Monday, February 23, 2009

Newsweek: guerra del kebab

The Great Kebab Wars

By Mauro Suttora | NEWSWEEK

Published Feb 7, 2009

The Tuscan city of Lucca, famous as Puccini's birthplace, doesn't need any more publicity—especially if it carries the taint of "culinary racism." But that's the accusation being lobbed in response to Lucca's ban on new ethnic eateries in its city center. Ban supporters claim it will preserve "traditional and cultural identity," says Mayor Mauro Favilla, who wants to avoid becoming another Rome, where ancient streets are home to cheap fast-food and greasy Chinese joints.

Currently, Lucca's center boasts just four "ethnic" eateries, Turkish kebab places that opened within the last two years. "In Pisa, now there are 16 kebab [shops]; that's why they fear us," says Hayri Gok, who runs the Mesopotamia eatery. Detractors say Lucca's move makes little economic sense. "Tourism … is all about openness and variety," says Avi Rosental, director of the International Hotel & Restaurant Association. Besides, what if Turkey retaliates and outlaws pizza?

Francesco Rutelli

Ritratto di un politico maestro nel riciclarsi

Libero, sabato 21 febbraio 2009

di Mauro Suttora

«Dovete iscrivervi tutti all’Lsd». Udine, estate 1978. Ogni tanto, diciottenne in bici, facevo un salto alla sede del partito radicale, attirato più dalle belle ragazze che dal fascino di Pannella. E un pomeriggio Rita, una di loro, mi intimò di darle tremila lire «per l’Lsd».

«E che sarebbe, questo Lsd?» «Lega Socialista per il Disarmo», sorride Rita, estasiata. «Ma da quando in qua sei antimilitarista?» «Dalla scorsa settimana. Sono andata a Roma, ho incontrato Francesco Rutelli. Lui ha fondato l’Lsd. Ed è bellissimo…»

La seconda volta che m’imbattei in Rutelli fu un anno dopo. Sempre impegnato contro gli eserciti, aveva organizzato con Adele Faccio una Carovana di protesta da Bruxelles (sede Nato) a Varsavia (sede dell’omonimo patto). Ci andai, mi piaceva questa equidistanza fra sovietici e yankee. Presi tenda e sacco a pelo, m’imbarcai su uno dei sei pullman pieni di radicali. Dormivamo in campeggi e palestre di scuole. Le pacifiste tedesche erano affascinanti. C’era anche una sedicenne Sabina Guzzanti che suonava la chitarra. Però Rutelli mi deluse. Lui, con gli altri capetti radicali, non dormiva con noialtri. Dirigeva i sit-in di fronte alle basi militari col megafono, e poi spariva in albergo.

Arrivati al muro Berlino Est fummo manganellati dai vopos, le guardie di frontiera. In Polonia non arrivammo mai. Però io m’ero appassionato alla nonviolenza, e cominciai a leggere Gandhi. Così l’anno dopo, quando Rutelli fondò con lo scrittore Carlo Cassola il mensile ‘L’Asino’, me ne facevo mandare da Roma venti copie che rivendevo agli amici. ‘L’Asino’ era un famoso giornale antimilitarista e anticlericale fondato da Guido Podrecca che all’inizio del ’900 vendeva centomila copie. Poi fu chiuso dai fascisti. La versione rutelliana durò due anni. «Franciasco», come lo chiamavano le sue adepte romane (fra cui Eugenia Roccella), ci scriveva scintillanti articoli contro le spese militari e i missili atomici.

Nel frattempo, a soli 25 anni, Rutelli era diventato segretario nazionale del Partito radicale. Ancora oggi qualche morboso curiosone ogni tanto mi chiede quanti dei giovani politici messi in orbita da Pannella (da Rutelli a Capezzone) siano passati per il suo letto. «Non ne ho idea», rispondo sincero.
Dopo due anni Pannella vuole far spazio a una sua nuova scoperta, Giovanni Negri. Ma Rutelli oppone una fiera resistenza, riesce a restare sveglio tutta una notte mentre il capo radicale parla in riunione fino alle quattro del mattino, e alla fine riesce a farsi nominare vicesegretario assieme a Negri e a un altro giovanissimo: Gaetano Quagliariello.

Negli anni ’80 continuo a seguire con simpatia la carriera di Rutelli, che anch’io reputo bello e simpatico (secondo la mia fidanzata, invece, assomiglia ad Alberto Sordi). Lui sposa Barbara Palombelli, mia collega all’Europeo, e continua a organizzare proteste contro le parate militari del 2 giugno: in mutande e scolapasta in testa fa sfilare in piazza Venezia le «trippe disarmate».

A un certo punto però Pannella gli toglie lo stipendio, costringendolo a «ruotare»: un’usanza giusta ma crudele per dimostrare che i deputati radicali non sono attaccati alle poltrone, e che quindi si dimettono a metà mandato. Il povero Rutelli deve riciclarsi con i verdi, e a un certo punto è perfino costretto a elemosinare collaborazioni giornalistiche a Feltri, allora direttore dell’Europeo.

Ma in politica la ruota gira sempre, e nell’89 i verdi raggiungono il sette per cento: quarto partito italiano. Trionfo di Rutelli che ne diventa il capo. E nel ’93 Ciampi lo nomina ministro dell’Ambiente. Ma lui si dimette dopo un solo giorno per protesta contro il Parlamento che nega l’autorizzazione a procedere contro Craxi. In quei giorni tumultuosi di Tangentopoli Berlusconi debutta in politica «sdoganando» Fini, e candidando il segretario del Msi sindaco di Roma. A Pannella viene l’idea di contrapporgli Rutelli, che viene eletto.

Non abitando allora a Roma non so come valutare Rutelli, sindaco per otto anni. Però mi ha impressionato la scena di giubilo cui una distinta signora si è abbandonata sull’autobus 52 la scorsa primavera, quando giunse la notizia che Francesco aveva perso il nuovo tentativo di salire al Campidoglio dopo Veltroni: come mai tanto astio?

Mi ha colpito anche la cattiveria di una biografia a lui dedicata dall’editore di Kaos (un ex radicale che gli aveva pubblicato dei libri): ‘Cicciobello del potere’. Viene staffilato come «mediocre politicante che fa carriera a colpi di opportunismi, spregiudicatezze e aria fritta: passato dalle lotte contro la fame nel mondo agli appetiti dei palazzinari romani, dalle campagne anticlericali alle genuflessioni in Vaticano, dall’antimilitarismo ai campi da golf…»

Nel ’99, con Cacciari ed Enzo Bianco, fonda il movimento dei sindaci. Poi si allea con Di Pietro, Prodi e Parisi: dall’Asino all’Asinello. Quindi, nel 2001, viene mandato al sacrificio contro un arrembante Berlusconi. Candidato premier per la sinistra, perde ma si consola: «Solo due punti di distacco». Infine, lui ex radicale, riesce nel miracolo di diventare capo degli ex democristiani nella Margherita. Io lo ammiro per questo, oltre che per essersi risposato in chiesa con la Palombelli. Mi spiace che Andrea De Carlo lo abbia sbertucciato nel romanzo ‘Mare delle verità’ (2006). E lo penso sempre quando passo davanti alla stupenda fontana di piazza Esedra con le naiadi nude scolpite da Mario Rutelli, di cui è bisnipote.

Mauro Suttora

Wednesday, February 18, 2009

Elena Russo, raccomandata

Oggi, 11 febbraio 2009

Povera Elena Russo. Per quanto tempo la bella attrice napoletana sarà perseguitata da quella telefonata? Nel 2007 Silvio Berlusconi fu intercettato mentre la segnalava al dirigente Rai Agostino Saccà, assieme ad altre belle attrici emergenti, per una parte in qualche fiction. Da allora, qualsiasi cosa faccia, la Russo attira il sospetto della «spintarella». Ora però è diventata testimonial di uno spot in cui il governo celebra la risoluzione del problema della spazzatura a Napoli.

E poiché il committente è la presidenza del Consiglio (cioè Berlusconi stesso), il marchio di «favorita» è tornato automaticamente a sfiorarla. Ma come viene spiegata la scelta presa da un istituto prestigioso come Pubblicità Progresso? Dice il suo presidente, Alberto Contri (ex consigliere Rai berlusconiano): «La Russo non era la nostra prima scelta. Faceva parte di una rosa di napoletane veraci assieme a Serena Autieri e Luisa Ranieri. Ma loro non hanno potuto girare lo spot, perché erano già impegnate».

Parole che potrebbero creare qualche imbarazzo alla Russo, che da Londra (dove studia l’inglese) commenta: «Lo spot mi è stato proposto dalla mia agente, sapevo della gara con altre professioniste. Nessun favoritismo».

parla Gad Lerner

Oggi, 11 febbraio 2009

Cosa pensa del conflitto istituzionale innescato da Berlusconi?

«Non considero esaurita la forza, la spinta del berlusconismo. Ma l’ossessione di affermare la sua autorità, facendo leva sulle posizioni neodogmatiche della Chiesa, questa volta ha fatto commettere un errore a Berlusconi. Il quale teme un asse fra i due altri presidenti, quello della Camera Gianfranco Fini e quello della Repubblica Giorgio Napolitano, che imbrigli la sua azione di governo. E’ ricorso quindi al decreto legge, ingaggiando un braccio di ferro con il presidente della Repubblica. Il suo è un fastidio esibito contro ogni impiccio che lo ostacoli. Ma Berlusconi non si rende conto che sul tema da lui scelto per scatenare questo conflitto la società italiana è molto più avanti delle pagnotte e bottiglie piazzate davanti alla clinica La Quiete. Tutti i cittadini prima o poi, tramite qualche parente, hanno avuto a che fare con la pratica pietosa e silenziosa di interrompere gli accanimenti negli ospedali, per evitare che la tecnica imprigioni la vita. Il neodogmatismo illiberale mal corrisponde all’evoluzione del costume. Mi sembra che Berlusconi abbia presunto troppo dalla forza del suo consenso».

Riuscirà a cambiare la Costituzione?

«Berlusconi l’ha già stravolta da tempo, con la prassi della decretazione d’urgenza. Ha instaurato una nuova costituzione materiale, riducendo il rapporto con il Parlamento a una cinghia di trasmissione».

Sul caso Eluana si sarà fatto guidare da qualche sondaggio.

«Mi pare che questa volta abbia agito d’istinto, approfittando dell’appoggio delle gerarchie del Vaticano per liberarsi da quello che per lui ormai è diventato un vero e proprio incubo: l’asse Fini-Napolitano. Ma credo che sia stato un autogol, perché una volta finite le accuse irrazionali di omicidio, o le affermazioni secondo cui una ragazza dovrebbe morire, mentre ormai purtroppo si tratta di una donna, passato tutto questo, a Berlusconi resterà poco in mano».

Mauro Suttora

Tuesday, February 17, 2009

Coldplay verso Udine

Coldplay in mutande
"Che noia essere il signor Paltrow"

Libero, sabato 14 febbraio 2009

Stasera e domani i Coldplay suonano a Osaka in Giappone. Mercoledi saranno a Londra, poi da fine febbraio in Australia per mezzo mese, quindi Hong Kong, Singapore, Abu Dhabi… Fino a Udine il 31 agosto, stadio Friuli, unico concerto italiano del loro tour mondiale. Tutto esaurito, anche perché i loro prezzi sono onesti: 40-50 euro a biglietto contro i vergognosi 100-200 per gli U2 a San Siro in luglio.

«Se siamo la rock band più importante del mondo?», si schermisce il loro leader, cantante, chitarrista e pianista Chris Martin. «Non so se lo siamo mai stati, ma ora tornano gli U2 con il loro nuovo disco… Siamo solo stati i supplenti, occupando il loro posto per un po’».

Così risponde Martin a ‘60 Minutes’ sulla Cbs, il programma tv più prestigioso d’America. Che lo ha appena intervistato in coincidenza dell’ennesimo exploit: sette nomination e tre Grammy award (gli Oscar della musica) per il miglior disco rock del 2008 (‘Viva la Vida’, sette milioni di copie vendute in otto mesi), la migliore canzone e il migliore gruppo.

«Ma ci affidiamo più all’entusiasmo che alle nostre effettive capacità», confessa Martin. «Qualsiasi cosa si faccia, se lo si fa con entusiasmo alla gente piace di più. Io non so ballare come Usher, non so cantare come Beyonce, non so scrivere canzoni come Elton John. Ma cerchiamo di fare il massimo con quello che abbiamo».

Umili e riservati, ma anche gentili e pieni di senso dell’humour, appaiono i quattro moschettieri del rock del terzo millennio (unica novità di questi anni Zero, Rem e Oasis c’erano già da prima). Hanno trent’anni, stanno insieme da dodici, continuano a firmare democraticamente le loro canzoni con i nomi di tutti, anche se tutti sanno che la mente è Martin. Non hanno mai sbagliato un colpo: tutti i loro quattro dischi, da ‘Parachutes’ del 2000 in poi, hanno conquistato platini planetari.

Il loro segreto? «Uno solo: c’impegniamo molto, molto duramente», dice a ’60 Minutes’ il chitarrista Johnny Buckland. Tutti figli di professori, media borghesia, hanno cominciato nel quartiere di Camden a Londra. Laurea (Martin con lode in greco e latino, Buckland in matematica, il batterista Will Champion in antropologia), e firma del loro primo contratto discografico. Più facile di così…

Nei concerti suonano meticolosamente tutti i loro successi, da ‘Yellow’ in poi. Non si stancano, non fanno le bizze come certe rockstar che si rifiutano di eseguire alcuni pezzi, con la scusa che «non vogliono rimanere prigionieri di una sola canzone». «Alcune non le farei, perché non ci piacciono più particolarmente, ma gli spettatori hanno pagato caro il biglietto, sono venuti per ascoltare proprio quelle, e quindi le suoniamo». Michael Stipe dei Rem ha anche consigliato ai Coldplay di non variare troppo i brani live rispetto alla versione su disco, perché i fans sono abituati a quelle.

Martin spiega, scherzando ma non troppo, di utilizzare un particolare rilevatore di «customer satisfaction», soddisfazione del cliente: «Quando siamo sul palco non riusciamo a osservare molto la gente, però vediamo da lontano le luci dei corridoi di uscita. Così all’inizio di una tournée, per capire quali canzoni funzionano e quali no, se notiamo molte silhouettes di persone che ingombrano le uscite, vuol dire che la canzone che stiamo suonando probabilmente non è quella giusta, perché la gente preferisce uscire per farsi un hot dog o qualcos’altro… Mentre so che tutto va bene se le uscite illuminate rimangono vuote. E’ il nostro modo di giudicare, il “silhouette factor”…»

Martin non si sente la “rockstar” del nuovo millennio: «Rockstar, non mi piace questa parola. E poi non indosso i pantaloni giusti per essere una rockstar». Il bassista Guy Berryman però è felice, come gli altri, che sia Martin a catturare tutta l’attenzione dei paparazzi, anche per il suo matrimonio con l’attrice Gwyneth Paltrow: «Non riuscirei mai a uscire di casa con tutti quei fotografi!» «E’ una benedizione stare in questa band senza essere il cantante», sorride Champion.

«Invece io», ribatte Martin, «sogno il momento in cui tu, Will, improvvisamente ci dirai: “Ho deciso di diventare uno sgargiante batterista omosessuale, mi metterò vestiti incredibili e dirò cose pazzesche”. Mi sarebbe veramente d’aiuto per alleggerire la pressione e conquistare un po’ di tranquillità».

Ne avrebbe bisogno, Martin, per evitare le scenate un po’ penose cui lui, gentleman britannico, talvolta si abbandona aggredendo i fotografi per strada. Di solito accade quando è con Gwyneth, e anche con ’60 Minutes’ quando si affronta l’argomento Paltrow si chiude a riccio: «Per certi giornali divorzieremmo ogni settimana, e la settimana dopo i Coldplay si scioglierebbero. Come diceva Bob Dylan: “Sono contento che quello non sono io”».

Mauro Suttora

Wednesday, February 11, 2009

Mariella Bocciardo, cognata di Berlusconi

SCOVATA L’UNICA BERLUSCONA CHE LAVORA: MARIELLA BOCCIARDO, COGNATA DI SILVIO, STAKANOVISTA DEL PARLAMENTO (HA VOTATO 99,8% DELLE VOLTE) – “ERO PRODUTTRICE DELLE NEWS FININVEST. CON CARELLI, BOCCA, ZUCCONI... RICORDO CERTE NOTE SPESE”… (da dagospia.com)

PRESENTE! LA SUPERCOGNATA STRACCIA GLI ONOREVOLI FANNULLONI

Mauro Suttora per "Oggi"

11 febbraio 2009

La stakanovista della Camera mi fa accomodare su un divano nella Galleria dei Presidenti di Montecitorio. È il corridoio posteriore del palazzo, opposto al più mondano Transatlantico: l'entrata di servizio. Mariella Bocciardo, 59 anni, tranquilla signora milanese, deputata dal 2006, fino a un mese fa era conosciuta a Roma solo come la «cognata di Berlusconi» (prima moglie di Paolo, fratello di Silvio).

Ora però è stata pubblicata la classifica dei parlamentari più presenti alle votazioni, e lei risulta in testa con un incredibile 99,8 per cento. In otto mesi ha premuto il tasto 2.029 volte.
«Ma è un record che voglio migliorare», dice lei, che come tutte le donne lombarde è insoddisfatta fino al raggiungimento della perfezione. Mormora: «In realtà ho mancato cinque voti solo perché il sistema elettronico si era inceppato».

Due anni e mezzo fa, quando perlustrai il Transatlantico per scoprire le novità fra i nuovi eletti, la debuttante signora Bocciardo stazionava nel capannello delle donne di Forza Italia. Il cosiddetto «gruppo bella gnocca», come lo chiamavano con invidia i deputati di sinistra. In effetti, l'avvenenza delle varie Mara Carfagna, Fiorella Ceccacci Rubino, Gabriella Carlucci o Michaela Biancofiore contrastava col grigiore di tutto il resto. Ma la più matura «cognata» rifiutò la mia proposta d'intervista: «Non saprei cosa dirle, sono appena arrivata. Mi faccia acclimatare».

Adesso si sente preparata, per la prima volta parla con un giornale. E apre al nostro fotografo la sua casa di Milano Tre, dove posa sul divano con entrambe le figlie, Alessia (presidente di Pbf, la holding di famiglia che fra l'altro pubblica il quotidiano Il Giornale) e Luna (anche lei con ruoli di responsabilità nel gruppo), e i nipotini Jody e Davide, figli di Alessia.

Signora, le dà fastidio essere definita «la cognata»?
«Per carità, far parte della famiglia Berlusconi è un onore. Ma terrei a precisare che il mio impegno politico non è nato con l'elezione in Parlamento. Faccio la volontaria per Forza Italia da quando è stata fondata, nel ‘94. Anni e anni di lavoro, dal primo club a Milano Tre con Valentina Aprea alle provinciali di Milano del ‘99 con Paolo Romani, quando facemmo eleggere Ombretta Colli. Ora il nuovo coordinatore della Lombardia dopo Mariastella Gelmini, l'eurodeputato Guido Podestà, mi ha chiesto di diventare sua vice. Così sono tornata a passare tutti i miei sabati e domeniche fra la sede di Forza Italia in viale Monza, e riunioni in Lombardia».

Mai nessuna carica elettiva?
«No. Per me la politica è passione. Nel 2001 Silvio mi chiese: "Mariella, hai qualche aspirazione? Vuoi venire a Roma?". Io risposi: "Non mi sento pronta, preferisco rimanere nel partito. Aspettiamo ancora un po'».

E in questi due anni e mezzo a Roma, che cos'ha combinato?
«Il bilancio è assolutamente positivo. Mi piace molto l'attività nella commissione Affari sociali, perché è lì, più che in aula, che si affrontano e si cercano di risolvere i problemi concreti. Anche con l'opposizione il clima in commissione è diverso, più costruttivo. Faccio parte anche della bicamerale per l'infanzia. Dobbiamo prendere coscienza che la vita dei bambini oggi è a rischio».

Beh, non più di trent'anni fa...
«No, no, la situazione è peggiorata. Fra bambini abusati, rapiti, vittime di pedofili, l'infanzia oggi vive un disagio che scuola e famiglie non affrontano con la necessaria attenzione».

Signora, non vorrei toglierle la gioia per il record di presenze alle votazioni, ma le viene mai il sospetto che abbia ragione suo cognato Silvio? E cioè che alla Camera basterebbero trenta o quaranta deputati, perché gli altri passano il tempo a pigiare il bottone su questioni di cui non sanno niente?
«Guardi, non vedo nulla di squalificante nel "pigiare un bottone". Fa parte anche questo del mio lavoro, e trovo riduttivo pensare solo al momento del voto: il lavoro di un parlamentare non si esaurisce in aula. Come in tutte le cose, è la passione e la dedizione del singolo a fare la differenza».

Però ora la maggioranza ha cento voti in più, non c'è neanche il brivido del testa a testa.
«Veramente ogni voto è prezioso, perché fra deputati ministri, sottosegretari e in missione, ogni volta ci mancano una sessantina di persone».

E perché chi ha il doppio incarico non si dimette?
«Non lo chieda a me».

Com'è che non riuscite a diminuire i costi della politica?
«Il nostro sistema prevede due Camere che fanno le stesse cose. Quindi per risolvere il problema o tagliare i parlamentari, bisogna cambiare la Costituzione».

Per diminuire le auto blu no.
«Mah, a volte l'auto di servizio può anche servire. Certo l'uso andrebbe razionalizzato».

Quando ha visto Silvio l'ultima volta?
«A Natale, per gli auguri».

Avete parlato di politica?
«No. Per quello, lo sentirò al massimo due volte l'anno».

Niente filo diretto, quindi?
«Non ce n'è bisogno. La sintonia è totale».

Come sono i rapporti con i suoi colleghi di Forza Italia?
«Cordiali, con un briciolo di sana competizione».

Anche fra donne?
«A volte».

Con chi va d'accordo, nell'opposizione?
«Livia Turco, Paola Binetti».

Da quanti anni conosce Silvio Berlusconi?
«Da quando ho incontrato suo fratello, al liceo, verso il '63 o '64. Silvio era simpaticissimo già allora. Ho lavorato per lui quando vendevano le prime case a Brugherio e Milano Due. Poi sono arrivate le mie figlie e per un po' mi sono dedicata solo alla famiglia. Ricordo quando nacque Luna, alle cinque del mattino del 2 agosto 1975: Silvio venne in clinica a trovarmi già alle sette. È sempre stato molto premuroso».

Poi lei e suo marito vi siete separati.
«Sì, nell'82, ma i rapporti sono rimasti molto cordiali. E io ho ricominciato a lavorare in Fininvest».

Di cosa si occupava?
«Ero produttrice delle prime news, quando ancora non avevamo la diretta. C'erano Emilio Carelli oggi a Sky, Giorgio Bocca, Guglielmo Zucconi... Seguivo tutta la produzione, dalle riunioni di redazione alla trasmissione finita. Mi occupavo persino degli stipendi, e ricordo anche le note spese di certi giornalisti».

Per esempio?
«Uno chiese il rimborso addirittura di uno shampoo».

Chi?
«Non dico il peccatore».

Prima di Forza Italia per chi votava?
«Come mio padre, che stava per Malagodi: liberale. Ma seguivo poco la politica».

Che scuole ha fatto?
«Il liceo linguistico-umanistico di via Manin a Milano. Abitavamo in viale Zara, ero figlia unica. Amavo i libri francesi, i Beatles e De André. Poi mi sono iscritta a Lingue alla Cattolica. Ma mi sono sposata a 21 anni con Paolo, è nata Alessia e ho interrotto l'università».

Un colpo di testa. Cosa dissero in famiglia?
«Paolo ed io stavamo già insieme da tanti anni... La presero bene, anche se erano severi».

Dove vi siete conosciuti?
«Sotto casa, in bici. Lui andava dai salesiani, come il fratello».

Se lo immaginava allora che trent'anni dopo sarebbe finita in politica con Silvio?
«Beh, al liceo lessi "La Forza d'amare" di Martin Luther King. E oggi mi piace poter contribuire, nel mio piccolo, a diffondere certi valori».

Quali?
«Responsabilità, senso del dovere, onestà».

Mauro Suttora

Lucca: la disfida del kebab

La città di Puccini vieta i ristoranti etnici dentro al centro storico: nel mirino quattro paninerie turche. Razzismo culinario?

Lucca, 4 febbraio 2009

dall'inviato Mauro Suttora

«Non sono ammessi nuovi esercizi di etnie diverse». Maledette quelle due paroline, etnie diverse, altrimenti del nuovo regolamento per i ristoranti di Lucca non si sarebbe accorto nessuno. Se avesse scritto «fast food», non sarebbero piovute accuse di razzismo da tutto il mondo sul povero Mauro Favilla, 75 anni, eterno sindaco prima dc (nel 1972!) e oggi pdl. Perché arrivando in questa perla della Toscana pensavamo di trovarla devastata da pizzerie al taglio, pub rumorosi o ristoranti cinesi come certe zone turistiche di Roma e Firenze. Invece l’oggetto del contendere sono solo quattro piccole rivendite di kebab turco.

«Prima ha aperto quella di via Elisa», ci dice Hayri Gok, 30 anni, di Varto (Turchia), «poi sono arrivato io nel 2007. E dopo hanno aperto quelle di San Paolino e corso Garibaldi».
Un successone: attirati dal prezzo (tre euro per un pasto completo di carne e verdura), studenti, giovani turisti e immigrati affollano i locali. E per Lucca si profila l’incubo Pisa, dove i kebab ora sono sedici.

Invidia, protezionismo? «Beh, i kebab non rappresentano certo una minaccia per noi», assicura magnanimo Giuliano Pacini, 67 anni, proprietario del ristorante più antico di Lucca (aperto dal 1782), la Buca di Sant’Antonio. «Quel regolamento c’era già, ed servito per impedire a McDonald’s di installarsi in centro. Lo hanno messo in periferia. Ma i take-away non sono in concorrenza con i ristoranti della cucina tipica. Il Comune vuole solo far mantenere un certo stile, un decoro… Lucca era famosa come la città del “garbo”».

E oggi ai lucchesi non «garba» l’invasione del turismo «basso», quello del «mordi e fuggi», dei grupponi scaricati dalle corriere che arrivano al mattino, parcheggiano fuori dalle mura, percorrono via San Paolino e visitano in poche ore le stupende piazze e chiese del centro.

Poi ci sono gli immigrati. Quando arriviamo nella kebabberia di San Paolino, proprio di fronte alla chiesa, la troviamo piena di albanesi che vengono sfamati da pakistani che lavorano per una catena tedesca di cibo turco. Infatti i kebab (porchetta di bovino) sono penetrati in Europa grazie alla folta colonia dei turchi di Germania. E da lì stanno invadendo l’Italia.

Anche Gok viveva in Germania fino a cinque anni fa. Ha aperto il suo Mesopotamia proprio in centro, nel “chiasso” (vicolo) Barletti, all’angolo con via Fillungo (la via Condotti o Montenapoleone di Lucca). Scandalo! E per di più lo tiene aperto dal mattino fino a mezzanotte sette giorni su sette grazie al cognato e alla moglie. Lavorano come bestie, e così riescono a tenere i prezzi bassi. Lì vicino con tre euro si compra solo una fettina di pizza al taglio sottile come la carta.

«Mi hanno dato una multa di 370 euro per il cartello pubblicitario che ho messo sul marciapiede», si lamenta Gok. Perché non chiedi il permesso di occupazione del suolo pubblico? «L’ho chiesto, non me lo danno».
Lo sai che il nuovo regolamento impone a tutti i ristoranti anche «almeno un piatto tipico lucchese»?
«E quali sono?»
Farro, ceci…
«Ah, bene, i ceci già li metto nel falafel».
E poi il comma E dell’articolo 7 richiede che i camerieri sappiano l’inglese…
«Perfetto: io oltre all’inglese e all’italiano parlo anche turco e tedesco».

«Bisogna stare molto attenti quando si prendono certe iniziative di tutela della “tradizione”: io sento puzza di razzismo», commenta con Oggi Graziano Cioni, l’assessore-sceriffo di Firenze famoso perché vietò i lavavetri ai semafori. Cioni è di sinistra, il sindaco di Lucca di destra: la polemica è facile. «Ma dov’era la sinistra quando il regolamento è stato approvato prima in commissione e poi in consiglio comunale?», chiede il sindaco Favilla. «Allora non ci accusarono di razzismo, e non hanno neppure votato contro: si sono astenuti».

Gli elettori di centrodestra difendono il nuovo regolamento: «Ci voleva, i fast food non possono moltiplicarsi indiscriminatamente. Di fronte a quei kebab la sera c’è disordine, sporcano per terra, lasciano cartacce, disturbano con schiamazzi», dice la signora Simonetta V., dipendente comunale.
«Il sindaco è vecchio, vorrebbe che mangiassimo tutti farro», ribatte Alessandro Fantozzi, 22 anni, lucchese che studia Scienze politiche a Pisa. Aggiunge il suo amico Alessandro Solinas, 23, studente a Bologna: «Dove si può pranzare con tre euro a Lucca?»

La statua seduta di Giacomo Puccini, il lucchese più famoso, osserva muta sotto la sua casa natale. Lucca ne ha appena festeggiato il 150° della nascita, e per attirare turisti d’estate organizza anche concerti rock in piazza Napoleone (Leonard Cohen lo scorso luglio). Però qui il turismo resta d’élite, i miliardari inglesi hanno comprato le ville della Lucchesia.

«Anche a Pistoia hanno proibito i ristoranti “di culture diverse da quella locale”», insiste il sindaco. Ma solo in una piccola zona, quella della piazza della Sala. Invece lo stupendo centro storico di Lucca è enorme, due chilometri: come quello di Milano. Troppo, per andare a farsi un kebab fuori dalle mura.

Mauro Suttora