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Monday, December 06, 2010

Museo del Novecento

Apre a Milano il museo del secolo

Nell'ex arengario arrivano i quadri più belli

Dal Futurismo all' Arte povera. Da Fontana a De Chirico. Tutte le avanguardie italiane nate nella capitale lombarda trovano una nuova casa nel centro della città. E come al Louvre...

di Mauro Suttora

Oggi, 8 dicembre 2010

L'orrendo Arengario di piazza Duomo fu fatto costruire da Benito Mussolini per avere un balcone da cui, appunto, arringare la folla. Il dittatore morì prima di riuscirci. Da allora, nessuno ha mai saputo bene cosa fare di quel tetro palazzo. Finalmente, il 6 dicembre ci nasce il Museo del Novecento.

Tre anni di lavoro e 20 milioni di euro per ospitare 350 quadri: il meglio delle 4 mila opere possedute dal Comune di Milano, e finora sparpagliate nelle raccolte civiche: dalla Gam (Galleria di arte moderna) nella villa Reale di via Palestro a un delizioso e sconosciuto museo, la Fondazione Boschi Di Stefano in una traversa di corso Buenos Aires, via Jan.

Sarà un grande evento, paragonabile all'inaugurazione del romano Maxxi (Museo arte XXI secolo) sei mesi fa. Come al Louvre, si potrà entrare nel museo direttamente dal metrò. «La grande rampa a spirale interna sarà la sua cifra architettonica più significativa, che lo renderà universalmente riconoscibile», dice il sindaco Letizia Moratti. All'ultimo piano, visibile dalla piazza, c'è il neon bianco che Lucio Fontana realizzò per la Triennale del 1951. Sulla terrazza, un ristorante gestito dal rinomato Giacomo e uno spazio aperitivi. E poi un cinema, come al Moma di New York.

«L'arte italiana è conosciuta all'estero per il Rinascimento e, nel Novecento, per due movimenti d'avanguardia: Futurismo e Arte povera», spiega l'assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory. «Il fatto che il museo abbia come "perni" queste due collezioni costituisce perciò un evento di portata internazionale».

Si entra dal metrò

Arrivando dal metrò, il primo incont ro è con il pezzo forte del Museo: il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901), che aprì il secolo con le sue speranze social ste. Poi due sculture di Giorgio De Chirico, anch'esse sempre visibili dal pubblico, senza biglietto da pagare (a proposito: fino a fine febbraio l'ingresso è gratis).

Entrando, un tocco internazionale: Picasso, Braque, Klee, Kandinskij, Modigliani. Quindi la prima sala dedicata al futurismo, con Umberto Boccioni in evidenza. Seguono, in ordine cronologico, le sale De Chirico, Morandi, Martini e Piero Manzoni. Al terzo piano lo spazio dedicato a Burri e agli anni Cinquanta e Sessanta dei maggiori maestri italiani (Vedova, Capogrossi, Novelli).

Passerella sospesa

La sezione conclusiva sta al secondo piano dell'adiacente Palazzo Reale, collegata all Arengario da una passerella sospesa e dedicata agli anni Sessanta: arte cinetica con una serie di ambienti del gruppo T, poi la pop art italiana e infine l'Arte povera del biellese Michelangelo Pistoletto e del milanese Luciano Fabro. La serata di inaugurazione avrà una colonna sonora con i brani che hanno punteggiato il secolo milanese: dal Trio Lescano al Quartetto Cetra, da Enzo Jannacci a Giorgio Gaber, da Mina a Ornella Vanoni. Alcuni «testimonial» hanno «adottato» i loro quadri preferiti, a cominciare dal centenario critico Gillo Dorfles.

Fra le donne, la scrittrice Camilla Baresani spiega a Oggi la sua predilezione per Ottone Rosai: «Veniva denigrato come semplice bozzettista, invece era un intellettuale completo. Fu ottimo scrittore: il suo Diario di un teppista, appena ristampato da Vallecchi, nella prima edizione è una delle rarità più valutate del Novecento. Fu ardito fascista, ma anche omosessuale, e si vergognava di questa sua condizione che ne fece un artista "maledetto"».

Milioni in piazza Duomo

Come sarà accolto questo nuovo museo? «Puntiamo a 250 mila visitatori all' anno», spera Finazzer, «che sommati al milione e 700 mila dell'attiguo Palazzo Reale fanno due milioni. Milano è ormai in grado di offrire a tutti i turisti che arrivano in piazza Duomo attrattive di alto livello. Il museo è stato costruito per rapportarsi con la piazza, la metropolitana, le luci, le vetrate del Duomo. In un momento di crisi finanziaria e di caos politico, Milano dice all'Italia che si può uscirne anche grazie a una grande opera pubblica culturale».

La scrittrice Camilla Baresani, 48 anni, ha un debole per Ottone Rosai (1895-1957): «Questo suo Mulino del ' 38 sembra l'opera di un bozzettista, ma Rosai in realtà fu un grande artista "maledetto"».

Ornella Vanoni, 76, la cantante milanese per antonomasia, sarà presente alla serata inaugurale del 6 dicembre anche con alcune canzoni. «Il mio preferito è Boccioni», dice. Al museo c'è il quadro Quelli che restano, del 1911.

La conduttrice tv Camila Raznovic, 36, ha «adottato» il più celebre dei tre quadri di Amedeo Modigliani esposti nel Museo del Novecento: Ritratto di Paul Guillaume, dipinto nel 1916, solo quattro anni prima di morire.

Marta Marzotto, 79 anni, «adotta» l'opera giovanile del suo amante Renato Guttuso (1911-87): Piccola nuda sdraiata (1940).

Mauro Suttora

Friday, May 19, 2000

Libertari: destra o sinistra?

LIBERTARI

di Mauro Suttora 
Il Foglio, maggio 2000

I libertari sono di destra o di sinistra? Si sta sviluppando in Italia, con un quarto di secolo di ritardo rispetto agli Usa, il dibattito sulle libertà individuali. Ma, contrariamente a ciò che pensano Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione, i libertari italiani del Duemila si ritrovano più a destra che a sinistra. E così nascono come funghi gruppi di anarco-capitalisti, libertari della Lega, libertari radicali, libertari per il libero mercato...

A Milano, in concorrenza alla libreria Utopia di largo La Foppa, regno degli anarchici storici di «A-rivista anarchica» e della rivista «Libertaria», è nata la libreria Libertaria di Fabio Massimo Nicosia, capofila dei «free market libertarians» che hanno come esponenti italiani i professori Raimondo Cubeddu dell’università di Pisa, Carlo Lottieri e Marco Bassani.

Accanto alla tradizionale casa editrice Eleuthera (anarchici di sinistra) prosperano le edizioni Liberilibri di Macerata (libertari di destra, hanno pubblicato l’opera di David Friedman, figlio del Nobel Milton) e l'editore anarcoleghista Leonardo Facco di Treviglio (Bergamo).
Il Saggiatore ha appena ristampato il classico del 1974 dell’harvardiano Robert Nozick «Anarchia, stato, utopia», ma i libertari/liberisti italiani si rifanno più alla scuola «austriaca» (Carl Menger, Ludwig Von Mises, il Nobel Friedrich Von Hayek e il loro discepolo americano Murray Rothbard, ripubblicati da Liberilibri, Rubbettino e Ideazione di Domenico Mennitti, ex An).

Il «Circolo» milanese di via Marina, che fa capo a Marcello Dell’Utri (Forza Italia) riempie la sua sala con le conferenze organizzate da Massimiliano Finazzer Flory: accanto al filosofo Giulio Giorello discettano sul libertarismo di mercato (privatizzazioni, droga, diritti individuali) esponenti anarchici come Pietro Adamo e radicali come Angiolo Bandinelli e Iuri Maria Prado. Il professor Sergio Ricossa, maitre-à-penser dei liberali italiani, si dichiara apertamente e non provocatoriamente «anarchico». Si moltiplicano interessanti riviste (Enclave a Bergamo, Elite a Napoli) e vivaci siti Internet (radicali.it, libertari.org, i veneti di Libertarissima, i leghisti di Padania libera, liste di discussione italiane sul sito Usa onelist.com), con chat lines affollate da saputi e tignosi ventenni.

Quale sarà lo sbocco politico di tutto questo ribollire in ambito culturale, universitario e di filosofia politica ed economica? Che paradossalmente diventi proprio la tendenza libertaria il mastice giovanile e «militante» di un nuovo Polo allargato a Lega e alla lista Bonino, in contrapposizione al conservatorismo catto-statalista di destra e sinistra?

«Per dire se i libertari sono di destra o di sinistra bisogna prima definire i termini “libertario”, “destra” e “sinistra”», premette il professor Angelo Panebianco. E non dice un’ovvietà, perché attorno al significato stesso di queste tre parole il dibattito è apertissimo. «I libertari sono dei liberali estremisti, come gli anarcoliberali della scuola di Chicago di Friedman non accettano lo Stato nemmeno nella qualità di “male necessario”, e vogliono limitarlo fino a farlo scomparire. Sono fautori di una distruzione della sfera pubblica in quanto tale, e di una privatizzazione integrale. Quanto alla distinzione fra destra e sinistra, mentre oggi in Italia lo statalismo è presente in entrambe, per il liberalismo questo è già più difficile. Ma, così com’è sempre stato impossibile collocare gli anarchici sull’asse destra-sinistra, anche per i libertari c’è questa difficoltà».

Secondo la famosa definizione di Von Hayek i liberali si collocano al terzo lato di un triangolo i cui altri due lati sono occupati da socialisti e conservatori. È uno schema che si può applicare anche all’Italia, con i radicali «terzo polo» fra Centro-sinistra e Centro-destra? «Veramente certi libertari americani considerano perfino Hayek un pericoloso statalista», spiega Panebianco. «Quanto ai nostri radicali, non sono dei “libertarians” in senso proprio, perché non hanno mai considerato la politica come un àmbito che va distrutto, a beneficio del mercato. Anzi, tutta la storia di Marco Pannella testimonia il primato della politica. Le posizioni liberiste in economia della lista Bonino, poi, sono quelle dei liberali classici, e non mi sembrano affatto estremiste: i radicali italiani, per esempio, non parlano di privatizzare le prigioni, come chiedono i libertari».

Quindi l’ondata di libertarismo è confinata al dibattito accademico? «Sicuramente dopo la caduta del Muro di Berlino il pensiero liberale, comprese le sue versioni libertarie più spinte, ha dominato la scena mondiale», dice Panebianco. «Non così in Italia. Però oggi anche da noi un ventenne destinato a una carriera intellettuale è più attratto dai pensatori liberali che non da quelli marxisti che monopolizzavano la scena venti o trent’anni fa».

Quasi quarant’anni fa, nel 1962, Pannella diventò segretario radicale e puntò sui temi libertari per rivitalizzare un partito che fino ad allora era soltanto liberale, anche se propugnatore delle «aperture a sinistra». «Pannella recuperò dalla grande tradizione anarchica l’anticlericalismo e l’antimilitarismo, due parole vietate dalla cultura dello Stato etico, fosse esso fascista, cattolico o comunista», spiega Angiolo Bandinelli, già segretario e parlamentare del Pr. «L’anticlericalismo sfociò nella legge sul divorzio del ‘70 e nella vittoria del referendum quattro anni dopo, l’antimilitarismo nella legalizzazione dell’obiezione di coscienza al servizio militare conquistata nel '72».

In quegli stessi anni nascono anche i «libertarians» americani, sull’onda del rifiuto della coscrizione obbligatoria per il Vietnam. «E all’inizio si collocavano nell’ambito dell’estrema sinistra», dice Nicosia, che sta per pubblicare «Il sovrano occulto» da Franco Angeli, «perché allora la destra negli Stati Uniti era statalista. Fu solo più tardi, con l’avvento di Ronald Reagan e con l’influenza di Milton Friedman, che i repubblicani si convertirono allo slogan “meno Stato”».

I libertari americani hanno come punto di riferimento Henry David Thoreau. Quelli europei, invece, Pierre-Joseph Proudhon, con il suo celebre motto «la proprietà è un furto». Niente di più diverso, e questa differenza si riverbera ancor oggi sui movimenti dei due continenti. 

«Noi anarchici siamo di sinistra, se per sinistra si intende l’obiettivo dell’uguaglianza, della libertà e l’esaltazione della diversità», sostiene Luciano Lanza, direttore della neonata rivista «Libertaria» dopo aver fondato «A-Rivista anarchica» nel ‘71 e avere diretto il trimestrale «Volontà» dal 1980 al ‘96. «Ma non siamo di sinistra se per sinistra si intende quella oggi egemone, cioè statalista. Insomma, è corretto dire che l’anarchismo non è né di destra né di sinistra, perché la sua dimensione si realizza in un al di là della politica come viene comunemente intesa, cioè lotta per la conquista del potere».

«Anche gli anarco-capitalisti rifiutano la politica parlamentare», precisa Nicosia, «perché intendono rimpiazzarla con il libero mercato basato sul diritto di proprietà». «Ma risolvere la politica nell’economia è quanto di peggio possa succedere», obietta Lanza. «La nostra non è certo una posizione conservatrice», ribatte Nicosia, «anzi è rivoluzionaria, perché un vero libero mercato spazzerebbe via tutti gli interessi consolidati monopolistici e oligopolisti del grande capitalismo familiare e mafioso italiano». 

In polemica con il protezionismo della Confindustria perfino un acceso liberista come il radicale Ernesto Rossi 40 anni fa si schierò per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. «Ma era una contraddizione solo apparente», lo giustifica Bandinelli, «perché una delle principali caratteristiche dei radicali italiani è sempre stata il pragmatismo anglosassone, estraneo alla tradizione idealistica e ideologica italica».

Niente totem né tabù, insomma, e così il partito radicale, diventato il principale interprete del libertarismo nostrano, conclude nel 1981 la stagione delle lotte per i diritti civili con il referendum sull’aborto. Ma c’è un filo rosso che collega i diritti di libertà personale degli anni Settanta a quelli economici degli anni Novanta l’antiproibizionismo, ovvero la quintessenza del libertarismo. «E la sinistra non è mai stata antiproibizionista, né allora né oggi», attacca Nicosia, «perché per esempio, nonostante tutte le posizioni per la legalizzazione della droga dei Ds o del ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, gli statalisti hanno sempre in mente un “servizio pubblico” che deve proteggere il “povero“ cittadino, come i drogati da assistere tramite i burocrati dei Sert in alternativa all’internamento nelle comunità terapeutiche».

«Ma ormai abbiamo così introiettato il diritto dello Stato a intromettersi nei nostri affari privati, con la scusa di “proteggerci”, che accettiamo il casco obbligatorio per i motociclisti, e i tifosi non possono neanche più urlare quello che vogliono negli stadi», si ribella Aldo Canovari di Liberilibri. Così i libertari rispondono con provocazioni «Privatizziamo il chiaro di luna», è per esempio il titolo di un libro di Lottieri, il quale sostiene l’ardita tesi secondo la quale il liberismo spinto sarebbe la migliore ricetta anche per l’ecologia.

parte finale non pubblicata dal Foglio:

«Ma queste rischiano di essere dispute astratte fra professori universitari», taglia corto Bandinelli. Che sintetizza «Oggi gli unici coerenti sono i radicali, libertari sia sul versante dei diritti individuali economici, sia su quello dei diritti della persona, sulla scia del socialismo umanista pre-marxista che rivendicava il diritto di ciascun individuo a essere uomo libero».

Risultato: la lista Bonino è vista con il fumo negli occhi sia dalla sinistra, che li accusa di «liberismo selvaggio», sia dalla destra cattolica che invoca il «diritto alla vita». Per non parlare delle posizioni stataliste-corporative, presenti in egual misura nella sinistra sindacale e nella destra populista che difende i commercianti, i taxisti e perfino la centrale del latte di Roma. 

«Trent’anni fa abbiamo conquistato la libertà di divorziare per i coniugi che non si amano più», protestano i radicali, «oggi con il referendum contro il reintegro intendiamo ottenere la libertà di divorzio anche nel mondo del lavoro». Ma sinistra e destra rispondono all’unisono «Troppa libertà, cari libertari».
Mauro Suttora