Friday, August 16, 2013

Oman


UN DESERTO 'SVIZZERO' DALLA DOPPIA ANIMA

Ci sono gli aflaj che portano acqua ai villaggi senza sprecarla, e le piattaforme petrolifere. Le auto pulite per legge, e gli aerei che decollano in ritardo per motivi religiosi. E poi dune sfumate di terra dorata o rossa, spiagge di un bianco accecante e un lusso non sfacciato. In Oman, oasi felice del mondo arabo, che sta vivendo un boom turistico

di Mauro Suttora

Sette (Corriere della Sera), venerdì 9 agosto 2013

Immaginate Dubai senza i grattacieli, Abu Dhabi senza la Formula Uno, il Qatar senza Al Jazeera. Dune di sabbia fine come in Arabia Saudita, canyon rocciosi come nello Yemen, spiagge immense come alle Maldive (che stanno lì di fronte, nell'oceano Indiano). Ma l'Oman assomiglia soprattutto alla Svizzera: ti multano se non lavi l'auto, il pavimento del suk di Mascate è lucidato con la cera, le autostrade a quattro corsie hanno l'asfalto perfetto. E non succede mai niente.

"No news, good news": l'Oman non fa notizia. Niente rivoluzioni, guerre, estremisti. La 'primavera araba'? Sì, alcuni studenti due anni fa hanno manifestato e qualche testa calda è finita in commissariato. Poi il sultano ha ordinato alle imprese di assumere migliaia di giovani regalando loro buoni stipendi. E tutto si è chetato.

Un Paese noioso? "No, tranquillo. Quindi felice", sorride Aisha, giornalista con velo che incontro nella hall del resort Crowne Plaza a Salalah. Avevo letto un suo articolo nel sito online di uno dei maggiori quotidiani in lingua inglese. E quando mi sono imbarcato sull'aereo dalla capitale Mascate a Salalah, seconda città del Paese, ho scoperto che aveva ragione. 
Aisha raccontava infatti delle difficoltà che affrontano le hostess a ogni partenza. Le donne musulmane non possono sedersi vicino a uomini non parenti. Ma le prenotazioni attribuiscono i posti alla cieca, per cui il mischione è matematico. Tutti i voli vengono ritardati perché almeno una decina di donne vagano nella carlinga, pretendendo dalle assistenti di volo una sistemazione alternativa. Inconvenienti pratici dell'Islam.

"Perché non mettono le donne da una parte e gli uomini dall'altra, come nelle nostre chiese fino a 50 anni fa?", chiedo ad Aisha. "Impossibile", spiega lei, che ha approfondito il problema, "viaggiano molte famiglie intere con i maschi che vogliono sedere accanto a mogli, sorelle, madri o figlie. L'unica soluzione, insomma, è non assegnare i posti".

L'unica soluzione per evitare le turbolenze del mondo arabo, invece, sembra essere l'assolutismo illuminato. Come quello del sultano Qabus, saldo sul trono dal 1970. Ci arrivò con un piccolo golpe; ma la vittima fu suo padre, e quasi nessuno si accorse della successione forzosa. Qualche sciabola sguainata nel segreto del palazzo reale, niente morti. Il papà detronizzato finì esiliato fra i lussi dell'hotel Dorchester a Londra.

Così oggi Qabus, sovrano piuttosto liberale, è il secondo governante più longevo del mondo: superato di soli tre anni dal sultano del Brunei (la regina Elisabetta e il re di Thailandia non contano, regnano ma non governano). 
Si dirà: facile essere tolleranti quando l'unica preoccupazione è come distribuire i proventi del petrolio. Vero. Ma decine di satrapi, da Saddam a Gheddafi, hanno dimostrato che la manna nera non garantisce buon governo e pace. Invece la dinastia di Qabus detiene un altro record mondiale: quello della stabilità nei secoli. Di padre in figlio, solo quattordici sultani dal 1749. Ognuno riesce a durare in media una ventina d’anni. Immaginate l'Italia ai tempi di Maria Teresa, e fate un paragone con la volatilità dei nostri governanti a scadenza annuale.

Il 72enne Qabus ha portato in 43 anni il suo Paese dal feudalesimo medievale (l'Oman è stato il penultimo stato del mondo ad abolire la schiavitù, prima della Mauritania) a un'assai confortevole modernità. Nessuno dei due milioni di omaniti fa lavori pesanti. Per quelli ci sono un milione di immigrati indiani, pakistani o filippini.

All'aeroporto di Mascate uno dei voli internazionali diretti più frequenti è per Thiruvananthapuram. Città che ho scoperto essere la Trivandrum dei nostri due marò, nel sud dell'India. Immigrati sì, e anche poco pagati (oltre alla piaga delle colf preda di padroni omaniti lussuriosi). Ma si spostano con l'aria condizionata: non più barconi da Iran e Pakistan o tratta di neri da Zanzibar, colonia dell’Oman fino al 1861.

Inutile dire che viaggiare per l'Oman è affascinante e sicuro (contrariamente all'attiguo Yemen). Quindi raccomandabile. I turisti internazionali impauriti dai disordini egiziani e tunisini (ora pure turchi) e dalle stragi siriane, arrivano qui. Ma Mascate, patria della noce moscata, non è un ripiego. Il boom turistico si spiega perché l'Oman è il Paese arabo più a Est, seimila chilometri dal Marocco. E bisogna andare proprio in questi due estremi per trovare l'anima più incontaminata e raffinata del modo arabo.

Le deprimenti baraccopoli delle altre capitali islamiche appaiono lontanissime mentre si percorrono i 50 chilometri in cui si dipana Mascate, stretta fra le montagne e il lungomare della Corniche. Certo, è tutto nuovo, magari mancano le antiche tradizioni e il savoir-faire in fatto di ospitalità che offrono Tangeri, Marrakesh o la Beirut rinata dopo la guerra civile. Ma è un 'nuovo' di buon gusto, lontano da certe tragiche pacchianerie simil-occidentali degli Emirati. Nessun edificio supera i pochi piani di altezza, quasi tutti rinnovano i classici stilemi architettonici arabi. E il sultano, appassionato di musica classica, nel 2011 ha inaugurato il teatro dell'Opera: il più grande del mondo arabo dopo quello cairota. Il muftì ha storto il naso: la musica, in particolare occidentale, non è ben vista dai fondamentalisti. Ma Qabus lo ha regalmente ignorato (dopo averlo innaffiato di soldi, finanziando la costruzione di altre moschee).

Da un quarto di secolo ormai l'albergo Al Bustan di Mascate è installato nella top 20 degli hotel mondiali. E da dieci anni si è aggiunto il Chedi, dell’omonima catena supercool obbligatoria fra le celebrità. 
Fuori dalla capitale, invece, c'è ancora cammino da fare: l’exclave Musandam a nord, davanti alla Persia, e Salalah a sud, con le sue palme e spiagge vergini, offrono albergoni Hilton o Marriott dignitosi, in teoria a 4 stelle, ma in realtà a tre. Buoni per i grupponi che arrivano con 6-7 ore di charter da Scandinavia, Inghilterra e Germania, o per i tecnici delle piattaforme petrolifere in libera uscita, ma che non giustificano i 200 euro a notte. Chissà che fra le decine di joint ventures economiche che stanno fiorendo con l'Italia non ci sia un po' di export del nostro prezioso know-how turistico.

Buona parte dei turisti che arrivano qui, però, non sono attratti dalla costa. Perché il tesoro nascosto dei 300 mila quadri dell'Oman (esattamente quanto quelli italiani) è il deserto. Nelle sue due fantastiche versioni: quella d'oro di sabbia, quella rossa delle montagne. E in mezzo al nulla, ecco improvvisamente decine di oasi rigogliose di verde e acqua dove approdano i trekking in fuoristrada. 

Da ammirare i 3.000 'aflaj', prodigioso sistema d'irrigazione unico al mondo che da mille anni plasma la vita dei villaggi. Neanche una goccia d'acqua va sprecata: prima arriva al fortino della guarnigione, poi alle case, ai lavatoi, agli abbeveratoi per gli animali; infine l'irrigazione dei campi. Molti 'aflaj' sono conservati bene, funzionano ancora alla perfezione e sono protetti dall'Unesco.

L’unica incognita di questo paradiso terrestre è l’età del sultano: l’ultrasettuagenario Qabus, celibe, non ha designato alcun erede. Gode di ottima salute, è attivissimo, ogni estate fugge con le sue due navi private (altro che yacht) dal caldo opprimente di Mascate e dai monsoni di Salalah per farsi un giretto in Europa. In Italia le sue mete sono sempre abbastanza eccentriche. Cinque anni fa era approdato a Bari, e i pugliesi ne approfittarono per farsi dare un po’ di soldi: tre milioni al conservatorio, due al policlinico. L’anno scorso è rimasto ormeggiato una settimana a Cagliari, snobbando chissà perché la Costa Smeralda.
Alle latitudini dell’Oman è probabilmente saggio non indicare con troppo anticipo il successore al trono. A Qabus potrebbe capitare lo stesso destino che lui riservò al padre: un esilio dorato per opera di qualche impaziente nipote. C’è però il rischio di lotte di fazioni fra cugini alla sua scomparsa. Mentre sembrano sopite le velleità indipendentiste del Dhofar, la regione meridionale di Salalah dove negli anni ’70 infuriò una guerriglia finanziata dai sauditi.

L’altro problema, come in tutto il mondo arabo, sono gli estremisti salafiti. La versione omanita dell’islam è sempre stata moderata e tollerante. Nei ristoranti frequentati dagli stranieri e negli alberghi si può bere il vino, contrariamente al divieto assoluto di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e Gaza. Ma nella sala d’aspetto dell’aeroporto di Salalah ammetto di avere subìto uno choc culturale: mi sono trovato circondato da donne completamente velate in nero. Uniche eccezioni (stupendamente sexy): occhi curiosi e piedi nudi nei sandali. 

Chiedo ad Aisha: è sempre stato così? “Assolutamente no. Dopo la fine della colonizzazione inglese, nel ’71, le donne occidentalizzate non si velavano. E quelle del popolo usavano colori sgargianti: rosso, blu, verde”. Poi cos’è successo? Qui non ci sono sciiti, cos’è questo nero lugubre alla hezbollah? “È diventato di moda. Ma senza valenze politiche”. Speriamo.
Mauro Suttora 

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