Friday, September 11, 2026

Emma Bonino. Il punto più alto dell’emancipazione femminile in Italia

L’eroica battaglia per l’aborto legale, le lotte da commissario europeo elogiate in tutto il mondo, il sodalizio fruttuosissimo e molto controverso con Marco Pannella, tutto quello che siamo e non saremmo, tutto quello che le donne sono diventate. Storia di una grandezza

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 11 settembre 2026 

Sarebbe diventata presidente della Repubblica nel 1999, se non ci fosse stata la candidatura imbattibile di Carlo Azeglio Ciampi. Emma Bonino, nata a Bra (Cuneo) nel 1948, rappresenta il punto più alto nella storia dell’emancipazione femminile in Italia. Prima di Giorgia Meloni, arrivata alla presidenza del Consiglio nel 2022, era stata ministro degli Esteri nel 2013, con il breve governo di Enrico Letta.

Quei dieci mesi alla Farnesina furono interrotti dal ciclone Matteo Renzi, il quale incomprensibilmente sostituì Emma con la semisconosciuta Federica Mogherini. Ma lei, da vera signora, incassò il clamoroso schiaffo senza batter ciglio. E anzi, alle Europee 2024 accettò l’alleanza con Renzi per cercare di superare la ghigliottina del 4% col proprio partito, Più Europa. Niente rancori, ma missione fallita.

Tanti fallimenti ma anche tante vittorie, nella vita di Emma Bonino.

Che ormai, da dieci anni col suo turbante post-tumore polmonare, era diventata un monumento vivente del nostro Parlamento. Presente ininterrottamente da mezzo secolo alla Camera o al Senato (che ha vicepresieduto nel 2008-13), ha in realtà mietuto i maggiori successi a Bruxelles, dov’è stata eurodeputata dal 1979 al 2006, e soprattutto commissaria europea per la tutela consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari nel 1994-99.

Su quella poltrona fu issata da Silvio Berlusconi, nei pochi mesi di alleanza fra la neonata Forza Italia e la lista Pannella. Il capo radicale riuscì a convincere il premier Berlusconi a far rappresentare l'Italia in Europa da Bonino e Mario Monti, contro il parere di Giuliano Ferrara che le preferiva Giulio Napolitano per ammansire il Pds.

Emma ripagò la fiducia di Silvio con un clamoroso successo: alla fine del suo quinquennio fu unanimemente incoronata migliore commissaria Ue. Le Monde le dedicò un’intera pagina di elogi, idem l’Economist e il Financial Times; alle Canarie le dedicarono una strada per la sua difesa dei pescatori spagnoli. Il mondo intero scoprì le angherie dei talebani afghani quando lei finì in carcere a Kabul, e le persecuzioni del presidente serbo Slobodan Milosevic dopo la sua visita ai profughi kosovari. In quel periodo era candidata a tutto: Alto commissariato Onu per i rifugiati, quello per i diritti umani, addirittura segretario generale delle Nazioni unite.

Ma ormai in Italia la stella di Berlusconi si era (provvisoriamente) spenta, cosicché nel '99 Bonino non fu promossa presidente della Commissione Ue: quella poltrona andò a Romano Prodi, e lei perse pure la propria, perché secondo commissario italiano rimase Monti.

Anche in questo caso, però, nessuna ruggine con Prodi. Anzi, il professore nominò poi Bonino ministro del Commercio estero e degli Affari europei nel suo secondo governo, dal 2006 al 2008.

Ma la grande rivincita, e lo zenit del suo percorso politico, arrivarono per Emma nel 1999. Furbamente Pannella, relegato il partito radicale a campagne transnazionali o a lotte super partes come quella contro il sovraffollamento delle carceri, rinunciò a presentarsi alle elezioni europee con la solita lista a proprio nome, come aveva fatto con scarsi risultati negli anni '90. Visto il consenso internazionale di Bonino, ribattezzò col cognome di lei le liste radicali. E contemporaneamente l’ex deputato pannelliano Giovanni Negri scatenò i battage pubblicitari “Emma for president” (della Repubblica) e “Emma for Europe” con pagine su quotidiani, spot tv e massicci mailing acquistati grazie a cinque dei dieci miliardi di lire incassati vendendo alcune frequenze di Radio radicale al Sole 24 Ore (che inaugurò così Radio 24).

Il risultato fu enorme, per i radicali assuefatti al tre per cento:

8,5%, quarto partito dopo Forza Italia, Ds e An. In tutto il nord la lista Bonino superò An, a volte i Ds, e in varie città del Veneto e a Monza si ritrovò secondo partito dopo FI, con percentuali attorno al 13. A Bruxelles approdarono ben sette eurodeputati boniniani.

I radicali si definivano “lib-lib-lib”: liberali, liberisti e libertari. A destra in economia, a sinistra per i diritti civili.

Sempre contro l’intromissione dello stato nella vita privata dei cittadini, fossero tasse o divieti eccessivi. Unico faro: la libertà individuale. Risultato: la sinistra li detestava per il loro liberismo, la destra per il loro antiproibizionismo. Ma nel '99 la lista Bonino pencolava verso il centrodestra, per cui a sinistra fu velenosamente soprannominata “linea giovane di Forza Italia”.

Berlusconi, preoccupato dalla concorrenza interna, propose ai radicali di entrare nella sua coalizione, anche perché i voti successivi (Regionali 2000, Politiche 2001) si svolgevano con il metodo maggioritario, e non proporzionale come alle europee. Pannella gli rispose picche, e Silvio si vendicò definendo Bonino “protesi di Pannella”: un inarrivabile maschilismo. “È stato Marco a insegnarmi tutto in politica”, ammise lei, “ma non ho bisogno di ammazzare il padre per diventare grande”.

In effetti il rapporto fra i due leader radicali andrebbe studiato.

Entrambi pesi massimi della politica ma zavorrati da un partito microscopico, dagli anni '70 hanno cambiato la vita degli italiani contando elettoralmente nulla. L’elenco delle loro vittorie è lunghissimo: divorzio, obiezione di coscienza alla naja, voto ai diciottenni, aborto, smilitarizzazione della polizia, diritti degli omosessuali, chiusura delle centrali atomiche, elezione diretta dei sindaci, finanziamento pubblico ai partiti, corte penale internazionale, fecondazione assistita...

E poi le altre battaglie: contro la fame nel mondo, la pena di morte, l’ergastolo, la caccia; e per la droga legale, il voto maggioritario, la giustizia giusta (caso Tortora), gli Stati Uniti d’Europa, la rivoluzione liberale, l’eutanasia.

Per mezzo secolo hanno raccolto firme in piazza, organizzato marce, inscenato sit-in, digiunato, confezionato irritanti comunicati di protesta. Nonostante il fastidio, sono sempre stati giudicati puliti e preziosi nel mortifero panorama politico italiano. Fisicamente erano l'opposto: lui si portava appresso 120 chili dislocati su 190 centimetri, lei ne pesava 50 per uno e 60 di altezza. Li univa l’amore per la nicotina, che li ha uccisi, e la parlantina. Ma anche nella dialettica erano agli antipodi: barocco e fluviale lui, concreta e concisa lei.

Apostoli della democrazia diretta, dal 1974 ci hanno fatto votare per una sessantina di referendum. Entrarono assieme rumorosamente per la prima volta in Parlamento nel 1976: lui con un completo di lino bianco alla Grande Gatsby, lei in zoccoli e jeans. Entrambi sono finiti in carcere: Pannella nel 1968 nella Bulgaria comunista dove protestava contro l’invasione di Praga, e sette anni dopo a Regina Coeli per uno spinello; Bonino nel 1975 per gli aborti e nel 1990 a New York per avere distribuito siringhe contro l’Aids. Nel ‘78 s'imbavagliarono in tv per denunciare la censura: oggi quel gesto è studiato nelle università Usa.

Emma a vent’anni era abortista, a cinquanta orgogliosa di farsi fotografare con papa Wojtyla. Ha fatto cadere un presidente, Giovanni Leone, e ne ha fatto eleggere un altro, Oscar Luigi Scalfaro – poi si è scusata col primo e ha litigato col secondo. Mai sposata, niente figli, una grande passione assieme al compagno (anche di vita, per un po') deputato radicale Roberto Cicciomessere: la barca a vela. Che prestarono a Toni Negri per farlo fuggire in Corsica.

Una quindicina di anni fa Bonino perse l’esclusiva sul proprio nome. Dicendo “Emma”, infatti, non ci si riferiva più a lei, perché nel frattempo erano nate altre stelle omonime: la presidente di Confindustria Marcegaglia, la cantante Emma Marrone.

Nel 2016 la perdita più grande, dopo quella dei genitori: Pannella. Negli ultimi tempi non andavano granché d’accordo. Forse lei in vista dei 70 anni si era politicamente emancipata, e mal sopportava le mattane del mattatore. I pannelliani di stretta osservanza la accusarono nientedimeno che di essere una volgare "radicaldemocratica", come Massimo Teodori o Angelo Panebianco in precedenza scomunicati. Invece loro erano orgogliosamente “radicalnonviolenti”, e seguivano fedelmente il vecchio guru in ogni suo sciopero della fame e della sete, compresi quelli leniti bevendo una gollata della propria pipì.

Poco attratta dall’urinoterapia, la povera Emma subì l’estremo affronto: le fu impedito dagli adepti di dare l’ultimo saluto a Marco sul suo letto di morte. Da allora, la principale battaglia di Emma Bonino è stata quella per l’unificazione dell'Europa. Contro gli opposti populismi e sovranismi di destra e sinistra, con Ucraina e Israele. E avendo al fianco Benedetto Della Vedova dentro al parlamento e Marco Cappato fuori, i suoi più validi eredi.

Ma nei libri di storia Emma finirà soprattutto perché, assieme all’altra radicale Adele Faccio, è stata il simbolo del femminismo che ha scosso l’Italietta degli anni ‘70. I bigotti ancor oggi pensano di sfregiarla pubblicando la foto in cui praticava aborti clandestini con una pompa di bicicletta. Fingono di ignorare che era proprio quella l’interruzione di gravidanza meno invasiva per le donne: il metodo Karman per aspirazione.

Le femministe degli ambulatori self-help autogestiti fondarono il Cisa (Centro informazione sterilizzazione e aborto), che costrinse la Democrazia cristiana a depenalizzare l’aborto con la legge 194 del 1978. Finì così la piaga delle decine di migliaia di aborti clandestini che mieteva vittime fra le donne con la complicità dei “cucchiai d’oro”, ginecologi spesso cattolici che si facevano strapagare i loro interventi. Un medioevo terminato grazie a Emma Bonino. 

Tuesday, September 01, 2026

Classifica di durata, da Romolo a Meloni

Abbiamo fatto un gioco, spulciando nella storia della penisola. In testa alla classifica c'è Alberico Cybo Malaspina, un nome oscuro ai più malgrado la straordinaria longevità di governo. Per la premier ci sono margini molto limitati di scalata, può aspirare a raggiungere Berlusconi e Giolitti

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 settembre 2026
 
Giorgia Meloni batte il record del governo più lungo nella storia dell'Italia unita (dittatura mussoliniana a parte). Per celebrare l'evento abbiamo fatto un gioco, compilando la classifica di 70 governanti fra i più duraturi nella penisola dai tempi di Romolo. Abbiamo considerato tutti gli stati preunitari, quindi anche papi e imperatori romani. Per i Re di Roma diamo per buone le date di Tito Livio. E per le varie dinastie locali citiamo solo i più longevi.
 
A guidare la classifica, una sorpresa: Alberico Cybo Malaspina, principe di Massa e marchese di Carrara 400 anni fa. Un nome oscuro ai più, ma che con i suoi 69 anni di regno supera tutti. Una sua discendente, Maria Teresa, è al quinto posto con 59 anni. Al secondo posto ecco il Re lazzarone: a Ferdinando I delle Due Sicilie piaceva più cacciare e divertirsi che governare. Ciononostante sopravvisse a Napoleone trincerandosi in Sicilia, per poi tornare a Napoli con la Restaurazione. Spesso i lunghi regni iniziavano con scomparse premature del genitore: è il caso della mitica Matilde di Canossa, al terzo posto. E la durata produceva o grandi espansioni territoriali, come per i Savoia primi in classifica, o lunghi periodi di pace, come per i Medici e Leopoldi in Toscana.
 
Ogni personaggio ha una storia a sè. L'unica regola è che le moderne democrazie non riusciranno più a eguagliare i record del passato, perchè le elezioni sono in mano a opinioni pubbliche volubili. 
 
Oggi soltanto i dittatori riescono a durare a lungo al potere. Emblematica fu la conferenza di pace di Potsdam nel 1945: Winston Churchill, vincitore della Seconda guerra mondiale, perse le elezioni proprio durante i lavori e dovette abbandonarla, tornando a casa. Fu sostituito al volo da Clement Attlee, sotto gli occhi allibiti del coriaceo Josef Stalin. Insomma, Giorgia Meloni non aspiri a salire molto in questa classifica. Se le andrà bene, potrà al massimo raggiungere Giovanni Giolitti e Silvio Berlusconi, recordman dell'Italia moderna.
 
Alberico di Massa Carrara 69 anni al potere (1553-1623)
Ferdinando I Due Sicilie 65 (1759-1825)
Matilde di Canossa 62 (1053-1115)
Amedeo VIII di Savoia 60 (1391-1451)
Maria Teresa Cybo Malaspina (1731-90)
Vittorio Amedeo Savoia II 55 (1675-1730)
Cosimo III Medici 53 (1670-1723)
Berengario del Friuli 50 (874-924)
Arechi di Benevento 50 (591-641)
Carlo Emanuele I Savoia 50 (1580-1630)
Ferdinando II Medici 49 (1621-70)
Niccolò III d'Este 48 (1393-1441)
Vittorio Emanuele III 46 (1900-46)
Servio Tullio 44 (578-35 a.C.)
Numa Pompilio 43 (715-672 a.C.)
Carlo Emanuele III 43 (1730-73)
Federico II Svevia 42 (1208-50):
Ottaviano Augusto 41 (27 a.C-14)
Carlo Magno 40 (774-814)
Tarquinio Prisco 38 (616-579 a.C.)
Giovanna I di Napoli 38 (1343-81)
Federico da Montefeltro 38 (1444-82)
Romolo 37 (753-16 a.C.)
Teodolinda 37 (589-626)
Cosimo I Medici 37 (1537-74)
Ferdinando I di Napoli 36 (1458-94)⁷
Federico Barbarossa 35 (1155-1190)
Filippo Maria Visconti 35 (1412-47)
Ferdinando I Napoli 35 (1458-94)
Leopoldo II Toscana 35 (1824-59)
Papa San Pietro 34 (33-67)
Roberto d'Angiò Napoli 34 (1309-43)
Francesco Foscari Venezia 34 (1423-57)
Ludovico Gonzaga Mantova 34 (1444-78)
Maria Luigia di Parma 33 (1814-47)
Teodorico 33 (493-526)
Tullo Ostilio 32 (672-40 a.C.)
Liutprando 32 (712-44)
Lotario I 32 (818-50)
Papa Pio IX 32 (1846-78)
Francesco IV Modena 32 (1814-46)
Costantino 31 (306-337)
Vittorio Emanuele II 29 (1849-78)
Papa Giovanni Paolo II 26 (1978-2005)
Papa Leone XIII 25 (1878-1903)
Leopoldo I Toscana 25 (1765-90)
Arduino d'Ivrea 25 (990 -1015)
Tarquinio il Superbo 25 (535-509 a.C.)
Anco Marzio 24 (640-616 a.C.)
Pietro Tribuno Venezia 24 (888–912)
Papa Pio VI 24 (1755-99)
Tiberio 23 (14-37)
Antonino Pio 23 (138-61)
Umberto I 22 (1878-1900)
Benito Mussolini 22 (1922-45)
Adriano 21 (117-38)
Diocleziano 21 (284-305)
Marco Aurelio 19 (161-80)
Desiderio 18 (756–74)
Odoacre 17 (476-93)
Domenico Contarini Venezia 16 (1659-75)
Rotari 16 (636–52)
Simone Boccanegra Genova 13 (1339-63)
Napoleone 12 (1802-14)
Giovanni Giolitti 10 (tra 1892 e 1921)
Silvio Berlusconi 9 (tra 1994 e 2011)
Giulio Andreotti 7 (tra 1972 e 1992)
Alcide De Gasperi 7 (1945-53)
Aldo Moro 6 (fra 1962 e 1974)
Giorgia Meloni 4 (2022-?)