Wednesday, November 30, 2011

Indiscreto: i nuovi ministri

RITRATTI PRIVATI DEL GOVERNO DI MARIO MONTI

Oggi, 23 novembre 2011

di Mauro Suttora

«Bambini non urlate, arriva il marchese». Giulio Terzi di Sant’Agata, nuovo ministro degli Esteri, veniva a casa mia 40 anni fa a Bergamo per prendere lezioni private di francese da mia madre. Lo parlava già bene, ma voleva perfezionarlo con un po’ di conversazione in vista del concorso per entrare in diplomazia. Poi una gran carriera: Parigi, Canada, Bruxelles, Onu, ambasciatore in Israele e, da due anni, a Washington.

Qui, una piccola seccatura: l’ex moglie Gianna Gori manda una lettera a tutti (presidente della Repubblica, del Consiglio, ministro degli Esteri) per protestare contro la nuova compagna di Terzi, Antonella Cinque, che a volte si presentava come «moglie» nelle occasioni ufficiali. E il povero marchese costretto a denunciarla per diffamazione, calunnia e ingiuria, precisando che non stanno più insieme dal 2004 e che la nuova compagna «è la mamma dei miei figli nati nel 2008».

È al secondo matrimonio anche Corrado Passera, ministro di Sviluppo, Infrastrutture e Trasporti. Ha conosciuto la deliziosa Giovanna Salza, 37 anni, dieci anni fa quando guidava le Poste e lei era all’ufficio stampa. Si sono incontrati di nuovo nel 2008: lui capo di Banca Intesa che si occupava di Alitalia ed Air One, lei addetta stampa di quest’ultima. È scoccata la scintilla, l’anno scorso è nata la figlia Luce (lui ne ha già due), e lo scorso maggio il matrimonio. Non in uno dei begli alberghi della famiglia Passera a Como, ma nel vicino Villa d’Este di Cernobbio.
Alle nozze c’erano Mario Monti ed Elsa Fornero, vicepresidente di Banca Intesa, oggi pure lei ministro. E la bella Giovanna, di nuovo incinta, svolazzava felice al giuramento del governo nel salone del Quirinale.

L’unica altra donna vestita di bianco durante la cerimonia (che differenza rispetto al debutto del governo Berlusconi nel 2008, con le ministre Carfagna, Prestigiacomo e Gelmini) era la professoressa Fornero, ministro del Lavoro. Allieva di Onorato Castellino, preside della facoltà di Economia dell’università di Torino (dove per ben 15 anni, fino all’85, ha insegnato Mario Monti) scomparso quattro anni fa. Ma anche moglie di un altro illustre economista: Mario Deaglio, direttore del Sole 24 Ore nel 1980-83 e fratello del giornalista Enrico fondatore di Lotta Continua. E qui il cerchio si chiude, perché uno dei migliori libri di introduzione all’economia, su cui hanno studiato generazioni di universitari, nel 1978 lo scrisse la Fornero con Castellino, Deaglio e Monti (più il liberista Sergio Ricossa). Né la Fornero è digiuna di politica: è stata consigliere comunale a Torino nel 1993-98 in una lista civica d’appoggio al sindaco di sinistra Valentino Castellani.

La lista dei prof torinesi non si esaurisce qui. Nuovo ministro dell’Istruzione è Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino fino a pochi mesi fa, quando la Gelmini lo ha nominato presidente del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Ha mandato i suoi studenti a fare stages in Cina, ed è stato sia lodato che criticato per lo stretto rapporto con le aziende private. La sinistra voleva candidarlo sindaco di Torino lo scorso giugno, prima del sì di Piero Fassino.

Piemontese e docente universitario (diritto costituzionale) è anche Renato Balduzzi, che torna al ministero della Salute da ministro dopo averne diretto l’ufficio legislativo fino al 2000 fa sotto Rosy Bindi. Lì aveva preparato un disegno di legge per riconoscere le coppie di fatto (Dico, diritti di convivenza anche per i gay), poi affossato dai cattolici di destra.

Fabrizio Barca, ministro della «Coesione territoriale» (ex Affari regionali), discende da quell’aristocrazia del vecchio Pci che ha mandato i figli a studiare economia in Inghilterra e Stati Uniti con eccellenti risultati (per esempio Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo e Luciana Castellina). Suo padre Luciano, oggi 91enne, fu direttore dell’Unità e alto dirigente del partito a fianco di Enrico Berlinguer e Napolitano. Lui ha un curriculum accademico impressionante (Cambridge, Mit, Stanford), più vent’anni all’ufficio studi della Banca d’Italia e gli ultimi 13 al ministero del tesoro. Ha tre figli dalla moglie americana Clarissa.

L’altro «giovane» del governo, Enzo Moavero, è sposato con tre figli. Si è fatto apprezzare da Monti come suo capo di gabinetto a Bruxelles dal ’95 al 2005, dopo esserlo stato del dc Filippo Maria Pandolfi.

È curioso che l’unico allievo di Gianfranco Miglio, primo ideologo della Lega Nord, sia entrato proprio in un governo che ha la Lega come unica opposizione. Lorenzo Ornaghi, rettore dell’università Cattolica, ministro dei Beni Culturali, non ha simpatie leghiste. Però si è laureato con Miglio nel '72, e poi ne è stato l’«erede» sulla cattedra di Scienza della politica. Monti gli aveva offerto l’Istruzione, ma il Pd si è opposto per la sua vicinanza ritenuta eccessiva al Vaticano: Ornaghi infatti ha partecipato un mese fa al convegno di Todi che ha segnato la «riscossa» dei cattolici in politica.

A Todi c’erano anche Passera e Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio. Per quest’ultimo è stato cucito su misura un nuovo ministero, Cooperazione (tolta agli Esteri) e Integrazione (tolta agli Interni), che gli pemetterà di agire sia all’estero (Sant’Egidio media nei conflitti africani e centroamericani) sia per gli immigrati in Italia.

Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, e Mario Catania (Agricoltura) non hanno bisogno di trasferirsi: da molti decenni sono dirigenti dei loro ministeri.
Anche il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, è un «interno»: capo di stato maggiore, capo di gabinetto di ministri sia di centrodestra (Carlo Scognamiglio), sia di centrosinistra (Sergio Mattarella). Quando Monti gli ha annunciato la nomina era in missione segreta in Afghanistan. Appassionato di storia dell’arte, non si offende se lo definiscono «un intellettuale prestato alle forze armate».

Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, è stata per ben 23 anni addetta stampa della prefettura a Milano. Poi prefetto a Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Genova, quindi commissario a Bologna e Parma (da un mese): quando i sindaci cadono lei li rimpiazza. E lei è così brava che a Bologna la volevano eleggere sindaco. Nata in Libia, ha un marito ex farmacista, due figli e quattro nipoti.

Una nota dolorosa, infine. Tutta Italia ha notato il braccio destro mancante di Paola Severino, 63 anni, ministro della Giustizia, napoletana (unica meridionale oltre a Di Paola): era malato, sempre più inabile, e recentemente si è resa necessaria l’amputazione. Questo non ha impedito alla ricchissima avvocatessa (sei milioni nel 2007) di regalare alla cerimonia del giuramento una delle poche note di colore: la presenza dei suoi due biondi nipotini. Suo marito Paolo Di Benedetto fu nominato da Passera gestore dei fondi delle Poste, poi è stato commissario Consob fino all’anno scorso.
Mauro Suttora

Bruciati da Monti

VOLEVANO ROTTAMARE MA SON FINITI ROTTAMATI

La nascita improvvisa del nuovo governo ha spento le ambizioni di molti: da Giorgio Gori, marito di Cristina Parodi, al sindaco di Firenze Matteo Renzi

di Mauro Suttora

Oggi, 23 novembre 2011

Matteo Renzi: chi se lo ricorda più? Solo un mese dopo, il suo meeting alla Leopolda è già dimenticato. Travolto da Mario Monti, che ha «rottamato» quelli che voleva rottamare lui.

Anche altri hanno sbagliato i tempi, presi in contropiede dal governo tecnico. Giorgio Gori, per esempio: la sua discesa in campo non era per fare il deputato. Ce lo vedete l'ex direttore delle tv di Berlusconi e produttore dell'Isola dei famosi a passare le giornate tra aula e commissioni?. Forse puntava alla Rai, ma ora è fuori gioco.

Domenico Scilipoti e i «responsabili»: di colpo non contano più nulla. Gianfranco Fini: non sa più che fare, dimettersi o non dimettersi, il suo partito al 3 per cento, si riavvicina a Berlusconi, Casini lo cannibalizza...
Ma anche il segretario Udc ha i suoi problemi, con il tesoriere del proprio partito accusato di avere preso una tangente da 200 mila euro per lo scandalo Enav (Ente assistenza volo).

Gli ex dc Giuseppe Pisanu e Claudio Scajola (Pdl), che aspiravano al ruolo di "pontieri" fra i due poli, ora rimangono nell'ombra.

Alessandro Profumo: l’«altro» banchiere (ex Unicredit) pronto per la politica, azzoppato dallo scandalo per la sua buonuscita e da un’inchiesta per frode fiscale, è stato superato in corsa da Corrado Passera.

Un po’ spiazzati sembrano anche Luca di Montezemolo e Emma Marcegaglia. La presidente di Confindustria, il cui mandato scade fra pochi mesi, era candidata a un ministero. Ma Monti le ha preferito i professori. Fra questi, tuttavia, non il rettore dell'università Bocconi Guido Tabellini, che alla fine è rimasto fuori dalla compagine di governo.

Mauro Suittora

Wednesday, November 23, 2011

Chi è Mario Monti

IL CONTRARIO DI BERLUSCONI

Oggi, 16 novembre 2011

di mauro Suttora

È l’esatto contrario di Silvio Berlusconi. Entrambi milanesi: Mario Monti è nato a Varese solo perché nel 1943 i suoi erano sfollati in fuga dai bombardamenti. Ma il nuovo premier e il suo predecessore sono agli antipodi. Il primo è timido e riservato, il secondo solare ed espansivo. «L’ultima volta che l’ho visto a Bruxelles a una riunione di bocconiani», racconta un ex studente del professor Monti, poi anche rettore e presidente (dal ’94, dopo Giovanni Spadolini) dell’università Bocconi, «dopo un po’ se n’è andato. “Scusatemi, devo correre a casa”, ci ha detto, “viene un fabbro a ripararmi la serratura”».

Non un simpaticone, insomma, anche se di humour è dotato. Berlusconi quella volta avrebbe fatto le ore piccole, soprattutto in presenza di studentesse. Il massimo della mondanità di Monti, invece, è accompagnare sua moglie Elsa alle serate di beneficenza per la Croce Rossa, di cui lei è attiva sostenitrice. Per il resto, solo privatissimi inviti a cena dagli amici economisti di lunga data, o da fidati conoscenti della ristretta haute milanese. Uno dei rari salotti frequentati: quello dell’editrice oggi 76enne Rosellina Archinto. Altro che Briatore e Billionaire.

L’understatement come religione. Sobrietà obbligatoria. Donne: sposato a 24 anni. Fine, nessuna distrazione. Dalla grigia Milano Monti si è spostato quattro volte: nel ‘66 per il master a Yale, nella noiosa New Haven invece che nella vicina sfolgorante New York; tre anni dopo la prima docenza a Trento dove studiavano il fondatore delle Brigate rosse Renato Curcio e i sessantottini, immaginate l’allegria; e poi nelle ancor più grigie Torino (cattedra di Economia politica, 1970-’85) e Bruxelles (commissario Ue 1994-2004). «Troppo milanese per Roma, troppo inglese per l’Italia», ha scritto Enrico Cisnetto.

Berlusconi esibisce orgoglioso a chiunque, da Clinton a Lavitola, da Putin alle Olgettine, le sue ville con cactus in Sardegna? Nessun estraneo è mai stato nell’appartamento di Monti, palazzo borghese in una delle vie più eleganti di zona Fiera. Il prof va in vacanza vicino a Saint Moritz. Lì incontrava Gianni Agnelli, estimatore delle sue battute taglienti e asciutte, altro che le barzellette cochon di Silvo. Ma l’occhiuto ufficio stampa Bocconi ridimensiona: «Valle Engadina».

Silvio è caduto per colpa dell’Europa che l’ha sempre osteggiato come corpo estraneo? Monti non corre questo rischio. Perché lui «è» l’Europa. Sette anni fa Berlusconi gli preferì Rocco Buttiglione a Bruxelles: il filosofo di Cl fu subito bocciato dall’Europarlamento. Invece il prof si prese subito la sua silenziosa rivincita fondando Bruegel, che in pochi anni è diventato il think tank più prestigioso del continente: «Il rapporto Monti del 2010 è considerato il vangelo della futura Unione europea», ci dice Gianfranco Dell’Alba, direttore Confindustria a Bruxelles, già eurodeputato.

Oscuri «poteri forti» internazionali speculano sullo spread italiano? Beh, se veramente esistono (ma non sono segreti, hanno perfino un sito web), Monti è socio di tutti gli spauracchi dei complottisti, dal club Aspen a Bilderberg; è advisor della banca Goldman Sachs; della Trilaterale è addirittura il presidente europeo.

Anche in Italia l’establishment economico ha sempre considerato Berlusconi un parvenu? Monti ne fa parte da sempre. Il padre, anch’egli bocconiano, era dirigente di grandi banche. Lui, liceo classico al Leone XIII dei gesuiti (con Massimo Moratti, l’ex sindaco Gabriele Albertini), esordì come assistente di Innocenzo Gasperini, poi rettore Bocconi. A soli 27 anni consulente Comit, di cui poi è vicepresidente (si dimette polemicamente nel ’90 contro la lottizzazione Dc e Psi). Colleziona i massimi consigli d’amministrazione: Generali, Ibm, Fiat (qui entra addirittura nel comitato esecutivo fino al ’93 con i fratelli Agnelli, Romiti e Grande Stevens).

«Ho conosciuto Monti quand’è venuto nel ’69 a Trento, dov’ero rettore», dice a Oggi Francesco Alberoni. «Serio, preciso. Poi ci ci vedevamo ai seminari Ambrosetti di Villa d’Este, a Cernobbio. Ogni anno Prodi moderava i lavori con stile ridanciano. In seguito gli subentrò Monti, anche lui brillante ma con più aplomb».

Nei primi anni 70 Berlusconi ancora trafficava con Milano 2 mentre l’enfant prodige Monti, già editorialista del Corriere della Sera, bacchettava Guido Carli, governatore della Banca d’Italia. Continuò con Carlo Azeglio Ciampi, lo chiamavano «governatore ombra». Negli anni 80 avvertiva: il debito pubblico (quello che ora ci strangola) aumenta troppo. Si beccò del «celebre somaro» dal ministro Bruno Visentini. «Demenziale», bollò invece il ministro del Tesoro Usa nel 2001 il divieto di Monti alla fusione da 42 miliardi Honeywell-General Electric, che violava l’antitrust europeo.

Berlusconi le maximulte le prende: 560 milioni per la Mondadori. Monti le dà: 497 milioni alla Microsoft perché non rispettava la concorrenza. Il professore liberista colpisce i capitalisti peggio di un comunista, se diventano monopolisti. Anche a Berlusconi piace la libertà, ma con un Monti all’antitrust difficilmente avrebbe potuto diventare monopolista della tv privata.

Il conflitto d’interessi, infine. Berlusconi ne è il simbolo. Monti invece ha litigato col figlio Giovanni perché studiasse economia a Pavia e non nella Bocconi che dirigeva: «Mi imbarazzi». Ha perso. Oggi Monti junior è alto dirigente Parmalat, dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley. Per fortuna l’altra figlia Federica, 41 anni, non lo ha fatto soffrire: scienze politiche in Cattolica.
Mauro Suttora

Wednesday, November 09, 2011

Gli eletti di Beppe Grillo

ORMAI SONO 130 IN 60 COMUNI. ARRIVANO AL 14%. BERLUSCONI LI RINGRAZIA PER LA SUA VITTORIA IN MOLISE. MA LORO AVVERTONO: PRENDIAMO VOTI ANCHE A LUI

Oggi, 2 novembre 2011

di Mauro Suttora

Lo hanno fisicamente «espulso» dal palazzo del potere: il consigliere regionale Davide Bono, medico solo apparentemente mite eletto un anno e mezzo fa per Beppe Grillo in Piemonte, ci riceve nel suo ufficio separato da tutti gli altri. Nell’edificio dei gruppi consiliari in centro a Torino non c’è posto per lui, la Regione gli ha affittato una mansarda poco più in là in via Alfieri.

Bono è famoso perché grazie al suo 4 per cento il centrodestra del leghista Roberto Cota ha sconfitto il centrosinistra. Lo stesso è capitato ora in Molise: il piccolo margine con il quale il Pdl ha vinto è stato reso possibile dal 5 per cento dei «grillini».

«Ma Berlusconi fa male a ringraziarci», sorride Bono, «perché i nostri consensi non vengono solo da sinistra. Qui in Piemonte, per esempio, ci hanno votato molti ex leghisti delusi». «E poi, chi lo dice che il Movimento 5 stelle sottrae automaticamente voti a sinistra?», aggiunge Giovanni Favia, consigliere regionale in Emilia. «I nostri elettori sono così schifati dalla casta dei politici che probabilmente, senza di noi, si asterrebbero». Sintetizza Grillo: «Pd e Pdl sono uguali». E definisce il Pd «Pdmenoelle».

Ormai hanno 130 eletti in 60 comuni

Ma, in concreto, come si comportano gli eletti 5 stelle (non amano il termine «grillini»)? Ormai sono 130 in 60 comuni, da Bolzano a Roma, e in capoluoghi come Milano, Torino, Venezia, Trieste, Bologna. Male solo al sud: appena l’1,3% alle recenti comunali di Napoli. Alcuni sono in carica già da tre anni, come David Borrelli a Treviso e i consiglieri municipali eletti a Roma nel 2008.

Le loro priorità ufficiali sono cinque, come le stelle del nome: acqua, ambiente, trasporti, connettività (internet), sviluppo. Ma è il «modo» di fare politica a cui stanno soprattutto attenti.

«Il nostro stipendio lo decide ogni sei mesi un’assemblea pubblica degli elettori, alla quale ci presentiamo dimissionari», dice Favia, che fino al 2009 era direttore della fotografia in film e documentari. Risultato: gli hanno appena aumentato il salario da 2.500 a 2.700 al mese. Stessi soldi per Bono in Piemonte. La differenza con gli 8-12mila mensili che prendono i consiglieri degli altri partiti finisce in attività politiche («Ma finanziamo altre associazioni, non noi stessi») e spese legali per le molte cause in corso.

Ci sono state lunghe discussioni nei forum online sul giusto livello di retribuzione. Alcuni proponevano 1.280 euro al mese, «lo stipendio medio italiano». Altri, più misericordiosi, concecevano che l’eletto conservasse lo stesso stipendio del lavoro precedente: «Perché per fare politica bisogna perderci?» Risposta: «Nessuno è obbligato a farla».

Eliminato il vitalizio in Emilia

I 5 stelle hanno un limite di due mandati: dieci anni al massimo di politica a tempo pieno, poi devono tornare al lavoro precedente: «Ci consideriamo dipendenti dei nostri elettori, l’attività nelle istituzioni è come il servizio di leva».

I due consiglieri emiliani sono riusciti a far abolire il vitalizio (pensione) dalla prossima legislatura, e picchiano duro sugli altri privilegi. Per esempio il rimborso di 0,8 euro a km per gli eletti di altre province: «Così uno da Piacenza incassava migliaia di euro senza controllo, e poi magari pagava solo l’abbonamento in treno». Risultato: il consiglio regionale ha abbassato le sue spese da 37 a 36 milioni di euro annui.
«Ma è nelle società partecipate e nella sanità che girano le grosse cifre», dice Andrea Defranceschi, 40 anni, collega di Favia.

I grillini non si sono presentati al voto nelle province perché ne chiedono l’abolizione («Mentre altri partiti come Sel e Idv, incoerenti, entrano pure lì»), e rifiutano il finanziamento pubblico («Un milione di rimborsi elettorali tornati allo stato»).

In Piemonte fanno opposizione dura al governo di destra, in Emilia a quello di sinistra. In Comune a Torino brilla la 26enne bocconiana (voto di laurea 110) Chiara Appendino. A Milano, nonostante la novità del sindaco Giuliano Pisapia, il consigliere comunale Mattia Calise non gli fa sconti: «Troppi portaborse assunti dalla nuova giunta», accusa il resoconto dei primi quattro mesi di lavoro.

E adesso? Pronti al grande balzo a Roma. In Parlamento sarà più difficile rispettare la «democrazia di base» delle liste civiche locali perseguita finora. Chi deciderà i candidati? «Le primarie on line», dice Bono. E chi potrà votare? «Gli aderenti al movimento». Costo della tessera? «Niente tessere, non siamo un partito». E se si iscrivono improvvisamente mille di un altro partito il giorno prima delle primarie? «Metteremo delle limitazioni...»
Mauro Suttora

Wednesday, November 02, 2011

Graziana Capone Jolie

MISTERI: DOVE PRESTA LA SUA OPERA LA SILVIO'S GIRL?

Graziana vieni qui, sei proprio Jolie

La sosia pugliese dell’attrice americana dice di lavorare a palazzo Chigi. Ma lì non si vede mai. «Sta a palazzo Grazioli». che lei conosce bene...

Oggi, 26 ottobre 2011

«Graziana sta a Grazioli». È questo il sussurro che corre nelle stanze di palazzo Chigi, il segreto non tanto nascosto su Graziana Capone, 26 anni, figlia di un costruttore di Gravina di Puglia (Bari), assurta a incerta notorietà due estati fa, quando finì nella lista delle invitate alle cene «eleganti» di Silvio Berlusconi.

Allora la «Angelina Jolie» delle Puglie assoldò un addetto stampa e si fece fotografare e intervistare da Oggi. «Sì, con il premier abbiamo fatto le quattro del mattino ad Arcore nel settembre 2008», ci confessò. «Ma poi sono tornata a Milano con Tarantini su un’auto con chauffeur. Alla vigilia di Natale l’ho rivisto per una cena a Roma, a palazzo Grazioli. Eravamo una decina, sei-sette ragazze fra cui Carolina Marconi del Grande Fratello e Barbara Guerra. Ma seduta alla destra del presidente c’ero io. Quindi non mettetemi assieme alle altre. Anche perché se il presidente avesse veramente un harem, io sarei la favorita», concluse, più seria che faceta.

«Ho continuato a vederlo nel 2009, sei-sette volte. All’inaugurazione di uno spazio Dolce & Gabbana a Milano. Anche dopo lo scandalo Noemi continuiamo a telefonarci. Per me lui vede un futuro in politica o nel giornalismo».

Può darsi che, «fidanzate» montenegrine a parte, Graziana abbia centrato l’obiettivo. Due mesi fa è stata fotografata alla festa Atreju dei giovani Pdl. E si vantava: «Lavoro all’ufficio stampa di Berlusconi a Roma, sono nello staff della comunicazione di palazzo Chigi». Peccato che nel palazzo sede del governo non si veda quasi mai. Né che appaia fra i dipendenti, collaboratori o consulenti a contratto della presidenza del Consiglio.

Rassegna stampa ogni mattina

Pare invece che Graziana presti la sua opera direttamente a palazzo Grazioli, residenza privata del premier. Per le incombenze del cosiddetto «mattinale», cioé la rassegna stampa mattutina preparata ogni giorno per Berlusconi.
C’è infatti un viavai continuo di personale della presidenza fra i palazzi Chigi e Grazioli, visto che il premier preferisce di gran lunga quest’ultimo alla sede ufficiale del governo. «E lì effettivamente la vediamo», dicono i collaboratori.

Oltre che politica o giornalista, Graziana due anni fa meditava di diventare «magistrato o attrice. Ma non gli ho mai parlato della mia carriera nello spettacolo. Non volevo sembrare una delle tante che vogliono raccomandazioni. In ogni caso, ha detto che prima devo laurearmi».

Fatto. Berlusconi però apprezza molto anche un’ulteriore qualità di Graziana: canta bene. «Ad Arcore », ci raccontò lei, «ho eseguito a cappella un paio di cose, fra cui Non ti scordar mai di me di Giusi Ferreri. Poi assieme, io e lui con un pianista, abbiamo cantato Stay with me, un suo pezzo tradotto in inglese. Io gli facevo i controcanti, la melodia sulla terza».
«Stay with me», stai con me. E «non ti scordar mai di me». Promesse mantenute.

Mauro Suttora

Come finirà la Libia?

DOPO L'ATROCE FINE DI GHEDDAFI IL PRINCIPE IDRIS SENUSSI E' OTTIMISTA. MA C'E' CHI VUOLE APPLICARE LA SHARIA

di Mauro Suttora

Tripoli, 23 ottobre 2011

«La morte di Gheddafi non è stata un bello spettacolo. Nessuna morte lo è. Ma non cancella la gioia dei libici per la libertà ritrovata dopo 42 anni di oppressione e otto mesi di guerra eroica».

Il principe Idris al Senussi, nipote ed erede del re deposto da Muammar Gheddafi nel 1969, stava tenendo un discorso in Confindustria a Roma quando è arrivata la notizia della cattura del tiranno: «Non riuscivo a crederci. Ho cominciato a telefonare ai miei parenti a Bengasi, non potete capire la felicità di tutti per la fine della guerra. Poi, certo, sono arrivati i crudi video sulla fine del rais. Ma anche gli italiani festeggiano la fine della dittatura il 25 aprile ‘45 nonostante l’atrocità delle immagini di piazzale Loreto. A Gheddafi abbiamo sempre offerto la via dell’esilio. È stato lui a rifiutarla, a continuare a massacrare il proprio popolo, e a cacciarsi nella trappola di Sirte».

Nessun dittatore aveva mai subìto una fine così ignominiosa. Benito Mussolini venne fucilato, e solo in seguito il suo cadavere fu calpestato dalla folla. L’unico altro tiranno moderno ucciso durante una rivoluzione, il rumeno Nicolae Ceausescu nell’89, fu anch’egli freddato con la moglie. L’irakeno Saddam Hussein è stato impiccato dopo regolare processo. Gheddafi, invece, è stato linciato dai ribelli che lo hanno tirato fuori da un canale di scolo. «Si era nascosto lì come un topo», dicono i libici, ricordando il tremendo discorso di febbraio in cui il colonnello li aveva definiti «ratti, che schiaccerò casa per casa».

Anche Saddam fu scovato dentro a un buco. Ma dagli americani, per sua fortuna. I ragazzotti eccitati che hanno massacrato Gheddafi, invece, nulla sanno delle convenzioni internazionali che vietano di uccidere i prigionieri. Ha 19 anni il miliziano che si fa fotografare orgoglioso brandendo il pistolone d’oro del dittatore. Il quale viene finito alla tempia sinistra dopo mezz’ora di torture, urla, spintoni e sberleffi.

«Cosa fate? Lasciatemi andare, vi posso dare tanto oro, molti soldi», implora il 69enne Gheddafi trascinato sanguinante sul cofano di una camionetta. Gli occhi smarriti di un vitello avviato al macello, non capisce dove siano finite le sue guardie del corpo. Improvvisamente, dopo quattro decenni di dominio assoluto, si trova in mezzo a nemici assetati di sangue. Il suo.

Tutto è successo in pochi secondi. Dopo due mesi d’assedio, Sirte è allo stremo. «Mangiavamo solo pasta e riso, ci nascondevamo elle case abbandonate, avevamo paura della Nato», ha raccontato il capo della scorta di Gheddafi. Che lì, nella sua regione natale, è scappato da agosto, quando Tripoli è caduta. Tutte le favole sul dittatore che scorrazzava qua e là per il deserto erano solo frutto della fantasia impaurita di alcuni suoi sudditi. In realtà i servizi segreti occidentali lo localizzano a Sirte grazie al telefono satellitare Turaya che il colonnello usa per chiamare la tv Rai (!) a Damasco e trasmettere i suoi proclami.

L’ultimo bastione, Bani Walid, è caduto tre giorni prima. Poche centinaia di fedelissimi rimangono asserragliati nel Village 2, sul mare. Mutassim Gheddafi, estremo pretoriano del padre, decide: «Scappiamo verso il deserto». Così, all’alba di giovedì 20 ottobre un convoglio di auto e mezzi militari con mitragliatrici pesanti, antiaeree e lanciarazzi parte sulla strada costiera verso ovest. Nonostante l’assedio, nessun posto di blocco lo intercetta. Ma appena fuori dalla città lo individua un aereo Usa Predator senza pilota, lanciato da Sigonella (Catania) e telecomandato da una base a Las Vegas. Il drone dà le coordinate a due caccia francesi Rafale che si abbassano a mitragliare il convoglio.

Le auto vanno in direzioni differenti. Mutassim viene catturato, filmato mentre fuma tranquillo l’ultima sigaretta in una cella, e poi sgozzato. Suo padre trova riparo sotto il terrapieno della strada, in una di quelle condutture dove l’acqua degli «uadi» defluisce dopo le piogge torrenziali. Presto sopraggiunge una pattuglia di ribelli di Misurata, quelli incattiviti dal lungo assedio subìto in primavera. C’è una violentissima sparatoria. Alla fine Gheddafi viene catturato.

«Cosa vi ho fatto?», biascica il colonnello ormai intontito. «Allahu akbar!», Dio è grande, urlano i ribelli assatanati. Diversi filmano col telefonino, ci sono cinque video in circolazione (per ora). In uno si intravvede un bastone appuntito che viene conficcato nel posteriore di Gheddafi. «Portiamolo a Misurata!», grida qualcuno. E un altro: «Non uccidetelo». Inutile. Arrivano i colpi a bruciapelo, in fronte e allo stomaco.

E adesso, che succederà? La Libia diventerà una tranquilla democrazia come il Sud Africa, o un inferno come la Somalia?
«Io sono ottimista», ci dice il principe Idris, «resteremo uniti e torneremo ai principi democratici della Costituzione del 1951».

Intanto però Mustafa Jalil, ex ministro di Gheddafi e capo del governo provvisorio (il quale esibisce sulla fronte una «zebiba», il callo dei musulmani ferventi che sbattono la testa per terra pregando) dice che verrà applicata la «sharia», la legge islamica.

«In Libia siamo tutti religiosi», tranquillizza il principe, «ma moderati. Non c’è tradizione di fanatismo. Rispetteremo le minoranze e tutte le differenze di genere e di razza. Avremo libertà, tolleranza e democrazia».
«Elezioni per la Costituente entro giugno 2012», promette il premier Mahmud Jibril, «e presidenziali entro giugno 2013».

Intanto, però, non c’è esercito né polizia. Per la Libia scorrazzano varie bande armate: quelli di Misurata e Zlitan, che si considerano città martiri, i berberi orgogliosi di avere liberato Tripoli, i cirenaici che hanno liberato Bengasi, i tripolini che hanno come comandante militare Hakim Belhaj, arrestato in Afghanistan nel 2001… Poco incoraggiante.
I reduci consegneranno le armi e riusciranno a perdonare i 7 mila gheddafiani incarcerati? I giovani esaltati da otto mesi di guerra accetteranno di tornare a una vita normale, noiosa e magari frustrante, o prevarrà la mistica del martire?

Per ora, Tripoli e Bengasi sembrano città tranquille: niente criminalità, e tanto entusiasmo per la ricostruzione. Presto torneranno gli immigrati filippini, egiziani e cingalesi, che lavoravano al posto di molti libici viziati dal petrolio (scuola e sanità gratis, sotto Gheddafi). La speranza di tutti è che i capi della nuova Libia ora non litighino troppo. E, se lo faranno, che almeno dimentichino i mitra.
Mauro Suttora