Thursday, February 04, 2016

Sequestrata la barca del Duce

DELL'IMBARCAZIONE NON SI AVEVANO NOTIZIE DAL 1943

Nei ricordi dell'amante Claretta, le gite e gli incontri d'amore fra i due su Fiamma Nera, scomparsa da 70 anni e ritrovata con l'inchiesta Mafia Capitale 

di Mauro Suttora

Libero, 2 febbraio 2016

La Guardia di Finanza ieri ha sequestrato la ‘Fiamma Nera’, storica barca appartenuta a Benito Mussolini, nella quale il duce ospitò più volte Claretta Petacci. L’imbarcazione è fra i beni sequestrati a un imprenditore, per un valore totale di 28 milioni di euro, nell’ambito dell’inchiesta su Mafia Capitale. 

La barca fu donata a Mussolini dal gerarca fascista Alessandro Parisi Nobile, il quale l’aveva acquistata nel 1935. Nel 1943, alla vigilia del crollo del regime, fu affondata per impedire che cadesse in mano ai tedeschi. 

Finito il fascismo, fu recuperata e restaurata ad opera del conte Sereni e rinominata Serenella. Dopo una serie di passaggi di proprietà e cambi di nome fu acquistata da una delle società sottoposte a sequestro nell’inchiesta Mafia Capitale.

Claretta Petacci racconta di varie gite in barca con Benito Mussolini nei suoi diari (autentici, garantiti dall’Archivio di stato), pubblicati nel volume Mussolini segreto (ed. Rizzoli, 2009).
   
Il 10 giugno 1938 l’amante del duce si trova in albergo a Riccione. Benito le telefona da Predappio alle 9 del mattino: “Oggi ho bisogno di vederti. Non posso parlare, [mia moglie Rachele] è giù a sistemare un materasso. La mia tensione è tale che sto male. Fra preoccupazioni politiche e l’ansia di te, non reggo più. Oggi farò una passeggiata in barca a vela. […] Vieni in pattino? Ma certo. Tra le 6 e le 7”.

Continua il diario di Clara: “Alle sei prendo un pattino [con la sua sorella 15enne Mimi] e vado al largo. Lui arriva in barca a vela con un motopeschereccio. È in pantaloncini corti e torso nudo. Sta con due marinai. Appena mi vede bordeggia un poco e dice indifferente: ‘State qui voi? Che fate in mezzo al mare così lontane dalla riva? Siete in villeggiatura qui?’

Gira il timone e lo lascia ai marinai. Cammina sull’orlo, viene a prua e mi guarda sgranando gli occhi, atteggiando a bacio le labbra. Con il corpo fremente verso di me, quasi volesse abbracciarmi. Il suo volto è tutto una luce d’amore.

Poi assume un atteggiamento indifferente. Dice: ‘Siete incoscienti, è pericoloso essere così lontane con il pattino. Tirate una corda, vi condurrò io alla riva. Siete due pazzerelle’.
Mi tira la corda, io tengo il capo. Slegano le vele e attendono di tirare la rete. Lui è accucciato con la schiena verso di me. Cerca di non guardarmi. A tratti si volta e mi fissa.

Domando quanto tempo hanno messo.
‘Questa è una domanda che non si deve fare. La navigazione a vela non ha tempo, è nel vento: lo dovreste sapere. Quando si arriva si arriva’.

È irrequieto. Vorrebbe fare, fare. Si ferma, si accoccola, è nervoso. Si cammina, io sempre per la corda. Poi vuole tirare su la rete per vedere che c’è. Solo granchi e piccoli pescetti, erano pochi minuti che stava dentro. Con un bastone schiaccia tutti i granchi e getta al mare i pesciolini. Fa una strage sul barcone di legno.

Gli dico che sembra un lupo di mare. Sorride. Poi dice ancora: ‘Guardate come siete lontane, siete proprio pazze. Ora vi lascio andare perché devo tornare a Riccione. Addio’.

Il 17 ottobre 1938 Claretta e Benito sono a Ostia: “Il mare è magnifico. Arrivo alle 11, appena mi vede mi corre incontro, anche io a lui, ci abbracciamo, mi bacia: ‘Hai malinconia perché è l’ultimo giorno [d’estate]? Ma arriverà presto quest’altr’anno’.

[Fanno un giro in mare].
La scia è splendente, quasi un sogno. Lui dice: ‘È tutto così bello da essere irreale. Questa gita è veramente incantevole. Non si vedono navi né barche, il mare è nostro. Andiamo finché non si vede più la terra, lontano. Vedi, la linea sparisce: è tutto cielo’. Poi mi spiega i venti e la bussola.

Torniamo, vede Ostia: ‘Non sembra una città, vista da qui? L’ho creata io. Non c’era neanche una casa nel ‘28. L’ho chiamata io ‘Lido’, per dare ai romani il mare. Non è bella? È la spiaggia più lunga d’Italia. Adesso faremo anche Fregene, perché fra poco la popolazione di Roma arriverà ai due milioni. Non entreranno più, qui.
Fregene è bellissima, ma bisogna che ci pensi io. Tutti quelli che si sono messi in questo affare sono andati in galera. Volevano guadagnarci con le truffe. Adesso faremo l’autostrada, è necessaria anche per sfollare un po’ qui’.

Quando siamo prossimi alla riva spunta un bragozzo. [Ci] passiamo di fianco, i marinai scattano, agitano le mani, salutano romanamente. Alzano la bandiera all’albero maestro, gli fanno cenno di tornare. Sorride e torna. Vogliono darci del pesce, se accosta. Allora gira, fa una lunga manovra e tira anche lui la fune. Un pescatore in un tentativo di attracco salta dal bragozzo. E lui salta nel barcone, dove sono i pescatori alti, robusti, abbronzati.

È tranquillo, padrone di sè, disinvolto, sceglie il pesce e lascia cento lire per una piccola cesta. Poi sorridente guarda gli uomini negli occhi e risale. Io tremavo. Loro lo pregano a gran voce di provvedere ai loro bisogni. Uno cerca di trattenerlo chiedendo la tessera del partito. A un pescatore che si sporge prende il braccio, e questo trema come un bambino, sudando di emozione. Restano in piedi commossi e salutano, mentre uno lancia un’altra cesta di pesce per omaggio.

Dice: ‘Domani tutta Anzio sarà piena di ciò. Questi pescatori diranno: ‘È venuto il Duce a bordo, e aveva vicino una signora tanto bella’. Fra un anno parleranno ancora di questo. Farò ottenere loro quel che desiderano. Sono gente semplice, di tutte le parti: Napoli, Marche, Toscana. Forse sono state poche cento lire, ma non avevamo altro. Siamo sempre in tempo a mandarle, è vero. 

Quanto pesce sarà? Tre chili? Bene, credo che è pagato bene. Perché hai tremato? Non avevo alcun timore, non ci avevo pensato [a un attentato]. Il popolo mi ama, è mio. Sono gli intellettuali che mi fanno le storielle, ma il popolo è sano. Sono bravi, fanno una vita dura. E poi ho una tale forza da sapermi difendere’.

Torniamo, scendiamo a terra. ‘Di questo pesce sei contenta? Chissà cosa dirà tua madre, poche volte si mangerà un pesce così fresco. Hai una ghiacciaia?’

Ci cambiamo, prende i giornali, legge. Mi chiede perché sono triste: ‘Perché è l’ultimo giorno, perché non ho desiderio di te?’
‘Proprio così’.

‘Ma domani torneremo, voglio stare ancora qualche ora con te al sole. E poi consolati, adesso c’è il monte [Terminillo]’.
Facciamo l’amore. Va via alle tre perché ha [un incontro al ministero del]le Corporazioni”.

Mauro Suttora

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