Monday, January 25, 2016

Sean Penn e El Chapo


Centomila morti dal 2005. Migliaia di desaparecidos. Fosse comuni con i cadaveri di studenti che hanno osato ribellarsi ai trafficanti. Il Messico è da quasi mezzo secolo in guerra per la droga. E dal 2003 Joaquin Guzman, detto El Chapo, è il capo assoluto dei boss che esportano eroina, coca, anfetamine e marijuana negli Stati Uniti.

«Più potente di Pablo Escobar», dicono i dirigenti della Dea (Drug Enforcement Agency) americana, ricordando il criminale colombiano del cartello di Medellin ucciso nel 1993. Come Escobar, el Chapo controlla una delle principali industrie del suo Paese. Si vanta di possedere una flotta di navi, aerei, tir e perfino sottomarini per il suo traffico multimiliardario. Ma proprio questa sua vanteria, fatta all’attore Sean Penn in un’intervista clandestina per la rivista Usa Rolling Stone, lo ha tradito.

Gli agenti messicani, seguendo le tracce di Penn e della sua bella intermediaria, l’attrice messicana di telenovelas Kate del Castillo, hanno scoperto il suo rifugio segreto. Nonostante tutte le precauzioni usate dall’attore: «Buttavo i telefonini dopo averli usati una sola volta, indirizzi e-mail anonimi e messaggi criptati».

Niente da fare. Sean Penn ha funzionato da esca inconsapevole, e dopo due mesi di appostamenti i poliziotti hanno individuato el Chapo. Ancora una volta, come quando evase di prigione lo scorso luglio, il boss si è calato nelle fogne ed è riemerso da un tombino con la propria guardia del corpo a centinaia di metri dalla villa dove si nascondeva. Imbracciando un mitra ha fermato una macchina e ha continuato la fuga. Ma ormai era braccato dagli elicotteri, e alla fine ha dovuto arrendersi.

Ora Sean Penn rischia grosso. Il suo pseudoscoop significa complicità e favoreggiamento. Le domande rivolte al Chapo sono ridicole: «Tanto valeva che gli dicesse “Parli di un argomento a piacere, cominci da dove vuole e dica quel che le pare”», dice a Oggi Gabriella Saba, esperta di letteratura latino-americana. «Sean Penn è anti-yankee, vede el Chapo come Robin Hood e, nel caso fosse andato in porto il suo progetto di film sul boss, mi domando come avrebbe conciliato il culto di se stesso con quello del suo idolo. La prima domanda da fargli in realtà era: quanti giornalisti ha fatto uccidere?»

Invece el Chapo ci ha informati di avere spedito tre mesi in Germania suoi ingegneri, per imparare a scavare la galleria di un chilometro e mezzo in cui è fuggito dal carcere di massima sicurezza. Dice di non essere violento («Mi limito a difendermi»), e vorrebbe tanto un film sulla propria vita.
Fra le tante imprese del miliardario pluriassassino (trentesimo nella classifica degli uomini più potenti al mondo), il capolavoro forse è stato il suo terzo matrimonio con una delle donne più belle del Messico: l’ex miss Caffè Emma Coronel, figlia di un coltivatore di droga e spacciatore, e nipote di un socio del Chapo.

L’ha conosciuta quando aveva 17 anni, l’ha sposata a 18, e nel 2011 ha avuto da lei due figlie. Anche lei serve per rintracciare el Chapo ogni volta che lui scappa di prigione corrompendo le guardie: o nascosto in un cesto della biancheria sporca dei detenuti, o attraverso un tunnel sotto la prigione.

Lo zio di Emma, Nacho, fondò il cartello di Sinaloa col Chapo dopo che nel 2000 era diventato famoso come «re dei cristalli»: la metanfetamina che trasportava in Arizona. Spietato, uccideva chiunque lo ostacolasse. Ma nel 2010 fu lui ad essere ammazzato dall’esercito messicano. Il mausoleo di famiglia a Culiacan, costato mezzo milione di dollari, ha il wi-fi, l’aria condizionata, ed è sorvegliato 24 ore su 24.

Il Messico è in balia dei narcos. I turisti non se ne accorgono, perché i loro percorsi sono protetti. Ma fuori dalle zone sicure c’è violenza e disperazione. Ormai il Paese ha superato la Colombia come primo fornitore di droga degli Stati Uniti. Da due anni l’export di marijuana è diminuito, perché alcuni stati (Colorado, Oregon, Washington) l’hanno legalizzata. La stessa Corte costituzionale messicana ora permette il consumo personale di droghe leggere. Ma il business di quelle pesanti continua indisturbato
.
Criminali come El Chapo prosperano grazie al proibizionismo. Anche in Messico qualcuno propone di tagliare le gambe del narcotraffico legalizzando almeno le droghe leggere come in Uruguay: lo stato ci guadagnerebbe pure, incassando le tasse. Ma il presidente Enrique Pena Nieto è contrario, anche se disponibile a indire un referendum. Che vincerebbe, perché secondo i sondaggi sette messicani su dieci sono per il proibizionismo.

Insomma, finché gli statunitensi compreranno droghe, ci saranno sempre boss messicani a prosperare. Ad alimentare una quantità di serial tv e film americani (l’ultimo: Sicario con Benicio del Toro) sull’argomento. E ad affascinare attori come Sean Penn.
Mauro Suttora

Thursday, January 14, 2016

Grillo: «Renzi ne ha ammazzati 68mila»

INCREDIBILE: IL COMICO ACCUSA IL PREMIER INVENTANDOSI 68MILA MORTI PER LO SMOG. MA VIENE SMENTITO DALLO STESSO SCIENZIATO CHE CITA

di Mauro Suttora
Oggi, 31 dicembre 2015
Non piove, governo ladro. Basterebbe qualche goccia o un po’ di vento per spazzar via la cappa di smog dall’Italia. E invece, come al solito, i politici la buttano in politica. «Premier e ministri passeggiano incuranti sui cadaveri di 68mila italiani che non hanno saputo proteggere», urla Beppe Grillo.
Come? Matteo Renzi avrebbe ammazzato 68mila persone?
Il comico, per corroborare l’incredibile accusa, cita Gian Carlo Blangiardo, 67 anni, professore di demografia all’università di Milano. Il quale ha evidenziato i dati Istat sui morti in Italia, aumentati appunto dai 598mila del 2014 ai 666mila di quest’anno. 
Ma è lo stesso Blangiardo a smontare la bufala del capo del Movimento 5 stelle: «L’incremento delle morti c’è stato eccome. Ma di qui a imputarlo solo all’inquinamento ce ne vuole. Le cause sono tante. Innanzitutto l’invecchiamento della popolazione. L’incremento più vistoso dei decessi si è avuto per gli ultra85enni: almeno in 20mila casi il motivo è l’età sempre più avanzata».
A 70 anni dalla fine della guerra, infatti, sono scomparse le generazioni falcidiate in gioventù dal conflitto. Le classi che rimangono sono improvvisamente più numerose, e quindi – nonostante l’aumento della vita media – anche i decessi. 
Abituiamoci: nei vent’anni del baby boom, dal 1945 al 1965, le nascite sono aumentate da mezzo milione a un milione all’anno. Speriamo che nessun demagogo, nei prossimi anni, incolpi i governanti per l’inevitabile aumento delle morti.
«Un altro motivo della mortalità in crescita», prosegue il professor Blangiardo, «è il crollo delle vaccinazioni contro l’influenza nel 2015 rispetto al 2014. Questo perché, come tutti ricordiamo, un anno fa si diffuse un vero e proprio panico da vaccino. E naturalmente i soggetti più deboli sono state le prime vittime».
È curioso che proprio Grillo dimentichi questo fattore: fra gli adepti al suo movimento abbondano i nemici dei vaccini, e lui ha spesso contribuito alla diffidenza contro medici e scienziati. I maggiori decessi per le complicazioni dell’influenza sono stimabili attorno ai 10-15mila.
19mila vittime del caldo
C’è stato poi il tremendo caldo della scorsa estate. Per tre mesi interi l’Italia è rimasta nella morsa dell’afa, e anche qui purtroppo le vittime sono stati gli anziani: tremila morti in più in giugno, diecimila in luglio e seimila in agosto, secondo l’Istat: in tutto 19mila. Totale: 54mila decessi in più rispetto al 2014.
«Aggiungiamo la crisi del sistema sanitario», conclude Blangiardo, «perché a furia di tagliare, risparmiare e spostare si è finiti col costringere i pazienti a pagare di tasca propria gli esami in strutture private. Le fasce più povere sono state messe fuori. E hanno dovuto rinunciare o spostare troppo oltre indagini cliniche che in molti casi sarebbero state salva-vita. Infine, anche le rivendicazioni sindacali dal fronte della Croce Rossa ci hanno messo lo zampino: hanno ridotto le unità operative che prestano i primi soccorsi».
Insomma, nessuno nega la pericolosità delle polveri sottili per i nostri polmoni e il nostro sangue. Ma forse sarebbe meglio che i politici non strumentalizzino i dati scientifici per i propri tornaconti elettorali. 
Il professor Blangiardo è severissimo: «Quella di giocare con i numeri è una pratica orrenda, ma molto diffusa in politica. Il dovere di noi studiosi è informare in modo corretto, affinché chi ha il potere di intervenire per migliorare le cose possa farlo. Se c’è chi manipola i dati per fini partitici, non so che dire».
Mauro Suttora