: se continua così si supereranno gli 11 milioni di turisti. Sei milioni solo in Gallura, di cui la Costa Smeralda rappresenta l’idilliaca parte sud-orientale, protetta dal vento di maestrale. Qui i turisti erano 5,3 milioni, l’anno scorso. Crescita a due cifre, superata la lunga crisi iniziata nel 2008? È presto per dirlo, ma il segnale è chiaro: sta succedendo qualcosa.

I costacei, in attesa di agosto, stanno con le antenne ritte. Di sicuro appare archiviato, come dicevano, il ventennio briatoresco di esibizioni, attricette e calciatori. Unico avvistato, in queste settimane, l’ex juventino Alvaro Morata con la neomogliettina veneta. Così sembravano simpatici residuati bellici, l’8 luglio a Poltu Quatu, Simona Ventura e le sue ospiti, Anna Falchi, Claudi  Melissa Satta, a dire il vero, ma lei in Sardegna è a casa.



La Costa Smeralda – si ha l’impressione – sta tornando all’anonimato miliardario degli anni Sessanta e Settanta, e aumenta la varietà degli ospiti. I primi segnali già l’anno scorso. A Ferragosto 2016 qualcuno ha stimato il valore totale degli yacht ormeggiati a Porto Cervo: tre miliardi. Patrimonio personale complessivo degli ospiti, sull’acqua e a terra, quel giorno: intorno ai cento miliardi. Fra gli altri gli svizzeri Ernesto Bertarelli (Alinghi, farmaceutica) e Sergio Mantegazza (su un panfilo con Beppe Grillo), Leonardo Del Vecchio di Luxottica, Al Fayed padre di Dodi.

Il boom è continuato all’inizio di questa stagione turistica: +46 per cento gli arrivi internazionali all’aeroporto di Olbia nel mese di giugno. Nei fine-settimana, su 600 movimenti aerei, 200 riguardano jet privati.  Anche gli ospiti italiani sono in crescita e puntano su Olbia: +10 per cento i passeggeri dei traghetti, nonostante i prezzi stabiliti dall’oligopolio Moby e Tirrenia (stessa proprietà). Una famiglia media, con auto al seguito, spende sui mille euro in agosto, e il concorrente Corsica Ferries non serve Genova.

Passi avanti anche sulla strada dell’agognata “destagionalizzazione”: il sogno di ville e alberghi pieni da maggio a ottobre, come a Portofino e Capri, Positano e Taormina, e in altre località del Mediterraneo. «Investiremo cento milioni per attirare clienti in primavera e autunno», promette Mario Ferraro, plenipotenziario dei qatarioti, che cinque anni fa hanno comprato il Cala di Volpe e gli altri hotel di lusso (Romazzino, Pitrizza, Cervo) dall’americano Tom Barrack, ora orbitante nell’area di Donald Trump. Un personaggio che nessuno si stupirebbe di trovare in Costa, un giorno: in Florida ci sarà Mar-a-Lago, ma in Gallura c’è il mare vero.



È vero però che, Trump a parte, un certo tipo di ospiti pretende un certo tipo di servizi. E non ce ne sono abbastanza, pare. «Finché il golf del Pevero rimarrà l’unico della Costa, inutile illudersi», ci spiega Donà dalle Rose. «Ho cercato per decenni di aprirne almeno un altro a Porto Rotondo. Niente da fare. Un presidente della Regione Sardegna mi disse: “C’è già un campo vicino a quello di Porto Cervo. Qui a Cagliari”. A 300 chilometri. Buonanotte. Attorno a Marbella i campi di golf sono dieci».

La nuova epoca della Costa Smeralda è anche conseguenza di fenomeni imprevedibili. Il terrorismo, inutile negarlo, ha convinto molti turisti a cambiare destinazione. «Dopo la strage di Nizza l’anno scorso sono arrivati un sacco di francesi, e stanno tornando quest’anno», constata Max Romano, dell’agenzia portorotondina Molo7 Real Estate. La paura ha danneggiato anche le stagioni turistiche di Egitto, Tunisia e Turchia. I nababbi di varie nazionalità che, in vacanza, spendono 30 mila euro al giorno – gli idoli di Flavio Briatore – in Gallura aumentano a vista d’occhio.

Così perfino Golfo Aranci, al confine della Costa Smeralda, cerca di approfittarne e si infighetta: il sindaco berlusconiano piazza sul lungomare dei box con incongrui negozi simil-lusso, imitando Porto Cervo. I ristoratori invece si scatenano con i nomi: Gambero ghiotto, Scorfano allegro, Ostrica ubriaca. Fa niente che Golfo Aranci sia soprattutto un porto per traghetti dal continente, complementare a Olbia: geograficamente è vicino a Porto Rotondo, Porto Cervo, Cala di Volpe e compagnia. Un cugino meno facoltoso, diciamo.



Anche l’arte aiuta. Sono pieni di soldi pubblici (la nuova legge sui film raddoppia i finanziamenti) gli organizzatori di festival del cinema. Non c’è solo quello storico sull’isola di Tavolara, con il pubblico e gli ospiti portati romanticamente in barca per le proiezioni, e lasciati a battersi con le zanzare. Ora molte altre località hanno, o pretendono, il loro piccolo festival. E offrono vacanze pagate ad attrici mature (Anna Galiena) e acerbe (Tea Falco), piazzandole in giuria.

Difficile che le proiezioni serali di rarefatti film d’autore attraggano i paperoni sugli yacht, però. Oggi sono soprattutto russi e arabi: il primato è dello sceicco saudita Ibn al Talal, segue il Dilbar del russo Alisher Usmanov, 156 metri. Un altro russo, Andrei Melnichenko, quest’anno ha battuto il record per i velieri: è arrivato a Porto Cervo con il suo nuovo tre alberi A, disegnato da Philippe Starck. Lungo 120 metri, gli è costato solo il 3 per cento del suo salvadanaio personale da 13 miliardi: 400 milioni.

Un’altra novità è questa. La presenza munifica del Qatar, che in Costa Smeralda ha investito molto, costringe i sardi a occuparsi di geopolitica e a preoccuparsi del disaccordo fra Qatar e Arabia Saudita. Perfino l’ospedale di Olbia è dell’emiro qatariota e l’ambasciatore è venuto per rassicurare che gli investimenti non siano a rischio.

Rischiano invece gli hotel e i ristoranti che con gli stage insegnavano un mestiere agli studenti degli istituti alberghieri. La preside di quello di Sassari li proibisce: «Troppo pochi 400 euro al mese», più assicurazione e contributi. Risultato: i ragazzi sardi rimpiazzati da stagisti di tutta Italia, e perfino svizzeri.

È invece finita, come dicevamo, l’epoca nottambula di Lele Mora, e anche quella epica e disordinata di Silvio Berlusconi. L’andirivieni di paparazzi intorno a Villa Certosa, tra il 2001 e il 2011, era pari solo a quello delle ragazze e degli ospiti politici: la foto con bandana di fianco a Tony Blair (2004) resta l’icona di un periodo finito. Ma Berlusconi, come Zelig, continua a trasformarsi e riapparire. Qualcosa in Sardegna farà, non è ancora chiaro cosa.



Sviluppi immobiliari? In fondo pure Berlusconi condivide, con il conte Donà e l’Aga Khan, il privilegio di avere fondato nuove città. Dopo Milano 2 e Milano 3, voleva creare Olbia 2: Costa Turchese, 250mila metri cubi di ville su centinaia di ettari. Ma le autorità locali gliela bloccano da più di trent’anni. La legge che vieta di costruire fino a 300 metri dal mare non ha fermato solo Costa Turchese, ma anche il raddoppio di Porto Cervo. Però diciamolo: complessivamente, ha salvato la Sardegna da varie schifezze.

Silvio immobiliare no, quindi. Mondano, forse. Berlusconi è appena riapparso a sorpresa all’inaugurazione del Country di Porto Rotondo, con la fidanzata Francesca Pascale e l’immancabile cantante Mariano Apicella. Era dal 2011 – l’anno delle olgettine e delle dimissioni – che non si avventurava nella vita notturna smeraldina, tranne una puntata da Umberto Smaila due anni fa. I ragazzi in fila per entrare, increduli, hanno accolto festosamente il giovanotto classe 1936, chiedendogli il selfie.

Altre novità? Due settimane fa Rustam Tariko, re della vodka e degli spumanti Gancia, nuovo proprietario di Villa Minerva, già favolosa residenza di Veronica Berlusconi, ha vinto la sua battaglia: la dependance da 150 metri quadri non è abusiva. Nessuno è abusivo, qui in Costa Smeralda. Basta pagare.

Anche la già citata Villa Certosa è in vendita: Silvio Berlusconi chiede 400 milioni. L’arcirivale Carlo De Benedetti si è già privato della sua residenza al Romazzino per 100 milioni, nel 2012. Si sono guatati per un terzo di secolo, l’Ingegnere e il Cavaliere: uno a Porto Cervo, l’altro a Porto Rotondo. Su quel tratto (splendido) di mare è passato un pezzo di storia d’Italia (meno splendida?).

Ma ora che il primo ha traslocato e il secondo s’è calmato, il protagonista potrebbe diventare un altro ospite affezionato e celebre, con villa accanto al campo di golf: Beppe Grillo, detto “il povero del Pevero”. C’è sempre un nuovo capitolo, nella storia polemica e politica della Costa Smeralda.
Mauro Suttora

Thursday, June 22, 2017

Dibba diventa papà



Il deputato 5 stelle sta per diventare padre: sigarette bandite in casa per la gravidanza della compagna. E quando fanno la spesa lei è attenta a riciclare. Quanto alla politica, lui medita di non ricandidarsi

Oggi, 22 giugno 2017

di Mauro Suttora

Alessandro Di Battista, il deputato grillino più popolare, è così entusiasta di diventare padre che medita di lasciare la politica. Almeno per un po’. La sua compagna Sahra Lahouasnia, di origini franco-algerine, partorirà un maschietto (pare) a metà ottobre, e lui non sta nella pelle.

Dibba (come lo chiamano i suoi sostenitori) accarezza l’idea di dedicarsi a suo figlio a tempo pieno, e quindi di non ricandidarsi alle elezioni politiche che si terranno all’inizio del 2018.

Sicuramente non passerà l’estate in moto, come fece l’anno scorso quando girò l’Italia tenendo comizi in spiaggia. Allora non si era ancora messo con Sahra.
Di Battista è il mattatore del Movimento 5 stelle. Bello, simpatico, estroverso, è neutrale fra i grillini “governativi” di Luigi Di Maio e Davide Casaleggio e quelli “di lotta” di Paola Taverna.

Le suocere di Trump



POVERO TRUMP, CIRCONDATO DALLE SUOCERE

La moglie Melania si trasferisce alla Casa bianca col figlio, portandosi dietro i genitori sloveni. E anche la madre della ex Ivana si è piazzata a casa della nipote Ivanka. Ma lui va d’accordo con tutte

Washington, 22 giugno 2017

di Mauro Suttora

Melania Trump ha finalmente traslocato alla Casa Bianca. La moglie del presidente Donald ha lasciato il triplo attico in cima alla Trump Tower di New York, e dovrà “accontentarsi” degli ultimi due piani della residenza di Washington.

Il figlio Barron ha appena finito le elementari a Manhattan, ed è stato iscritto al collegio St. Andrew’s, rompendo con la tradizione che voleva i figli dei presidenti (Obama, Clinton, Nixon) frequentare lo stesso liceo quacchero nella capitale.

A sorpresa, con Melania sono atterrati sul prato della Casa Bianca in elicottero anche i suoi genitori sloveni: l’ex chauffeur Viktor Knavs, che ha una formidabile somiglianza con Trump e soli due anni più del genero, e l’ex disegnatrice in una fabbrica di vestiti Amalia. 
Il nipote Barron è molto affezionato ai nonni, con cui parla sloveno.

Melania ha cambiato il suo cognome da Knavs al più “tedesco” Knauss (e tolto la j di Melanjia) all’inizio della sua carriera di modella, sperando di emulare il successo delle teutoniche Claudia Schiffer e Heidi Klum.

Dopo il matrimonio con Donald nel 2005 i suoi genitori e la sorella Ines hanno cominciato a vivere sempre più spesso in America, fino a stabilirsi nella Trump Tower e a seguire Melania e Barron anche nella magione di Mar-a-Lago in Florida e nella residenza di campagna (con golf) a Bedminster nel New Jersey.

Tanto entusiasmo non è stato ricambiato da Donald: ha visitato la Slovenia solo una sera, nel 2002, atterrando a Lubiana nel suo jet privato con Melania. Dopo 13 minuti salirono su un’auto per andare nel Grand Hotel sul lago di Bled, dove ci fu il primo incontro del futuro presidente con i futuri suoceri. 
Dopo cena Donald chiese a Viktor se l’hotel fosse in vendita, risalì sull’auto, e prima di mezzanotte erano già decollati.

I suoceri Knavs sono apparsi per la prima volta sul palco con tutta la famigliona Trump allargata alla Convention repubblicana della scorsa estate. Ora non si sa se si trasferiranno pure loro dentro la Casa Bianca, come fece la suocera di Obama, o se troveranno una casa a Washington nella vicinanze, come ha fatto a gennaio Ivanka Trump, figlia di Donald.

La quale a sua volta è inseparabile dalla nonna cecoslovacca Marie Zelnickova, 90 anni, mamma di Ivana: è stata lei a crescere Ivanka in seguito al divorzio, insegnandole la lingua ceca, e convive in famiglia anche dopo il matrimonio con Jared Kushner, badando ai tre bisnipotini.

Insomma, fra suocere ed ex suocere slave, Trump è circondato. E, se fosse in vita anche la madre della sua altra moglie, Marla Maples, correrebbe il rischio di ritrovarsi pure lei a Washington. Ma Trump è affezionato a tutte.

I fan del presidente sperano che la ritrovata vicinanza con la moglie aiuti Donald a moderarsi, evitando gli scatti che gli fanno mandare messaggi inconsulti su Twitter. Ma sui veri rapporti fra Melania e il presidente circolano ogni tipo di voci.

L’unica certezza è che la First Lady non si è sottratta alla tradizione che vuole tutti i nuovi inquilini della casa Bianca intraprendere costosi rinnovamenti degli appartamenti presidenziali. 
Melania ha assunto l’architetta laotiana Tham Kannalikham, già arredatrice della maison Ralph Lauren.

Per il resto, l’ultimo spiffero riguarda un misterioso amante di Melania: sarebbe un dirigente di Tiffany, il negozio di gioielli che sta proprio accanto alla Trump Tower. 
Il palazzo di Tiffany, relativamente basso per gli standard di Manhattan, è quello che permise a Donald di costruire la sua Tower con un’altezza superiore alla norma. Il trucco fu di acquistare i “diritti aerei” non sfruttati dai vicini di Tiffany.

Ma ora è tutto più difficile per Trump. I primi turbolenti cinque mesi di presidenza sono culminati con l’indagine sui rapporti con la Russia per cui oggi è ufficialmente indagato e rischia l’incriminazione.

Una delle poche parentesi di tranquillità, per lui e Melania, è stato il viaggio in Italia alla fine di maggio. «Taormina e Roma sono splendide», hanno mormorato entrambi estasiati alla partenza. 
Poi però, tornato negli Stati Uniti, per il bellicoso presidente è subito ricominciata la guerra. Come piace a lui: solo contro tutti.

Mauro Suttora

Thursday, May 25, 2017

Còrea di Huntington

RIDIAMO DIGNITA' AI MALATI

Contro il 'Ballo di San Vito' non esistono ancora farmaci: la priorità è la qualità della vita di chi ne soffre

di Mauro Suttora

Oggi, 18 maggio 2017

La Còrea di Huntington (dal greco ‘danza’), che colpisce un milione di persone nel mondo, è una malattia ereditaria degenerativa del sistema nervoso centrale. Distrugge i neuroni nelle aree cerebrali che controllano il movimento e le funzioni cognitive. È nota anche come Ballo di San Vito.

L’esordio avviene tra i 30 e i 50 anni. Il decorso invalidante è lentamente progressivo e fatale dopo 16-20 anni di malattia. I sintomi: movimenti involontari patologici, alterazioni del comportamento e deterioramento cognitivo. Non esistono farmaci per prevenire, bloccare o rallentare la progressione della malattia. La probabilità di ereditarla da un genitore malato è del 50%.

La diffusione della malattia è di un caso su 10mila persone. Ma nel mondo ci sono zone con una frequenza 500-1000 volte più alta, come la regione del lago Maracaibo (Venezuela). In Italia i malati sono 6mila, e 18mila chi rischia di ereditare la malattia. L’Istituto Besta di Milano, il Gemelli di Roma e il policlinico Federico II di Napoli e altri centri di eccellenza sono sommersi da richieste di diagnosi, cura e assistenza.

Nel 1993 è stato scoperto il gene che mutando causa la malattia: da allora è possibile individuare con un test tra i soggetti a rischio i portatori, che manifesteranno la sintomatologia coreica.
 
Il 18 maggio papa Francesco ha accolto per la prima volta in Vaticano  un gruppo di malati di Corea del Sud America. Coinvolte anche famiglie di malati da tutto il mondo. Il 16 maggio le famiglie sono state in Senato, invitate dal presidente Pietro Grasso e da alcuni parlamentari.

«Gli ospedali italiani», ci dice la senatrice a vita Elena Cattaneo, che da oltre vent’anni dedica i suoi studi all’Huntington, «devono avere a disposizione personale per farsi carico della cura umana e sociale di questa malattia. La scienza non può ancora offrire cure efficaci che rallentino o blocchino la malattia. Ma l’opera delle associazioni, degli psicologi, infermieri a domicilio, gruppi di auto-aiuto, sostegni economici e una buona informazione possono restituire la dignità che spetta a tutti, e contribuire in maniera decisiva a migliorare la qualità della vita di malati e famiglie».

riquadro:

ANCHE IL GRANDE WOODY GUTHRIE NE SOFFRIVA
Il malato più famoso di Corea, Woody Guthrie, autore della canzone This Land Is Your Land, maestro di Bob Dylan, è morto 50 anni fa, nel 1967. Suo figlio Arlo, anch’egli cantautore (Alice’s Restaurant, Coming into Los Angeles al festival di Woodstock) ha fatto il test, ed è risultato immune.

Mauro Suttora


Thursday, May 18, 2017

Il mistero della bellissima Asma Assad



COME FA LA SOFISTICATA MOGLIE DEL DITTATORE A TOLLERARE L'INFERNO SIRIA?

di Mauro Suttora

Damasco, 14 aprile 2017

Ancora più elegante e affascinante di Rania di Giordania, quando nel 2000 la 25enne Asma Assad arrivò a Damasco per sposare Bashar Assad suscitò grandi speranze. «Questa giovane coppia porterà la libertà in Siria», commentarono gli ottimisti.

Dopo trent’anni di dittatura ferrea di Hafez Assad, padre di Bashar, sembrava arrivato il tempo del disgelo. Bashar non era destinato alla politica, era andato a studiare a Londra dove era diventato oftalmologo. E lì si era innamorato della bellissima figlia di un cardiologo siriano e di una funzionaria dell’ambasciata di Damasco in Inghilterra. Asma è più inglese che siriana: nata e cresciuta a Londra, ha studiato francese e spagnolo all’università.

Svolta inspiegabile con la guerra civile

Per 11 anni non successe granché. Il regime siriano non si democratizzò. Però la coppia presidenziale, complice la gioventù e la classe di lei, quando viaggiava all’estero suscitava ammirazione. E la Siria rimaneva fuori dalle turbolenze del vicino Iraq.

Poi, nel 2011 anche a Damasco scoppiò la Primavera araba, come in Tunisia, Libia ed Egitto. I giovani scesero in strada chiedendo riforme. In un primo momento Assad rispose liberalizzando internet. Poi però la polizia represse nel sangue le manifestazioni. E cominciò la guerra civile che dura tuttora.

Si pensava che la moglie occidentale di Assad avrebbe esercitato un’influenza moderatrice sul marito. Invece niente. Il gentile oftalmologo si trasformò in un governante crudele come il padre. E la leggiadra Asma dietro, senza un tentennamento.

Da Rosa del deserto a First lady dell’inferno

La rivista statunitense Vogue di Anna Wintour (quella de Il diavolo veste Prada), che nel 2010 aveva definito Asma «Rosa del deserto», cancellò l’articolo dal suo sito. In questi sei anni di massacri Asma si è prestata alla propaganda di regime, facendosi fotografare accanto al marito e in visita a vittime della guerra. Mai nessuna dichiarazione, neanche dopo le prime accuse ad Assad di aver usato armi chimiche nel 2013.

La Russia, alleata della Siria da mezzo secolo, appoggia il regime di Assad. E lei, nell’unica intervista data a una tv russa lo scorso ottobre, ha detto di appoggiare suo marito, contro i terroristi dell’Isis. I quali però non sono gli unici nemici del governo di Damasco: l’altra opposizione, quella non legata al Califfato, è stata nuovamente bombardata con armi chimiche il 4 aprile.

Le decine di bambini ammazzati hanno provocato la vendetta del presidente americano Donald Trump, che ha fatto lanciare 59 missili Tomahawk sulla base da cui sono partiti gli aerei assassini di Assad.

In questi anni la vita per Asma e i suoi tre figli continua (quasi) come prima. Per sicurezza la famiglia non vive nel palazzo presidenziale, ma in una villa nel quartiere residenziale di Damasco.

Anche lei è colpita dalle sanzioni Ue, e non può più andare a Parigi a fare shopping. In compenso fa comprare on line abiti, gioielli e mobili di lusso da suoi collaboratori.

E-mail riservate: 3 mila euro per le sue scarpe

Sono state pubblicate alcune sue e-mail segrete. In una ordina l’acquisto di un paio di scarpe con tacchi di 16 centimetri da 3 mila euro. In un’altra risponde alla sua amica, figlia dell’emiro del Qatar, che la invita a lasciare la Siria prima che suo marito faccia la fine di Gheddafi o Mubarak. Ma lei rifiuta l’ospitalità.

Sa che, finché i russi lo appoggiano, Assad è sicuro. E può atteggiarsi a difensore della laicità contro l’Isis.  
Mauro Suttora


Thursday, May 04, 2017

Emmanuel e Brigitte Macron

RITRATTO INDISCRETO DELLA NUOVA COPPIA PRESIDENZIALE FRANCESE
Galeotto fu Eduardo
di Mauro Suttora
Oggi, 4 maggio 2017
«Mamma, c’è un pazzo nella mia classe che sa tutto su tutto!». La quindicenne Laurence tornò a casa entusiasta, e fu così che sua madre Bibi (Brigitte) sentì parlare per la prima volta di Manu (Emmanuel).
Era 24 anni fa, 1993. E 24 sono anche gli anni di differenza d’età fra Bibi, prof di francese e latino al liceo gesuita di Amiens, ed Emmanuel Macron, il presidente più giovane nella storia di Francia dopo Napoleone.
Manu è in seconda liceo, figlio di due medici: intelligente, brillante, affamato di cultura. Legge Gide, preferisce Brel e Leo Ferré ai Nirvana. Bibi è la sesta figlia della famiglia Trogneux, catena di pasticcerie, i macaron più rinomati di Francia dopo i Ladurée.
Entrambi appassionati di teatro, lei da regista lo sceglie come attore (qualcuno dice che la sua regista sia ancora lei) per recitare con la compagnia del liceo la piéce di Milan Kundera Jacques e il suo padrone (qualcuno dice che la sua padrona sia ancora lei).
Scatta la scintilla fra Manu e Bibi. Lei lo inizia a Voltaire e Baudelaire, lui è estasiato dagli occhi blu della prof 39enne madre di tre figli, sposata a un banchiere, reputazione impeccabile (fino a quel momento).
L’anno dopo scoppia l’amore grazie a Eduardo De Filippo. «Riscriviamo assieme l’Arte della Commedia per aggiungere qualche ruolo?», propone l’intraprendente Manu a Bibi. Si vedono ogni venerdi pomeriggio per aggiungere dei ruoli. I genitori di Manu pensano che lui vada a casa di Laurence. Invece è della mamma che il ragazzo è innamorato. «Sentivo che scivolavo, e lui anche…», ricorda Bibi.
Scoppia lo scandalo ad Amiens, città di provincia. La dottoressa Macron affronta Bibi a muso duro: «Signora, ma si rende conto? Lei ha già una famiglia. Il mio Manu con lei non potrebbe neanche avere dei figli». La diffida dal riavvicinarsi all’adolescente. «Non posso prometterle niente», risponde l’orgogliosa Bibi. La quale, dalla sua parte, subisce i rimproveri più dei fratelli maggiori che del marito.
Per tagliare, lei chiede a Manu di trasferirsi a Parigi, a finire il liceo e superare la maturità. «Quando torno a 18 anni, qualunque cosa tu faccia ti sposo!», le promette (minaccia) lui.
«Fu uno strazio, eravamo lacerati tutti e due», ricorda Bibi, «ma alla fine ha vinto l’amore e ho divorziato. Impossibile resistere».
Anche lei si trasferisce a Parigi, va a insegnare nel liceo San Luigi Gonzaga del XVI arrondissement, quartiere dei ricchi. Manu il perfetto frequenta tutte le scuole giuste: università a Sciences politiques, specializzazione all’Ena (Ecole nationale d’administration), fucina di tecnocrati. Viene notato da Jacques Attali, grande intellettuale socialista, che lo introduce nei circoli del partito.
Nel 2007 l’ereditiera dei macaron sposa Macron, solo una vocale in meno. I figli di Bibi cominciano ad accettare la nuova realtà. La carriera di Manu parte come un missile. Nel 2010 lascia il ministero delle Finanze e si fa assumere dalla banca Rothschild. Per farsi odiare ancora un po’ di più a sinistra diventa consulente della multinazionale Nestlé. In un anno e mezzo guadagna un milione di euro.
Poi l’Eliseo: consigliere economico del presidente Hollande, nel 2014 ministro dell’Economia. Ma capisce che la barca socialista sta affondando: molla il ministero, poi anche il partito. L’anno scorso ne fonda uno nuovo, tutto suo, con le stesse iniziali: En Marche!
La sera della vittoria al primo turno delle presidenziali Emmanuel Macron pronuncia un discorso con due frasi bellissime. La prima: «Applaudiamo i nostri avversari». Niente politica dell’odio, basta insulti. La seconda: «Ringrazio mia moglie Brigitte. Senza di lei io non sarei io». 
Sotto il palco, Bibi con le sue belle gambe da 64enne in leggings lo applaude commossa. Accanto a lei urlano di gioia due stupende donne bionde: Laurence e Tiphaine, le sue figlie. Manu di figli non ne ha avuti, ma ora sette nipotini lo chiamano daddy.
Ah, anche fra il nuovo presidente Usa Donald Trump e sua moglie Melania ci sono 24 anni di differenza. Che coincidenza. E che differenza con la Première Dame Brigitte Macron Trogneux.
Mauro Suttora