Thursday, May 25, 2017

Còrea di Huntington

RIDIAMO DIGNITA' AI MALATI

Contro il 'Ballo di San Vito' non esistono ancora farmaci: la priorità è la qualità della vita di chi ne soffre

di Mauro Suttora

Oggi, 18 maggio 2017

La Còrea di Huntington (dal greco ‘danza’), che colpisce un milione di persone nel mondo, è una malattia ereditaria degenerativa del sistema nervoso centrale. Distrugge i neuroni nelle aree cerebrali che controllano il movimento e le funzioni cognitive. È nota anche come Ballo di San Vito.

L’esordio avviene tra i 30 e i 50 anni. Il decorso invalidante è lentamente progressivo e fatale dopo 16-20 anni di malattia. I sintomi: movimenti involontari patologici, alterazioni del comportamento e deterioramento cognitivo. Non esistono farmaci per prevenire, bloccare o rallentare la progressione della malattia. La probabilità di ereditarla da un genitore malato è del 50%.

La diffusione della malattia è di un caso su 10mila persone. Ma nel mondo ci sono zone con una frequenza 500-1000 volte più alta, come la regione del lago Maracaibo (Venezuela). In Italia i malati sono 6mila, e 18mila chi rischia di ereditare la malattia. L’Istituto Besta di Milano, il Gemelli di Roma e il policlinico Federico II di Napoli e altri centri di eccellenza sono sommersi da richieste di diagnosi, cura e assistenza.

Nel 1993 è stato scoperto il gene che mutando causa la malattia: da allora è possibile individuare con un test tra i soggetti a rischio i portatori, che manifesteranno la sintomatologia coreica.
 
Il 18 maggio papa Francesco ha accolto per la prima volta in Vaticano  un gruppo di malati di Corea del Sud America. Coinvolte anche famiglie di malati da tutto il mondo. Il 16 maggio le famiglie sono state in Senato, invitate dal presidente Pietro Grasso e da alcuni parlamentari.

«Gli ospedali italiani», ci dice la senatrice a vita Elena Cattaneo, che da oltre vent’anni dedica i suoi studi all’Huntington, «devono avere a disposizione personale per farsi carico della cura umana e sociale di questa malattia. La scienza non può ancora offrire cure efficaci che rallentino o blocchino la malattia. Ma l’opera delle associazioni, degli psicologi, infermieri a domicilio, gruppi di auto-aiuto, sostegni economici e una buona informazione possono restituire la dignità che spetta a tutti, e contribuire in maniera decisiva a migliorare la qualità della vita di malati e famiglie».

riquadro:

ANCHE IL GRANDE WOODY GUTHRIE NE SOFFRIVA
Il malato più famoso di Corea, Woody Guthrie, autore della canzone This Land Is Your Land, maestro di Bob Dylan, è morto 50 anni fa, nel 1967. Suo figlio Arlo, anch’egli cantautore (Alice’s Restaurant, Coming into Los Angeles al festival di Woodstock) ha fatto il test, ed è risultato immune.

Mauro Suttora


Thursday, May 18, 2017

Il mistero della bellissima Asma Assad



COME FA LA SOFISTICATA MOGLIE DEL DITTATORE A TOLLERARE L'INFERNO SIRIA?

di Mauro Suttora

Damasco, 14 aprile 2017

Ancora più elegante e affascinante di Rania di Giordania, quando nel 2000 la 25enne Asma Assad arrivò a Damasco per sposare Bashar Assad suscitò grandi speranze. «Questa giovane coppia porterà la libertà in Siria», commentarono gli ottimisti.

Dopo trent’anni di dittatura ferrea di Hafez Assad, padre di Bashar, sembrava arrivato il tempo del disgelo. Bashar non era destinato alla politica, era andato a studiare a Londra dove era diventato oftalmologo. E lì si era innamorato della bellissima figlia di un cardiologo siriano e di una funzionaria dell’ambasciata di Damasco in Inghilterra. Asma è più inglese che siriana: nata e cresciuta a Londra, ha studiato francese e spagnolo all’università.

Svolta inspiegabile con la guerra civile

Per 11 anni non successe granché. Il regime siriano non si democratizzò. Però la coppia presidenziale, complice la gioventù e la classe di lei, quando viaggiava all’estero suscitava ammirazione. E la Siria rimaneva fuori dalle turbolenze del vicino Iraq.

Poi, nel 2011 anche a Damasco scoppiò la Primavera araba, come in Tunisia, Libia ed Egitto. I giovani scesero in strada chiedendo riforme. In un primo momento Assad rispose liberalizzando internet. Poi però la polizia represse nel sangue le manifestazioni. E cominciò la guerra civile che dura tuttora.

Si pensava che la moglie occidentale di Assad avrebbe esercitato un’influenza moderatrice sul marito. Invece niente. Il gentile oftalmologo si trasformò in un governante crudele come il padre. E la leggiadra Asma dietro, senza un tentennamento.

Da Rosa del deserto a First lady dell’inferno

La rivista statunitense Vogue di Anna Wintour (quella de Il diavolo veste Prada), che nel 2010 aveva definito Asma «Rosa del deserto», cancellò l’articolo dal suo sito. In questi sei anni di massacri Asma si è prestata alla propaganda di regime, facendosi fotografare accanto al marito e in visita a vittime della guerra. Mai nessuna dichiarazione, neanche dopo le prime accuse ad Assad di aver usato armi chimiche nel 2013.

La Russia, alleata della Siria da mezzo secolo, appoggia il regime di Assad. E lei, nell’unica intervista data a una tv russa lo scorso ottobre, ha detto di appoggiare suo marito, contro i terroristi dell’Isis. I quali però non sono gli unici nemici del governo di Damasco: l’altra opposizione, quella non legata al Califfato, è stata nuovamente bombardata con armi chimiche il 4 aprile.

Le decine di bambini ammazzati hanno provocato la vendetta del presidente americano Donald Trump, che ha fatto lanciare 59 missili Tomahawk sulla base da cui sono partiti gli aerei assassini di Assad.

In questi anni la vita per Asma e i suoi tre figli continua (quasi) come prima. Per sicurezza la famiglia non vive nel palazzo presidenziale, ma in una villa nel quartiere residenziale di Damasco.

Anche lei è colpita dalle sanzioni Ue, e non può più andare a Parigi a fare shopping. In compenso fa comprare on line abiti, gioielli e mobili di lusso da suoi collaboratori.

E-mail riservate: 3 mila euro per le sue scarpe

Sono state pubblicate alcune sue e-mail segrete. In una ordina l’acquisto di un paio di scarpe con tacchi di 16 centimetri da 3 mila euro. In un’altra risponde alla sua amica, figlia dell’emiro del Qatar, che la invita a lasciare la Siria prima che suo marito faccia la fine di Gheddafi o Mubarak. Ma lei rifiuta l’ospitalità.

Sa che, finché i russi lo appoggiano, Assad è sicuro. E può atteggiarsi a difensore della laicità contro l’Isis.  
Mauro Suttora


Tuesday, April 11, 2017

Totogrillini

Chi potrebbero essere i ministri di un governo grillino. Declina Di Maio, in ascesa Davigo. Quanto a Taverna, Di Battista e Lombardi…

di Mauro Suttora

Libero, 9 aprile 2017

In calo le quotazioni di Luigi Di Maio come candidato premier grillino, dopo il convegno di ieri a Ivrea. Per quanto stimato sia da Davide Casaleggio sia da Beppe Grillo, i due capi del Movimento 5 stelle si rendono conto che l'enfant prodige di Pomigliano (Napoli) a 30 anni è ancora troppo giovane e inesperto per sostenere un peso simile.

Inoltre molti nel M5S storcono il naso di fronte alla malcelata ambizione del ragazzo. Non è ben visto l'eccessivo attivismo del suo principale collaboratore: Vincenzo Spadafora, ex mastelliano (portaborse del presidente campano Andrea Losco), poi con Pecoraro Scanio e Rutelli, infine nominato Garante per l'Infanzia dall'allora ministro Mara Carfagna e dai presidenti delle Camere Fini e Schifani.

Di Maio condivide con Spadafora l'origine geografica e la scarsa propensione agli studi: entrambi non laureati, gli otto esami in cinque anni da fuoricorso rappresentano una piccola zavorra per il vicepresidente della Camera.

Per questo Grillo e Casaleggio sperano in Piercamillo Davigo: sarebbe perfetto come candidato premier 5 stelle. Ma il magistrato non vuole bruciarsi prima delle elezioni: chiede che il suo nome venga fatto solo se e quando il presidente Sergio Mattarella affiderà l'incarico dopo un'eventuale vittoria grillina.

Davigo ritroverà Antonio Di Pietro, che molti 5 stelle avrebbero voluto candidare sindaco di Milano l'anno scorso, era a Ivrea, ha mantenuto buoni rapporti con la società Casaleggio che gli curava il sito web, e fu appoggiato da Grillo alle Europee 2009, con indicazione di voto per Luigi De Magistris e Sonia Alfano: Interni o Giustizia per Tonino.

Altri tre magistrati sono papabili: Nicola Gratteri (bocciato da Napolitano per il governo Renzi), Sebastiano Ardita (messinese, coautore con Davigo del libro 'Giustizialisti', ha fatto una buona impressione a Ivrea), e soprattutto il palermitano Nino Di Matteo.

Finora i grillini hanno avuto rapporti disastrosi con gli intellettuali fiancheggiatori: da Becchi a Pallante, da Di Cori Modigliani a Scienza, tutti quelli una volta valorizzati dal blog di Grillo si sono allontanati per il clima da setta che si è instaurato nel movimento.

Gli unici due a resistere sono Massimo Fini (che ha avuto l'onore di chiudere i lavori ieri) e Aldo Giannuli. Avrebbero dovuto scrivere un libro sulla democrazia diretta con Casaleggio senior se le sue condizioni di salute non lo avessero impedito.

Ma Fini è un anarchico, per lui al massimo potrebbe esserci un seggio da senatore se i grillini ripristineranno la tradizione comunista degli "indipendenti di sinistra" da candidare per chiara fama, senza passare dalle forche caudine delle primarie. Giannuli invece può andare a Interni o Difesa. Il sociologo Domenico De Masi è simpatico ma ingovernabile.

I candidati interni sono tutti deboli. Di Battista e Paola Taverna, i più amati dalla base, sono animali da comizio ma inadatti alla vita istituzionale. Il primo vorrebbe gli Esteri o gli Interni, ma al massimo lo soddisferanno con una onorifica vicepresidenza del Consiglio. La Taverna, ex impiegata in un centro diagnostico, può andare alla Sanità.

Gli unici con la gravitas necessaria per un dicastero, anche per ragioni d'età, sono Nicola Morra (Istruzione), Carla Ruocco (Sviluppo economico) e Roberta Lombardi (Interni). Ma, come Roberto Fico, sono della corrente 'talebana', duramente osteggiata da Di Maio. Toninelli ambisce alle Riforme, il putiniano Di Stefano agli Esteri, Vito Crimi e Barbara Lezzi a qualsiasi cosa li riportino in auge. Ma la società Casaleggio li vede come personaggi un po' troppo folcloristici. E Carlo Freccero non è abbastanza affidabile.

Insomma, i grillini rischiano di replicare a livello nazionale il disastro Roma: per mancanza di competenze interne, finire in mano a furbacchioni dell'ultima ora come Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca Raggi, in carcere da quattro mesi.
Mauro Suttora





Saturday, April 08, 2017

Capo San Raffaele: da bersaglio a eroe grillino

di Mauro Suttora

Lettera43, aprile 2017

Nicola Bedin: wonderboy di Pordenone, bocconiano da 110 e lode, studi in Usa, apprendistato a Mediobanca, a soli 28 anni già issato dal compianto Giuseppe Rotelli sulla poltrona di amministratore delegato del suo impero ospedaliero privato San Donato. Da cinque anni guida anche il San Raffaele, rilevato dai Rotelli per 400 milioni dopo le traversie di Don Verzé.

Qui però un inciampo: nel giugno 2015 la procura di Milano chiude le indagini per una presunta maxitruffa da 28 milioni ai danni del servizio sanitario nazionale. Bedin risulta indagato con il direttore sanitario del San Raffaele e sei primari (fra cui Alberto Zangrillo, famoso come medico personale di Silvio Berlusconi), perché sarebbero stati incassati irregolarmente rimborsi su ben 4mila interventi.
Da allora - e sono ormai passati quasi due anni - tutto tace: né incriminazione né proscioglimento per i dirigenti del San Raffaele.

Ma questo non frena i parlamentari del Movimento 5 stelle dal lanciarsi in un attacco frontale contro Bedin: in un'interrogazione Giulia Grillo (ministra della Sanità in pectore di un eventuale governo grillino) e Paola Taverna (candidata sottosegretaria) chiedono addirittura alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin di "sciogliere il consiglio d'amministrazione del San Raffaele e interdire gli indagati".

Chissà cosa pensano oggi la Grillo (nessuna parentela con Beppe), la Taverna nonché Silvana Carcano (che nel 2013, da capogruppo 5 stelle in regione Lombardia, lottò a fianco dei lavoratori del San Raffaele contro la nuova proprietà), scoprendo che il tanto detestato Nicola Bedin è stato invitato come relatore al convegno che Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, organizza sabato 8 aprile in memoria del fondatore del M5S morto un anno fa.

A Ivrea l'ospite d'onore Bedin, "managing director" del San Raffaele, disquisirà di sanità. Dopo che per anni i poveri parlamentari grillini si erano sgolati contro le "speculazioni" degli ospedali privati, e a favore della sanità pubblica. Contrordine compagni. Finché si trattava di scaldare le piazze, andava bene la demagogia dei Di Battista e Di Maio. Ma quando si sente profumo di governo, inversione a U: entrano in campo i cervelloni di Casaleggio junior. E per gli attivisti non c'è più posto ai convegni del suo Think tank, che li ha esautorati.
Mauro Suttora

Thursday, March 02, 2017

Tomba di Claretta Petacci

Nella palude della burocrazia

ANCHE LA TOMBA DI CLARETTA È RIMASTA ORFANA

L'unico erede dei Petacci ha scritto dagli Usa alla direzione del Verano per pagare la manutenzione, senza però ricevere risposta. Intanto fa scalpore la prima biografia in inglese dell'amante del duce

di Mauro Suttora

Libero, 2 marzo 2017

Più che minacciare di demolire la tomba di Claretta Petacci al cimitero Verano di Roma, bisognerebbe demolire la burocrazia che impedisce di ripararla.
Da due anni, periodicamente, qualcuno lancia l'allarme sullo stato d'abbandono in cui versa la cappella che custodisce i resti dell'amante di Benito Mussolini. Si è anche formato un comitato di nostalgici disposti a raccogliere i fondi necessari ai lavori.

L'unico erede della famiglia Petacci, Ferdinando, ha 74 anni e vive vicino a Phoenix, Arizona. È figlio di Marcello, fratello di Claretta, ed era con i genitori e il fratellino in un'auto del convoglio di gerarchi fascisti che fuggivano lungo il lago di Como alla fine dell'aprile 1945. Ha visto suo padre trucidato dai partigiani mentre cercava di fuggire a nuoto nel lago a Dongo. Sua madre, la bellissima Zita Ritossa, rimase prigioniera dei comunisti per tre giorni assieme ai figli. Non ha mai voluto parlare di quel che le fecero. Ma il fratello maggiore di Ferdinando non si riprese più dallo choc. Zia Claretta aveva lasciato l'Alfa Romeo per riunirsi al suo Benito, e farsi ammazzare assieme a lui.

"Ho scritto un anno fa alla direzione del cimitero Verano fornendo il mio recapito, e dichiarandomi disponibile ad affrontare tutti i lavori necessari per la manutenzione della tomba", ci ha risposto esasperato Ferdinando Petacci dall'Arizona dopo che gli abbiamo riferito dell'ennesimo allarme sullo stato della cappella. Ha allegato fotocopie della sua lettera e della ricevuta di ritorno.

Il personaggio di Claretta continua ad appassionare gli storici. Proprio un mese fa e' uscita la sua prima biografia in inglese, scritta dal professore australiano Richard Bosworth per la Yale University Press. Hanno fatto scalpore su tutti i giornali britannici e americani i dettagli sugli aspetti animaleschi del rapporto che legava Mussolini alla esile ventenne, figlia del medico del Papa.
"A letto con le donne sono una belva", si vantava il duce con lei, magnificando le proprie doti sessuali. E lei, ossessionata dall'amore cieco per il suo Benito, ogni sera scriveva sul suo diario tutto quello che lui le diceva.

Per questo i veri diari di Mussolini non sono quelli apocrifi acquistati da Marcello Dell'Utri e avventatamente pubblicati da Bompiani nel 2010, ma quelli di Claretta Petacci dati alle stampe da Rizzoli un anno prima. Sicuramente autentici: l'Archivio di stato li sequestrò nel dopoguerra, ne studiò e garantì la veridicità, e ne permise la pubblicazione solo a 70 anni di distanza dalla loro compilazione, per proteggere la privacy dei tanti personaggi citati (fra cui insospettabili amanti dell'inesauribile Benito che la gelosissima Claretta via via scopriva, con tanto di figli segreti).

Su questi diari della Petacci si basa la biografia di Bosworth, e sulle tante inedite e clamorose confidenze di Mussolini ("Sterminerò gli ebrei", "La principessa Maria Jose' tentò di sedurmi", "Hitler è pazzo e inaffidabile"). Tutte notizie non reperibili ai tempi della pur ottima prima biografia di Claretta, scritta da Roberto Gervaso negli anni '80.

Altra coincidenza: proprio dieci giorni fa e' scomparso Pasquale Squitieri, regista del film Claretta (1984), interpretata dalla sua Claudia Cardinale. Una delle prime volte in cui non si demonizzava il capo del fascismo. Per questo Squitieri, fino ad allora di sinistra, fu criticato dai comunisti. È da lì maturò la sua svolta a destra, fino all'elezione come senatore di An.

Una delle scene madri del film Claretta la vede fronteggiare quella che lei pensava fosse l'ultima amante di Mussolini, Elena Curti, una bella bionda 23enne che era accanto a lui nell'autoblindo in fuga da Como. Claretta le urla contro, finché i gerarchi le spiegano che si tratta della sua figlia segreta.

Oggi la 95enne Elena Curti, lucida e combattiva, vive ad Acquapendente (Viterbo). È l'ultima sopravvissuta di quella generazione. Che, per quante disgrazie e distruzioni abbia causato all'Italia, incarna un tipo di vita avventurosa che affascina lettori, appassionati di storia e semplici curiosi. Non capita tutti i giorni che una donna giovane, bella e intelligente come Claretta si innamori a tal punto di un dittatore da volersi far uccidere assieme a lui a 33 anni. Per questo le traversie della sua tomba fanno ancora notizia.
Mauro Suttora

Saturday, February 11, 2017

Il M5s odia la libertà e bastona i giornalisti

UN PARTITO INTOLLERANTE AL SUO INTERNO, CHE LANCIA MINACCE ALL'ESTERNO

di Mauro Suttora
Libero, 11 febbraio 2017

Il problema dei grillini non è né Virginia Raggi, né il caos Roma. È la struttura segreta-paranoica del loro movimento a produrre disastri a getto continuo. Da due settimane, disperato, Grillo vieta ai suoi adepti di scrivere addirittura sulle proprie pagine facebook. «Taci, il nemico ti ascolta», è il suo mussoliniano avvertimento.

Eppure il mestiere dei parlamentari è parlare, lo dice la parola stessa. Nessun partito al mondo può impedirlo. Tranne il partito comunista cinese. Ma perfino il Quotidiano del Popolo di Pechino ora boccia i grillini: «Sono i peggiori populisti d’Europa».

Come tutti i bocconiani, il figlio di Casaleggio non sa cos’è la democrazia. La cultura aziendale è il contrario della libertà. Nelle imprese comanda il Capo. Le aziende hanno un’organizzazione dittatoriale: agli ordini dei manager si obbedisce. In nome dell’efficienza, il dibattito è tollerato solo se sollecitato dal vertice.

Così nel Movimento 5 stelle. «Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi», teorizza Casaleggio baby. E Grillo tratta i suoi discepoli con la delicatezza del satrapo mesopotamico. 

I grillini sono un misto di caserma, oratorio, convento e asilo infantile. Fra loro i dossieraggi da setta poliziesca sono sempre esistiti, ben prima di quelli di un anno fa contro Marcello De Vito, il candidato sindaco a Roma fatto fuori dalla Raggi.

Ai primi, nel 2013, contribuii anch'io. Un dirigente romano mi chiese informazioni su certi senatori monzesi che erano riusciti a farsi eleggere in blocco, eliminando tutti i milanesi. In teoria le cordate erano proibite. Spiegai che una era stata eletta solo perché moglie di un consigliere comunale grillino: fino a pochi mesi prima non sapeva neanche chi fosse Grillo. Altri casi di parenti infestavano la Lombardia.

Tutto fu scrupolosamente registrato. Dopo qualche mese partirono le epurazioni contro chi osava dissentire. I 40 parlamentari espulsi in questi quattro anni sono stati ricattati con pettegolezzi riservati.

Ormai, dopo la pubblicazione delle loro chat Whatsapp, fra i grillini si è sparso il panico. Parlano solo di persona, non lasciano più tracce scritte. Alcuni si illudono che le chat Telegram siano più sicure. Sembra di essere a Mosca o a Berlino negli anni 30. 
   
L’unica libertà di parola la esercitano contro i giornalisti. Sventolano una pseudoclassifica sulla libertà di stampa che vedrebbe l’Italia al 77° posto al mondo. Non capiscono che la graduatoria si riferisce alle minacce contro la libertà di stampa. E ci mancherebbe, in un paese per metà in mano a mafie e ’ndranghete, e in cui i politici possono mandare i cronisti in carcere o intimidirli con querele campate in aria. 

Questo non impedisce che l’Italia abbia fior di giornali e tv. Ma loro auspicano il genocidio dei giornalisti: «Verrete sostituiti dalla rete», jellano. 

Di Maio si appella all'Ordine dei giornalisti. Non ricorda che il M5s nel 2008 raccolse mezzo milione di firme per un referendum sulla sua abolizione (furono buttate perché il figlio di Casaleggio sbagliò le date della raccolta). Ma per bastonare la libertà, tutto va bene. 

Lo scoop della polizza di Romeo regalata alla Raggi è opera in tandem di Fatto ed Espresso. Però nell’elenco dei giornalisti da punire, quello del quotidiano pro-Grillo magicamente sparisce.

 Intolleranti al loro interno, i grillini moltiplicano le minacce all’esterno. «Siamo il cambiamento che proponiamo», era il loro slogan. Speriamo di no.

Mauro Suttora 

Friday, February 10, 2017

Baby Casaleggio si fa pagare dai grillini

UN MILIONE DI EURO IN DIECI MESI

di Mauro Suttora

Libero, 10 febbraio 2017


Le uniche buone notizie per Beppe Grillo, ma soprattutto per Davide Casaleggio, in questi giorni arrivano da Rousseau. La piattaforma lanciata dieci mesi fa, dopo la morte di Casaleggio padre, si sta rivelando una gallina dalle uova d’oro. «Abbiamo incassato un milione di euro», annuncia trionfale Luigi Di Maio.

Microdonazioni da 20-30 euro l’una di militanti grillini, quelli che ancora credono nei vecchi slogan, prima del disastro Roma: democrazia diretta, uno vale uno, l’onestà andrà di moda.

Al ritmo di centomila euro al mese, questo fiume di soldi sta raddrizzando le finanze del Movimento 5 stelle. Casaleggio junior (simpaticamente soprannominato Trotaleggio dalla metà degli attivisti che non lo sopporta) ne aveva bisogno urgente, perché i conti della sua società privata stanno invece andando a catafascio.

L’ultimo bilancio della srl Casaleggio & Associati è in rosso per 123mila euro. Nel 2015 il fatturato è crollato della metà rispetto al 2013: poco più di un milione, contro i due degli anni d’oro. Quando l’utile, una volta distribuiti buoni stipendi ai soci, raggiungeva il quarto di milione.

Ma ormai il giocattolo si è rotto. La società, con sede nel lussuoso quadrilatero della moda, a metà strada fra Mediobanca e via Montenapoleone (curioso, per un movimento che si dice rivoluzionario, stare in una zona da 20mila euro al mq), non “tira” più con la pubblicità del blog di Grillo. L’editrice Chiarelettere ha disdetto un ricco contratto. E anche i siti-civetta come La Fucina e Tze Tze, accusati di propalare bufale, vanno male. Risultato: -28% di utili.

A farne le spese Casaleggio junior, che controlla il 60% del capitale, ma anche il socio Luca Eleuteri con il 20% e gli altri: Maurizio Benzi, Marco Maiocchi e Mario Bucchich. Tutti chiamati a ripianare le perdite. Tutti sconosciuti agli attivisti grillini, mai un discorso in pubblica, mai una parola nelle riunioni. Alla faccia della trasparenza, il secondo partito italiano è guidato da una società privata a scopo di lucro con il culto della segretezza. Ne sa qualcosa Milena Gabanelli, la più votata alle primarie M5s per le presidenziali, respinta maleducatamente quando chiese di visitare la sede di via Morone.

In teoria, la nuova piattaforma Rousseau dovrebbe sganciare i destini del Movimento da quelli della società personale Casaleggio. Ma in pratica, il controllo del giovane Casaleggio sulla Fondazione che la gestisce (e che incassa le donazioni) è ferreo. 

Ha cooptato lui i due fedelissimi che la gestiscono: Massimo Bugani, candidato trombato alle ultime comunali di Bologna, e David Borrelli, l’eurodeputato che di nascosto voleva portare i grillini fra i liberali europei, fino all’umiliante dietrofront verso gli antieuropeisti di Farage.

«Il sistema Rousseau ci costa poche centinaia di migliaia di euro l’anno, molti lavorano gratis», si vanta Di Maio. Dove va il resto del milione raccolto? Mistero. Finora la fondazione non ha pubblicato resoconti.

I parlamentari, intanto, hanno pubblicato i loro ultimi rendiconti. Ormai l’entusiasmo iniziale si è inaridito. Pochi continuano a “restituire” 4-5mila euro mensili sui 14mila di stipendi e rimborsi, come quattro anni fa (un virtuoso rimane il senatore Maurizio Buccarella). Gli altri sono calati a 1.700-2.000. Il minimo indispensabile per non essere espulsi. 

Molti dichiarano di spendere grosse cifre per non meglio precisati «eventi sul territorio». Ma ora che Rousseau macina milioni, che bisogno c’è di fare sacrifici? Se il convento è ricco, anche i frati possono godersi i loro 10mila al mese.
Mauro Suttora    

Monday, January 23, 2017

Trump: le prime mosse

di Mauro Suttora

Washington, 23 gennaio 2017

«Oggi il potere non passa solo da un presidente o da un partito all’altro. Oggi il potere torna a voi, popolo». Donald Trump, come tutti i politici, vorrebbe marcare l’inizio di una nuova era. E per dimostrarlo non misura le parole. Così il 20 gennaio, subito dopo il giuramento da presidente Usa, non ha pronunciato un discorso: ha annunciato una rivoluzione.

«COMPRA E ASSUMI AMERICANO». Il suo slogan è “America first”, prima l’America. Cioè preferire i prodotti made in Usa, e precedenza ai lavoratori statunitensi sugli immigrati. Nazionalismo economico. In concreto: imporre dazi doganali alle importazioni, ed espellere i clandestini. Dal liberismo al protezionismo.

SANITÀ. Il primo decreto firmato abolisce la riforma sanitaria di Obama, che allargava l’assistenza medica a una ventina di milioni di persone, non così povere o anziane da usufruire dell’assistenza gratuita, e non così ricche da essere coperte con le assicurazioni private obbligatorie. Ma è stata una firma simbolica: ora la parola passa ai 50 stati.
   
MELANIA/IVANKA. La terza moglie slovena Melania è tornata a New York. Si trasferirà a Washington solo a giugno, quando il figlio Barron finirà la quinta elementare. Il vuoto è colmato da Ivanka, solo 10 anni meno della matrigna, figlia della prima moglie ceca Ivana. Le due donne sono state impeccabili durante le cerimonie, ma hanno scambiato poche parole nelle lunghe ore in cui sono rimaste una accanto all’altra, presenziando alla parata. Rivalità in vista?

EX. All’inaugurazione c’erano tutti gli ex presidenti tranne il 92enne Bush senior, in ospedale. Miracolosa la guarigione del coetaneo Jimmy Carter, sopravvissuto a un tumore del cervello. Bill Clinton stava un po’ troppo con la bocca semiaperta, in debito di ossigeno. Sua moglie Hillary ha voluto esserci nonostante l’umiliante sconfitta, forte dei suoi tre milioni di voti in più di Trump (ha perso a causa dei collegi statali maggioritari). Il più allegro era George Bush junior, che non ha mai nascosto il suo disprezzo per Trump (ricambiato). Ma tutti si sono stretti fintamente la mano.
   
ANTI. Nel primo giorno della sua presidenza Trump si è beccato la prima manifestazione contro. Non era mai successo. «Io non l’ho votato, ma almeno diamogli una possibilità», ha detto l’attore Michael Keaton (in questi giorni nei cinema interpreta un personaggio trumpiano che espulse crudelmente i fratelli McDonald dal loro impero degli hamburger). Niente da fare. Le donne sono già furibonde per il maschilismo di Trump. «Potevano votarmi contro», ha risposto lui.
   
PACCHETTO. La scena più buffa è stata quella di Melania Trump che consegna a Michelle Obama un regalo. Ma l’ex First lady non sa dove metterlo. Si rivolge alle due guardie, che però hanno le mani immobilizzate nel saluto militare. Interviene Barack, sempre gran signore, e fa sparire la scatola azzurra. Cosa c’è dentro? Per ora, mistero. È un pacchetto di Tiffany, la gioielleria accanto alla Trump Tower sulla Quinta avenue di New York.

PACCO. È quello che gli schieramenti avversari temono dal fronte opposto. I democratici sono terrorizzati da quel che combinerà il vecchio Donald (perfino Reagan era più giovane di lui quando divenne presidente). I trumpisti continuano ad accusare i giornalisti di dare notizie false, anche sui numeri del pubblico all’Inaugurazione: neppure l’evidenza delle foto ha sopito la lite sulla minore presenza rispetto al debutto di Obama nel 2008.

Mauro Suttora

Friday, January 20, 2017

L'Impero Trump

Speciale Oggi, gennaio 2017

di Mauro Suttora

I dipendenti del Trump Hotel di Las Vegas (il più alto della città, 64 piani, inaugurato nel 2008) sono felici. Improvvisamente a dicembre, dopo mesi di proteste e trattative, hanno ottenuto quel che chiedevano: aumenti salariali, copertura pensionistica e sanitaria, orari più leggeri, distribuzione equa delle mance.

Questo perché l’elezione di Donald Trump a presidente lo ha ammorbidito verso il sindacato. Temendo l’accusa di essere un padrone dispotico, ha ceduto su tutta la linea. Anche gli ex studenti della Trump university che lo avevano denunciato per truffa hanno avuto 25 milioni di dollari di risarcimento. E può darsi che venga demolito persino il muro sul mare del Trump Golf Club in Irlanda, dopo anni di inutili battaglie.

L’impero economico di Trump vale diversi miliardi di dollari: da 3 a 10, a seconda delle stime. Si va a tentoni, perché lui rifiuta di rendere pubbliche le proprie dichiarazioni dei redditi e i conti della Trump organization, che non è quotata in Borsa. D’altra parte, dopo averli tenuti nascosti per tutta la campagna elettorale, perché dovrebbe cedere proprio ora che ha vinto?

Mai nella storia degli Stati Uniti era stato eletto un presidente così ricco. Le proprietà immobiliari di Trump coprono 25 Paesi in quattro continenti. Sul suo impero non tramonta mai il sole. Ci sono gli alberghi, da New York a Washington, da Las Vegas a Manila. I golf club, dal New Jersey alla Florida, dalla Scozia a Los Angeles. I palazzi per uffici e i condomini residenziali. I progetti immobiliari faraonici dal Sudamerica all’India, dalla Georgia al Giappone. I casinò, i resort. I diritti sul concorso Miss Universo, su programmi tv come The Apprentice. E perfino una flotta di sei fra elicotteri e aerei, tutti col gigantesco nome “Trump” dipinto sulle fiancate.

I residenti della Trump Place di Manhattan sono riusciti, dopo l’elezione, a far togliere le lettere dorate del suo cognome che sovrastavano la loro entrata. Otto newyorkesi su dieci gli hanno votato contro l’8 novembre. Ma altri condomini dei suoi grattacieli di lusso, per esempio quello nero altissimo di fronte all’Onu, sono fieri di avere comprato da lui.

Negli anni 50 un affittuario di suo padre a Brooklyn gli dedicò una canzone, Old Man Trump, definendolo uno «sporco speculatore». Era un veterano di guerra: Woody Guthrie, padre artistico di Bob Dylan. Dopo le case in convenzione, Trump senior e il figlio fecero il grande balzo in avanti nel 1980 con la Trump Tower sulla Quinta avenue. Donald ebbe un’idea geniale: per costruire più in alto rispetto ai palazzi vicini, acquistò i diritti di edificazione dall’adiacente negozio di Tiffany. Ne fu tanto orgoglioso da battezzare Tiffany la secondogenita. Oggi la Trump Tower vale quasi mezzo miliardo di dollari.

Fra le sue 144 società Trump ha dal 2010 anche il Central Park Carousel, l’iconica giostra vintage ribattezzata ‘Trump Carousel’, che incassa 586mila dollari annui, e l’altrettanto famosa pista di pattinaggio sul ghiaccio nel cuore del polmone verde di Manhattan, il Wollman Rink (8,7 milioni di incassi l’anno).

Da questo impero ora Trump dovrà staccarsi, per non rischiare conflitti di interesse. Compito difficile, perché i suoi tre figli maggiori sono coinvolti ai massimi livelli (come vicepresidenti) nel business di famiglia.

Di Trump Tower se ne contano a decine in tutta America ma anche all’estero: Istanbul, Dubai, Mumbai, Seul, Panama, Toronto, Vancouver. Anche in Messico. Sono comunque le attività di New York alla base di almeno il 66% della ricchezza di Trump, con il 64% del giro d’affari generato dal settore immobiliare. La sede dell’organizzazione è nella Trump Tower, 30 piani sotto il suo attico da 3mila metri quadri (che da solo vale 50 milioni).

Gli altri palazzi Trump più famosi a Manhattan sono il 40 Wall Street, storico edificio del 1930 fra i più conosciuti dello skyline con il suo tetto spiovente azzurro, acquistato nel 1995; il Trump International Hotel di Columbus Circle, nell’angolo sud-ovest di Central park, che agli ultimi piani ospita anche appartamenti privati, fra cui l’attico da 500 mq. venduto due anni fa per 33 milioni (66mila dollari a mq); il Trump Park Avenue all’angolo con la 59esima Strada, storico ex hotel Delmonico che ospitò i Beatles nel loro primo tour Usa del 1964, trasformato in condominio, comprato e ristrutturato 15 anni fa da Trump, il quale ne conserva 23 appartamenti che affitta a canoni stratoferici (fino a 100mila dollari mensili).

Altri ex hotel di Trump a New York sono il Barbizon, a Central Park South, e il 610 Park Avenue (ex Old Mayfair), acquistato vent’anni fa assieme al gruppo Colony Capital di Tom Barrack (proprietario della Costa Smeralda per dieci anni, fino al 2012); l’ultimo nato, il condo-hotel Trump Soho, aperto nel 2010, unico edificio del quartiere alto il triplo degli altri, non si sa in base a quali favoritismi.

D’inverno Trump, come molti paperoni di New York, fugge al caldo di Palm Beach in Florida. La sua proprietà a Mar-a-lago da 250 milioni e 10mila mq. ha 126 stanze e una storia curiosa. Fu costruita negli anni 20 da una eccentrica miliardaria che poi la cedette al governo federale, con la clausola (mai rispettata) che fosse destinata a residenza dei presidenti Usa.

Venne comprata nel 1985 da Trump come residenza privata fino al 1995, quando la converti in un club privato di lusso. Perciò costruì piscina, salone di bellezza, spa, campi da tennis e da croquet.
Solo oggi la volontà della vecchia miliardaria viene rispettata, per uno scherzo del destino.

A Washington è stato appena inaugurato l’ultimo Trump hotel, nell’ex palazzo centrale delle Poste. Sta al numero 1100 di Pennsylvania Avenue, a metà strada fra la Casa Bianca e il Congresso. Se qualche suo ospite si troverà nella capitale per incontrare membri di uffici governativi (come capita alla metà di chi va a Washington), ecco delinearsi un bel conflitto d’interesse con Donald, che del governo è il capo. Gli avvocati democratici non vedono l’ora di sollevare cause.

Ma l’hotel Trump più alto degli Stati Uniti sta a Chicago: con i suoi 423 metri è il quarto grattacielo d’America, superato solo dall’One World Trade Center (ex Torri Gemelle) e dal 432 Park Avenue di New York (finiti l’anno scorso) e dalla Willis Sears Tower di Chicago. È costato 1,2 miliardi di dollari, la quota di Trump era il 10%.

Mauro Suttora