Friday, June 20, 2008

Festa del cinema a Roma

La Capitale del debito fa pure la Festa del Cinema

Liberiamo la cultura dal Festival dei dittatori

di Mauro Suttora

Libero, 20 giugno 2008

Nei Paesi civili i politici non si intromettono nella cultura. Non la finanziano (con soldi altrui) con la scusa di «aiutarla» o «promuoverla». Infatti negli Stati Uniti non esiste un ministero della Cultura, né quella sciagura che sono gli assessori alla Cultura. La Gran Bretagna ha capitolato soltanto nel 1992, ma il nuovo Ministry of Culture britannico ha soprattutto il compito di preservare biblioteche e monumenti.

Solo i dittatori vogliono controllare la cultura. Per questo Mussolini creò nel ’32 la Mostra del cinema di Venezia. E il festival di Cannes nacque qualche anno dopo perché i francesi erano stufi delle interferenze fasciste e naziste a Venezia.

Dove il cinema funziona c’è poco bisogno di festival. Infatti a Hollywood ci sono gli Oscar, che si risolvono in una serata dopo un voto fra 5.800 professionisti del settore (non di una giuria di una decina di smandrappati). Ed è una cerimonia privata, senza finanziamenti pubblici.
Gli unici due festival di una certa rilevanza negli Usa (Sundance e Tribeca) sono legati all’impegno personale di Robert Redford e Robert De Niro, ad eventi particolari (il Tribeca è nato dopo l’11 settembre 2001 per risollevare le sorti del quartiere), e hanno pochissimi contributi pubblici.

Nei Paesi civili hanno letto Orson Welles. L’unico «aiuto» che i politici danno alle arti è la detassazione dei soldi investiti dai privati. Invece a Roma vige ancora, da duemila anni, la legge del «panem et circenses». Gli italiani trovano normale che chi ha il potere lo mantenga tramite l’elargizione di spettacoli, a carico dell’erario.

Dopo gli imperatori e i papi, a Roma 33 anni fa arrivò Renato Nicolini. Il primo «assessore alla Cultura» d’Italia. L’inventore dell’«estate romana». Un genio (sul serio, senza ironia: infatti i politici professionisti lo hanno fatto fuori). Due anni fa, invece, è nata la festa del Cinema. Una disgrazia. E non solo perché ha scialacquato decine di milioni in una città con sette miliardi di debito e in un Paese in rosso per 1.600 miliardi. Ma perché ha sbagliato tempo e luogo.

Il tempo. «Ma sono pazzi?», ho quando ho saputo che la festa del cinema di Roma si sarebbe svolta solo un mese dopo il festival di Venezia. Cioè di un evento che bene o male richiama l’attenzione mondiale, e dove infatti vengono un sacco di attori famosi. Che certo non ritornano in Italia dopo cinque settimane, anche se hanno un nuovo film da promuovere. Si chiama «cannibalizzazione». Sarebbe come se Parigi organizzasse una sua festa del cinema a giugno, un mese dopo Cannes.

E poi, ottobre. A Roma in ottobre da sempre non si trova una camera d’albergo vuota. E’ altissima stagione. Come ogni Pro loco sa, gli eventi si organizzano invece per tirar su la bassa stagione.
Ma mi hanno spiegato: «L’auditorium è libero solo in ottobre, prima che inizi la stagione dell’orchestra di Santa Cecilia». Quindi: decidono di organizzare un evento internazionale, prenotando decine di camere nei migliori alberghi e rompendo le balle ai turisti veri, quelli che pagano di tasca propria, solo per sistemare i bilanci in deficit dell’Auditorium (un altro esempio di soldi pubblici scialacquati nel faraonismo pseudoculturale dei politici).

Il luogo, infine. «La festa del cinema ha rilanciato l’immagine di Roma», dichiarò il sindaco Walter Veltroni dopo la prima edizione. Come senla città più bella del mondo avesse bisogno di un lifting d’immagine. Ma i festival fateli a Manfredonia, Monza, Monfalcone: tutte cittadine il cui nome giustamente comincia per M…

Dice: «Molte spese sono coperte dagli sponsor». Te li raccomando, gli «sponsor» a Roma. Sono quasi tutte aziende statali, parastatali, o comunque in debito di favori presso i politici. Certo che Lottomatica finanzia tanti circenses a Roma, invitando i papaveri in prima fila: chi gliela rinnova, altrimenti, la concessione per giochi e lotterie? Certo che la Camera di commercio romana è generosissima con Comune, Provincia e Regione: quante sue aziende dipendono da commesse pubbliche, licenze, permessi, varianti al piano regolatore?

La verità è che a Roma c’è poco o nulla di non parastatale. Perfino la Chiesa lo è diventata, con l’8 per mille. Ma lo spettacolo più buffo è la gente di spettacolo che chiede l’elemosina al burocrate. Il cinema italiano che, con le sale semivuote tranne Christian De Sica, Moccia e Pieraccioni, pretende soldi statali per fare film. E protesta se tagliano il Fus (Fondo unico spettacolo). Il sottobosco di produttori, maestranze, attori, comparse e pierre alla perenne ricerca di favori, lavoretti, consulenzine da dieci o centomila euro. Non a caso il film vincitore della prima festa del cinema di Roma, nel 2006, s’intitolava «Fare la vittima». Qualcuno l’ha visto?

A questo servono le feste del cinema. A regalare i soldi di chi non va al cinema a quelli che fanno un cinema che fa scappare dai cinema.
Sono andato alla prima dell’ultimo film con Nanni Moretti. All’uscita, davanti al cinema Sacher, c’era un caos calmo di auto blu e limousine parcheggiate. Tutte di sinistra. Al neosindaco di Roma Alemanno e al neoministro della Cultura Sandro Bondi un solo augurio: tagliate. Liberate la cultura.

Mauro Suttora

Wednesday, June 18, 2008

Obama vince le primarie

Elezioni usa. Cosa significa la vittoria di Obama

A 40 anni dalla morte di Bob Kennedy, gli Stati Uniti hanno un nuovo mito: Barack. Ora un nero può diventare presidente. Una rivoluzione

di Mauro Suttora

New York (Stati Uniti), 6 giugno 2008

Una coincidenza da fare accapponare la pelle: il 5 giugno Barack Obama ha conquistato la candidatura del partito democratico per le presidenziali americane di novembre. In quello stesso giorno, 40 anni prima a Los Angeles, veniva assassinato Robert Kennedy, dopo avere ottenuto anche lui quella candidatura. Due miti che si stringono la mano, due leggende che si saldano a distanza di quattro decenni: quella del primo possibile presidente di colore degli Stati Uniti, e quella del secondo dei fratelli Kennedy che tentò la scalata alla stessa poltrona, pagando anch' egli con la vita come il fratello John cinque anni prima a Dallas.

"Mi sono accorto che stiamo vivendo un momento storico solo ieri mattina, quando in autobus un passeggero sconosciuto ha commentato la vittoria di Obama con il conducente", dice Hector Garcia, un nero che gestisce una bisteccheria ad Harlem, il quartiere dei neri di New York. "Anche i miei clienti hanno cominciato a parlare di Obama, e perfino i miei vicini di negozio, un barbiere e un ottico, mi hanno fermato sul marciapiede elettrizzati dall' accaduto".

Negli Stati Uniti il 12 per cento della popolazione è di colore. Ma è dai tempi dei Kennedy, dagli anni Sessanta appunto, che per loro l' orologio sembrava essersi fermato. Infatti, dopo l' abolizione dell' apartheid negli Stati del Sud e la parità dei diritti civili ottenuta da Martin Luther King (assassinato due mesi prima di Robert Kennedy in quell' orrendo 1968), la minoranza di colore non ha fatto grandi progressi sociali.

Certo, si è formata una media borghesia di colore che in molte città conduce una vita paragonabile a quella della middle class bianca. Certo, in molte professioni l' accesso dei neri è ormai garantito: lo stesso Obama e sua moglie Michelle sono entrambi avvocati. Certo, dopo l' ambasciatore Andrew Young nominato dal presidente Jimmy Carter nel ' 76, e dopo i segretari di Stato Colin Powell e Condoleezza Rice nominati da George Bush nel 2000, anche in politica quasi tutte le porte sono state aperte. E perfino nel big business qualche nero si è fatto strada, come Richard Parsons che dal ' 95 guida il gigante dei media Cnn Time Warner. Ma in generale le statistiche sono incresciose. Nei ghetti neri la criminalità è altissima, così come gli stupri e le ragazze madri. Una normale famiglia con padre e madre che non divorziano dopo qualche anno è quasi una rarità. E i neri perdono la gara anche con le nuove minoranze: surclassati da asiatici e ispanici.

"Smettiamola di lamentarci e di dare la colpa alla società dei bianchi per le nostre condizioni d' inferiorità", ha ammonito il personaggio televisivo Bill Cosby nel 2005, "la responsabilità è nostra: rimbocchiamoci le maniche e smettiamola di pensare che la nostra cultura è quella dei ragazzotti ignoranti della musica rap". Parole dure, ma che che hanno colto nel segno. Perfino Obama, oggi, non vuole più che l' emancipazione dei neri sia affidata solo alle "quote" obbligatorie delle cosiddette affirmative action, cioè i posti garantiti ai neri nelle migliori università e in molti posti di lavoro pubblici.

La storia della sua vita, d' altronde, è lì a garantire per lui: figlio di uno dei tanti neri che non si sono assunti la responsabilità di fare il padre, e che quindi spariscono dopo avere messo incinte le madri dei loro figli, si è fatto strada studiando. Laureato alla Columbia di New York, specializzato ad Harvard, quando fu preso per una sostituzione estiva in uno studio legale di Chicago venne affidato alla supervisione dell' unica altra avvocata di colore dello studio, anche lei con un curriculum brillante (Princeton e Harvard): Michelle Robinson. "L' ho invitata a pranzo e poi a vedere il film Fai la cosa giusta di Spike Lee. Ora è mia moglie", ha raccontato lui. Barack, che aveva sette anni quando Robert Kennedy morì, ha fatto la cosa giusta anche in questi ultimi mesi, quando ha sbaragliato poco a poco Hillary Clinton. "Lei era troppo aggressiva e piena di sé all' inizio delle primarie", spiegano gli analisti, "si è addolcita troppo tardi".

Per le prossime settimane l' interrogativo è: Obama prenderà Hillary come vicepresidente ? Lo sognano molti democratici, anche se alcuni come l' ex presidente Carter avvertono: "Metterebbero assieme soltanto le loro debolezze". Vinta, ma ancora orgogliosa, nel discorso in cui ha dovuto ammettere la sconfitta, Hillary ha promesso un pieno appoggio a Barack contro il candidato repubblicano John McCain. Però sa che non pochi dei 18 milioni di statunitensi che hanno votato per lei alle primarie potrebbero scegliere alla fine McCain. Quindi sta trattando con gli uomini di Obama, e il prezzo del suo impegno sarà alto. Innanzitutto l' ex avversario vittorioso dovrà aiutarla a pagare i 30 milioni di dollari di debiti della sua campagna. Finora Obama si è impegnato per 12, ma non è abbastanza. E poi, se non la vicepresidenza, qualcosa spunterà. Per esempio la carica che adesso è della Rice: quella di Segretario di Stato.

La verità di cui nessuno può apertamente parlare negli Stati Uniti, perché le questioni razziali sono tabù, è che molti ispanici e asiatici democratici che hanno votato per la Clinton sceglierebbero McCain piuttosto che votare per un nero come Obama. Oppure si asterranno. Questo il furbo McCain l' ha capito, e ora si è messo incredibilmente a corteggiare gli elettori di Hillary amareggiati per la sconfitta. Loda la Clinton, sottolinea che sul ritiro dei soldati dall' Iraq lei è meno decisa di Obama. E non parliamo dell' assistenza sanitaria, che Hillary vorrebbe gratuita per tutti come in Europa, mentre Obama è più cauto.

Insomma, i giochi sono ancora aperti. E non è per niente sicuro che Obama vinca l' elezione a presidente. Per questo Barack sta pensando ad altre mosse a sorpresa. Come la vicepresidenza a Caroline Kennedy, figlia di John. Per riunirsi al mito della grande famiglia.


Didascalia
Obama. famiglia da leggenda Barack Obama, 47 anni, con la moglie Michelle, 44, e le figlie Malia Ann, 10, (a sinistra) e Natasha, 7.

Mauro Suttora

Cecchi Gori arrestato

Donne, champagne, manette

Cecchi Gori in galera. il nuovo capitolo di un' odissea senza fine

Il re del cinema e della bella vita è finito per la quarta volta agli arresti. I magistrati lo torchiano, le sue "ex" lo difendono, lui disperato dice: "E ora fatemi morire !"

di Mauro Suttora

Roma, 18 giugno 2008

E quattro. È la quarta volta che i poliziotti piombano nel suo appartamento di palazzo Borghese, uno dei più maestosi di Roma. Questa volta, però, accanto a Vittorio Cecchi Gori non c'era Valeria Marini. La prima volta, nel luglio 2001, la perquisizione fu tragicomica. La coppia fu sorpresa nell' intimità. Poi le forze dell' ordine scoprirono della cocaina, ma lui si difese: "È zafferano". Stessa scena qualche mese dopo, sempre in vestaglia: l' irruzione era per un' indagine su un presunto voto di scambio (Cecchi Gori era stato candidato per l' Ulivo ad Acireale). Terzo arresto, sempre in pigiama, nell' ottobre 2002, per il fallimento della Fiorentina: quella volta però Vittorio oppose una fiera resistenza, e per più di due ore non fece aprire il portone ai domestici filippini.

Ora Cecchi Gori è rimasto solo. Nonostante il tourbillon di donne di cui si circonda, non ha più una relazione fissa da quando a gennaio è finita, dopo due anni, l' ultima storia con l' attrice Mara Meis. Con la quale però è rimasto in buoni rapporti. Come con tutte le sue ex, cosicché ogni tanto esce una foto annunciante improbabili revival anche con Rita Rusic e la Marini. "Non riesco a capire l' accanimento dei magistrati contro Vittorio", ci dice Mara Meis. "Lui è un uomo buono. Se ha avuto problemi, sono stati causati dalla sua ingenuità. Ma lui è uno che come produttore ha vinto tre Oscar, ha dato lustro all' Italia in tutto il mondo. Perché lo trattano così ?"

Il problema è il fallimento della sua società, la Finmavi, con debiti per centinaia di milioni di euro che hanno lasciato insoddisfatti decine di creditori. Quello dei Cecchi Gori era un impero da mille miliardi. Ma ormai gli hanno tolto quasi tutto. Ha perso la Fiorentina, che con lui attraversò il periodo d' oro di Batistuta. Lo hanno spossessato di Telemontecarlo (l' odierna La7), per la quale aveva grandi progetti: sognava di trasformarla nel terzo polo televisivo, che facesse concorrenza vera a Rai e Mediaset.

Gli hanno tolto la catena delle sale di cinema, dove la famosa sigla "Mario e Vittorio Cecchi Gori Group" ha fatto divertire e sognare milioni d' italiani. Il Postino, La vita è bella, Mediterraneo sono gli Oscar, ma i campioni d' incasso sono tanti, dai film di Verdone a quelli di Pieraccioni, fino ai lavori di qualità come Canone inverso. "Possono togliermi tutto, ma non impedirmi di lavorare", diceva lui, fino a pochi giorni fa. Con quel suo carattere fumantino e sempre un po' aggressivo che probabilmente lo ha messo in urto con qualche pubblico ministero.

E così, dopo anni di forzata stasi, settimane e mesi passati con gli avvocati a studiare le carte di processi e ricorsi, in gennaio per Vittorio era arrivato il momento della rivincita. Serata di gala nella sala privata di proiezione a palazzo Borghese per l' anteprima del nuovo film suo e di Rita Rusic: Scusa ma ti chiamo amore. Debutto alla regia di Federico Moccia, protagonisti Raoul Bova e Michela Quattrociocche. Perché in questi anni Cecchi Gori, nonostante le traversie giudiziarie, ha continuato a ricevere ospiti nel suo palazzo come sempre, ed è stato un anfitrione generoso. Alle anteprime di film come Scoop di Woody Allen o Flags of our Fathers di Clint Eastwood hanno partecipato personaggi come Lamberto Dini, Antonio Di Pietro, Claudio Martelli, Giovanni Minoli, Barbara Palombelli, Mara Venier. Anche questa volta Cecchi Gori ha fatto centro: comprò i diritti di Scusa ma ti chiamo amore quando Moccia non aveva ancora scritto il libro. E il film è diventato il maggiore incasso italiano del 2008: 14 milioni, quasi il triplo di Caos calmo con Nanni Moretti.

Proprio questo successo ha irritato qualche grande creditore del fallimento Cecchi Gori: i magistrati ora gli imputano di avere distratto fondi che avrebbero dovuto rimanere nella sua vecchia società a garanzia dei debiti, per crearne un' altra nuova con la quale è stato prodotto il film. Insomma, paradossalmente Vittorio è finito di nuovo a Regina Coeli perché è stato troppo bravo a fare il suo lavoro. Cioè a produrre film. Accanto, professionalmente, gli è rimasta Rita Rusic, 48 anni. Che gli ha subito espresso solidarietà e dolore dopo l' incarcerazione. In effetti, con tanti grandi imprenditori incriminati e condannati, i quali però continuano indisturbati a lavorare e a essere riveriti, non si capisce perché il povero Cecchi Gori, se proprio doveva essere arrestato, non abbia potuto ottenere almeno i domiciliari. Infatti, anche ammettendo che abbia continuato a (cercare di) truffare i creditori, non sussisteva la necessità del carcere per rischio di fuga, o di reiterazione del reato, o di particolare odiosità dello stesso.

"Mi voglio ammazzare, praticatemi l' eutanasia", ha detto disperato Vittorio appena messo piede in cella. Il produttore anche quest' estate, se e quando i magistrati glielo permetteranno, passerà metà del tempo nella sua bella villa di Sabaudia (Latina), l' unico possedimento che gli è rimasto oltre alla casa ufficio di palazzo Borghese e quella da dividere a metà con l'ex moglie Rita Rusic, dalla quale ha divorziato nel 2000 e litigato per anni prima di mettersi d' accordo su una cifra. All' inizio, infatti, lei aveva chiesto la pazzesca cifra di 2.300 miliardi di lire per sé e i due figli Vittoria e Mario. Alla fine si era accontentata di un mensile di 50 milioni (di lire).

E pensare che ci fu un periodo, verso il 1994, in cui Cecchi Gori junior, subito dopo la morte del padre Mario che aveva pazientemente costruito l' impero, sembrava potesse addirittura rivaleggiare con Berlusconi. Silvio scendeva in politica ? Anche lui, nel Partito popolare: eletto nel ' 94, e ancora due anni dopo. Silvio si dava al cinema ? All' inizio era alleato con Cecchi Gori nella società Penta. E sia nella distribuzione sia nella produzione, per anni ha vinto Vittorio. Silvio aveva tre tv ? E Vittorio nel ' 95 comprò dai brasiliani Telemontecarlo. Perfino nel calcio, in seguito, sono stati rivali. Ma ora Berlusconi è a palazzo Chigi. Mentre, tre isolati più a nord, il palazzo Borghese di Cecchi Gori sembra diventato il tiro al bersaglio preferito della procura di Roma.

Mauro Suttora

Friday, June 13, 2008

Bush a Roma: caos

LO SFOGO: TROPPI DIVIETI

Pedoni perquisiti e code infinite
Una città bloccata senza motivo

di Mauro Suttora

Libero, venerdì 13 giugno 2008

Sono filoamericano. Adoro i cheeseburger McDonald’s, e penso che Bush abbia fatto bene a cacciare Saddam. Sono felice che al presidente degli Stati Uniti piaccia Roma, e che ci torni ogni anno. Questa volta però, scusatemi, ma ha rotto le balle. Non lui, ma chi per proteggerlo ha bloccato mezza capitale d’Italia per tre giorni. Non so chi sia: il ministro dell’Interno, il prefetto, il questore, o la Cia che avrà chiesto misure di sicurezza eccessive. Ma qualcuno ha esagerato. Hanno raddoppiato i divieti rispetto all’anno scorso, ampliato a dismisura le zone proibite. Perché?

«Non sa che giorno è oggi?», mi sussurra il funzionario di polizia che mi blocca mercoledì mattina in via Aldrovandi mentre vado a lavorare. Il mio ufficio sta vicino a villa Taverna, residenza privata dell’ambasciatore americano. «Undici giugno. E ai terroristi piace colpire l’11 del mese…»

Okay. Quindi niente auto, niente parcheggi, niente taxi. Ma neanche il tram 19 e i bus. Tutti deviati. Il problema è che il loro nuovo percorso, tre chilometri da viale Bruno Buozzi ai viali Liegi e Regina Margherita, è così intasato di auto che l’autista ci consiglia di scendere: «A piedi fate prima».

Va bene. Però mezzo chilometro prima di villa Taverna controllano i documenti ai pedoni. Bloccano tutti i non residenti, e chi non lavora in zona. Passo, perché la mia società risulta nell’elenco in mano a un poliziotto. Obietto: «Sono le nove del mattino, Bush arriva nel tardo pomeriggio, l’anno scorso avete fatto scattare i divieti solo due ore prima, perché questo inasprimento?» «Dotto’, obbediamo agli ordini».

All’una esco per andare a pranzo in centro. Per tutta la mattina i clacson del traffico fermo in piazza Ungheria ci hanno assordato. Rifaccio il percorso di quattro ore prima, alle transenne ritiro fuori la carta d’identità. No, non si può più passare: «Giri per via Paisiello». «Ma stamane sono passato di qui». «Mi spiace». Cammino un chilometro fino a via Pinciana, dove passano il 52, il 53 e il 910. Fermata soppressa. Un inutile giro vizioso, visto che è impossibile tagliare per Villa Borghese. Arrivo con mezz’ora di ritardo, sudato, dopo cinque chilometri a piedi.

Ieri mattina, peggioramento ulteriore. Via Aldrovandi tutta proibita anche ai pedoni, chissà come faranno i Caltagirone e Nancy Brilli a uscire di casa. Due interi quartieri, Parioli e Pinciano, paralizzati.

Nel 2004 ero a New York per la Convention repubblicana. Anche lì c’era Bush. Ma la polizia non fece tutto questo casino. Chiuse tre strade, però i pedoni passavano. E comunque lì la metropolitana (che in questa parte di Roma non c’è) ha sempre funzionato. Nessuno si sognerebbe di bloccare i traffici di mezza metropoli.

Caro Bush, facciamoci del male. Quest’anno al corteo contro di te c’erano solo quattro gatti. Ci hanno pensato le autorità a far maledire l’America da decine di migliaia di romani, impotenti e imbufaliti al volante.

Sex and the City, il film

LE QUATTRO 'RAGAZZE' DI NEW YORK APPRODANO SULLO SCHERMO

"Ma io che le ho conosciute da vicino dico: alla larga!"

Oggi, 11 giugno 2008

Rischia di passare alla storia come quello di 'Sex and the city', il decennio degli anni Zero che stiamo vivendo. In mancanza - tocchiamo ferro - di nuove guerre o attentati. Purtroppo ho conosciuto da vicino le "ragazze" di Manhattan (si fanno chiamare ridicolmente così anche quando hanno 50 anni), avendo vissuto con una di loro per un anno mentre ero corrispondente di 'Oggi' da New York. Le conseguenze sono state: portafogli (mio) vuoto, stress, divertimento, molte ubriacature.

Ho raccontato tutto nel libro 'No Sex in the City' (ed. Cairo, seconda edizione 2007). Molti pensano che a New York, capitale mondiale dei single, si faccia parecchio l' amore. È vero il contrario: le donne, ossessionate da carriera e shopping, provano più piacere comprando un paio di scarpe che a letto. Riducono il sesso a un' attività ginnica, che però viene dopo il tapis roulant in palestra. Per i maschi è un inferno: ho visto miliardari di Wall Street ridotti a cagnolini al guinzaglio delle loro mogli. Samantha, la più simpatica delle quattro smandrappate del film, viene dipinta come una ninfomane. In realtà, è proprio lei la meno falsa.

Mauro Suttora

I pirati della strada

Killer della strada, licenza di uccidere

Inchiesta: vittime senza giustizia

Giovani vite spezzate, famiglie distrutte. Chi guida ubriaco o drogato e ammazza rischia oltre 12 anni. Ma quasi sempre se la cava con meno di uno. Ecco perché la strage degli innocenti è una lista che ci fa vergognare. E cresce ogni anno

di Mauro Suttora

Roma, 11 giugno 2008

Quarantuno morti. Una strage. Il trenta per cento in più rispetto allo stesso periodo dell' anno scorso. Tante sono le vittime dei pirati della strada nei primi cinque mesi del 2008. Dieci solo a Roma. Gli ultimi: Alessio Giuliani e Flaminia Giordani, i fidanzati in scooter uccisi due settimane fa a Roma, sulla Nomentana.
Ma lo scandalo vero sta nel comportamento dei giudici. Fino a due anni fa l' omicidio colposo era punito col carcere da sei mesi a cinque anni. Poi il minimo è stato alzato a due anni per le uccisioni sulla strada. E con le aggravanti si arriverebbe oltre i dodici. "Invece nove volte su dieci i colpevoli se la cavano con pene inferiori all' anno", denuncia Enrico Gelpi, presidente dell' Aci. E spesso, grazie alla condizionale, non passano neanche un giorno in carcere.

Rispetto ai cinquemila morti annui sulle strade italiane, le vittime dei pirati si distinguono perché i loro investitori non si fermano a soccorrerle, spesso in preda ad alcol e droga. Ma "pirati" vengono definiti tutti gli automobilisti che guidano con particolare imprudenza o scelleratezza, fino appunto a provocare l' uccisione di persone innocenti.

L' osservatorio dell' Asaps (Associazione amici Polizia stradale) registra un aumento addirittura dell' 82 per cento di tutti gli episodi di pirateria, che nel 2008 hanno provocato anche 105 feriti. "Sempre più spesso, nell' 85 per cento dei casi, le vittime sono pedoni o ciclisti", avverte Giordano Biserni, presidente dell' Asaps. "Chi li colpisce ha l'auto che marcia ancora, e quindi si può allontanare impunemente, specie di notte. Hanno paura di perdere punti della patente o la patente stessa, o per lo stato di ebbrezza, o perché l' assicurazione è scaduta o falsa".

Unico dato positivo: nei tre quarti dei casi il pirata viene individuato: o immediatamente o nei giorni successivi. L' aggravarsi del fenomeno ha provocato una risposta: nel decreto sulla sicurezza, il governo ha appena aumentato fino a dieci anni la pena massima di carcere per l' omicidio colposo, se il conducente è ubriaco o drogato. "Il problema però", ci spiega l'avvocato Federico Alfredo Bianchi di Roma, "è che nonostante i pirati rischiassero anche prima fino a dodici anni con le aggravanti per omissione di soccorso e altro, inspiegabilmente i giudici comminavano loro quasi sempre il minimo della pena".

Fra patteggiamenti, attenuanti e riti abbreviati, insomma, la giustizia evapora. Perché ? "L' omicidio colposo trova comprensione presso i giudici perché, si dice, può capitare a tutti", spiega Biserni. "Nel senso che tutti guidiamo e quindi potrebbe capitare a ciascuno di noi, per una distrazione, di investire e ammazzare qualcuno".Qui però si ha a che fare non con gente comune, ma con disgraziati che si imbottiscono di droga o alcol e che si lanciano a mo' di roulette russa nella notte per vedere quanti semafori rossi riescono a passare indenni, com' è capitato nell' ultimo caso della via Nomentana.

Perciò, anche prima dell' inasprimento della pena minima, tutto si giocava attorno a queste due parole: "dolo eventuale". "Il pirata non ammazza per semplice colpa", ci dice l'avvocato Bianchi, specializzato nell' assistenza ai parenti delle vittime, "ma mette nel conto di potere uccidere. Quindi il suo non è omicidio colposo, ma doloso". In quasi tutti i casi, però, compreso quello della Nomentana, i magistrati derubricano l' omicidio da doloso a colposo.

Come il 23 aprile 2007, ad Appignano sul Tronto (Ascoli Piceno), quando un furgone guidato da Marco Ahmetovic, nomade ubriaco di 22 anni, investì e uccise quattro ragazzi fra i 16 e i 18 anni. A ottobre l' investitore era già stato scarcerato. Qualcuno gli aveva perfino proposto di esibirsi come modello, vista la "fama" conquistata. Il pm aveva chiesto solo tre anni e tre mesi. Chissà se ha contato la pressione dell' opinione pubblica, ma Ahmetovic è stato condannato a sei anni e sei mesi. Cioè 19 mesi per ogni sua vittima.

Domenica 5 agosto 2007 è morta Giulia Bollo, 21 anni, di Civitavecchia: si è schiantata contro un albero di Guidonia (Roma) su un' auto guidata da un amico 25enne ubriaco e drogato che andava a velocità folle. Dev' essere ancora processato.

Atroce il destino della povera Giovanna Rachele Mazzeo, 26enne siciliana emigrata da Milazzo a Treviso per lavorare al Coin. La sera dello scorso 4 novembre aveva portato il suo cane a fare la pipì sul Terraglio, lo stradone che esce da Treviso verso Venezia. Era sulle strisce pedonali nella frazione Frescada di Preganziol, quando è stata spazzata via da una Citroeen. Il conducente, Francesco Parise, 56 anni, dipendente delle Ferrovie, si è costituito 72 ore dopo. "Ho sentito un botto, avevo visto un cane, non mi sono fermato perché pensavo di aver preso lui", si è giustificato. Sette mesi dopo, è libero e non è stato ancora processato.

Una strage che ha emozionato è stata quella di Fiumicino (Roma) nel febbraio di quest' anno: cinque morti, tutti donne e bambini che aspettavano l' autobus sul bordo di via Geminiano Montanari. Una Fiat Stilo in assetto da corsa guidata dal 21enne Simone Perrini arrivata a velocità folle si è scontrata con un pick up Mitsubishi e ha scagliato un' altra vettura fra la gente, come in un autoscontro. "Non sono un mostro, non sono un assassino, andavo a 90", si scagiona Perrini, che si è fermato a soccorrere le vittime. Assieme a lui è indagato per omicidio colposo plurimo il pizzaiolo Alessandro Cresta.

Pochi giorni dopo, il 17 marzo, è la volta di due giovani turiste irlandesi che stavano attraversando il lungotevere a Roma di fronte a Castel Sant' Angelo per tornare in albergo. Travolte e uccise da una Mercedes guidata da Friedrich Vernarelli, 32enne ubriaco che poi non si ferma e, quando viene arrestato, si rifiuta di sottoporsi al test dell' alcol. Vernarelli è ancora in carcere. Il 28 maggio la procura ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Ma il suo avvocato ora dice che andava a 85 e non a 120 all' ora, e ha chiesto due perizie: una per stabilire se le due irlandesi stavano attraversando col rosso, e l' altra per capire se avessero bevuto pure loro. Era la festa di San Patrizio, patrono degli irlandesi...

L' 11 aprile a Napoli, nel quartiere Scampia, un ragazzino di 10 anni e la madre sono stati uccisi da un 39enne invalido al 100 per cento per disturbi psichici al quale era stata ritirata la patente. I poliziotti lo hanno salvato dalla folla inferocita che stava per linciarlo.

Poche ore dopo, sempre a Napoli, è stato travolto e ucciso Salvatore Lauretano, operatore Rai, sposato, due figlie, che correva al bordo di una strada fra San Sebastiano e San Giorgio, allenandosi per la maratona. Infine, alla mezzanotte del 22 maggio, l' ultimo episodio della via crucis: i fidanzatini 23enni Flaminia e Alessio falciati sul motorino all' incrocio fra la via Nomentana e viale Regina Margherita a Roma dalla Mercedes di Stefano Lucidi, 33 anni, al quale era già stata tolta la patente. Era lanciato a 90 ed è passato col rosso. "No, andavo a 70 ed era giallo", si è difeso lui.

Mauro Suttora


RIQUADRO:

"Al processo l' assassino di mio figlio mi ha riso in faccia"

Il killer stava per uscire di prigione per decorrenza dei termini, e allora lui per far celebrare finalmente il processo è dovuto andare a incatenarsi davanti al Quirinale. "Ma ricordo che il magistrato quasi sbuffò contro di me, mi disse che era stufo di tutte quelle polemiche". Giovanni Delle Cave, ristoratore di Latina, ha perso il figlio 22enne Eros otto anni fa: "Passeggiava sul lungomare di Latina verso mezzanotte, era estate. Improvvisamente un' auto con a bordo cinque russi ubriachi si è abbattuta su di lui e i suoi amici. Sono morti in due, un terzo è stato spinto in un fosso accanto alla strada. Naturalmente i russi sono scappati".

Dopo sei mesi il processo non era stato ancora fatto, e il signor Delle Cave ha dovuto sollecitarlo con modi clamorosi. "Quando l' assassino di mio figlio è stato condannato a due anni e all' espulsione, si è voltato verso di me e mi ha riso in faccia. Non dimenticherò mai quel momento. Anche perché adesso lo vedo che scorrazza sempre beato in zona. Altro che espulsione !". Da allora Giovanni Delle Cave si batte per le vittime dei pirati. Ha fondato assieme all' avvocato di Roma Federico Alfredo Bianchi l' Associazione europea familiari delle vittime della strada, di cui è vicepresidente. La presidente è Lilia Gaviani Dellamore di Cesena. Sul sito internet c' è il resoconto della loro attività.

Delle Cave pochi giorni fa era di nuovo davanti al Quirinale con uno striscione di protesta. Oltre al danno, la beffa: "Dopo otto anni non abbiamo ricevuto ancora un centesimo di risarcimento. Ovviamente il tagliando dell' assicurazione del russo era falso, ma c' è un fondo per le vittime. A mia moglie hanno "misurato" il dolore per la morte del figlio, domandandole per quanto tempo non era venuta a lavorare nel ristorante".
M.S.

Roberta Mancino, paracadutista

"Volo libera coi marines"

Una paracadutista italiana addestra i soldati statunitensi

Roberta Mancino è campionessa mondiale di "free style". È andata a lavorare in North Carolina, con allievi molto speciali. "E pensare che sono una pacifista..."

di Mauro Suttora

Raeford (Stati Uniti), 11 giugno 2008

Confessa: "Ogni volta che mi butto dall' aereo provo le stesse sensazioni di quando faccio l' amore". Beata lei: perché Roberta Mancino, 26 anni, da Nettuno (Roma), di lanci ogni giorno ne fa anche una dozzina. Ora però il piacere è continuo, perché la nostra campionessa di paracadutismo free style (quello che prevede spettacolari figure di gruppo in volo libero prima di aprire il paracadute) è approdata nel più grande tunnel del vento del mondo: quello di Raeford, nella Carolina del Nord.

I lanci non danno pane: nonostante gli sponsor tecnici, anche i paracadutisti di livello mondiale come Roberta per mantenersi devono lavorare. Così lei è diventata istruttrice. "E fra i miei allievi ci sono anche dei soldati americani, ai quali insegno il free fly". E cos' è ? "Devono imparare come non ruzzolare in aria, a rallentare, ad accelerare...". Anche a sparare ? "Ma no ! Il tunnel del vento è solo un grande simulatore dove si galleggia come se si fosse per aria. Io poi odio le guerre e le armi, sono pacifista".

Fate l' amore, non la guerra. Potrebbe essere questo il motto della bella Roberta, che da modella ha posato nuda e che continua a farlo anche lanciandosi dagli aerei (in cambio di ben 20 mila dollari): alcune sue foto sono finite sull' edizione americana di Playboy. Comprensibile, quindi, l' entusiasmo nei suoi confronti dei soldati americani, che rintracciano queste sue generosissime immagini su Internet e poi, appena finita la lezione, la invitano a cena. Ma le loro speranze di riuscirci sono finora risultate vane. Anche se Roberta si è appena lasciata col fidanzato...

Ma com' è iniziata questa passione ? "Ho fatto i primi lanci ad Anzio nel 2001, e mi è subito piaciuto. Così ho frequentato un corso e ho preso il brevetto". Le capitali del paracadutismo sportivo in Italia, oltre ad Anzio, sono Reggio Emilia, Fano, Arezzo. Una ventina di squadre che si allenano per costruire figure con posti assegnati in aria. Da terra i giudici votano le migliori coreografie basandosi sui video filmati da un paracadutista che si lancia contemporaneamente.

Il primo record italiano per Roberta è arrivato nel 2005. Poi quello europeo in Spagna, replicato l' anno scorso. Infine quello mondiale. E da lì, il salto oltre Atlantico: "Passo tutto l' inverno in Arizona, fra Phoenix e Tucson. Lì il tempo è bello, ci si può lanciare sempre. E i prezzi sono minori. In Italia invece ogni lancio costa 25 euro...". Che però non è moltissimo. "No, ma per allenarci ne facciamo tanti. Io sono arrivata a quattromila". Né si risparmia nel Wind tunnel della Carolina, che costa 750 dollari all' ora. Lì si fa a meno degli aerei, ma le condizioni simulate sono quelle di un lancio da cinquemila metri di quota a una velocità di 250 chilometri l' ora. Il prossimo grande appuntamento per Roberta Mancino è ai mondiali di agosto in Francia. "Mi sto allenando fra una lezione e l' altra. E oltre ai militari insegno anche a bambini e anziani".

Il paracadutismo in America è più popolare che in Italia: perfino l' ex presidente George Bush senior ci ha tenuto a farsi immortalare mentre si lanciava, incosciente, per festeggiare l' ottantesimo compleanno. E lei, Roberta, pensa di paracadutarsi fino a quell' età ? "Per ora mi godo il presente. Noi paracadutisti siamo una specie di tribù, siamo sempre in movimento cercando i posti migliori per lanciarci. Volare dà una sensazione di libertà totale". Hai mai avuto paura ? "Solo in uno dei primissimi lanci. Mi sono bloccata, ho guardato giù e non sono riuscita a saltare dall' aereo. Sono ritornata a terra a bordo. Ma il giorno dopo ci ho riprovato, e la paura era passata".

Diplomata in ragioneria, Roberta da piccola ha fatto per anni danza classica. È minuta di corpo, non dà l' impressione della sportivona vitaminizzata. La grazia e il ritmo acquisiti danzando le servono ora per il free style. Ma prima le era scattata la molla degli sport estremi: ha nuotato fra gli squali, si è data anche al parapendio... "Tutto troppo noioso. Non c' è niente come volare".

Mauro Suttora

Friday, June 06, 2008

Iuri Maria Prado e De Marchi

Cambio di linea

Addio editoriali di Prado e De Marchi.
Radio radicale spegne le voci liberiste

di Mauro Suttora

Libero, 6 giugno 2008

Radio radicale ha eliminato i quattro editoriali bisettimanali del mattino (l’orario di massimo ascolto) di Iuri Maria Prado e di Luigi De Marchi. Andavano in onda da una dozzina d'anni. Si cancella così la fase «liberista» della radio e del partito radicale, iniziata nel 1992, che aveva portato all'exploit della lista Bonino nel ’99 (8,5%).

Prado, 43 anni, avvocato milanese, ha uno studio specializzato in «proprietà industriale» (marchi e brevetti). Appassionato di Gadda e Savinio, nel ’96 era stato contattato da Pannella che apprezzava i suoi editoriali sul Giornale allora diretto da Vittorio Feltri. «Ma da quando nel 2006 scrissi su Libero che non avrei più votato radicale, non mi ha più chiamato. Mi ha solo detto: “Mi spiace per te”».

Nel suo ultimo editoriale, l’altroieri, Prado ha ringraziato Radio radicale per avergli sempre garantito totale libertà, «anche quando esprimevo opinioni diverse dalla linea del partito. Un caso quasi unico, in Italia». Ma dopo la svolta a sinistra di Pannella due anni fa, l’alleanza con i socialisti di Boselli nella riesumata Rosa nel pugno e l’appoggio a Prodi, era evidente che Prado e De Marchi si sono trovati spiazzati.

Stesso destino toccato ai due brillanti giovani allevati da Pannella negli anni ’90: Benedetto Della Vedova e Daniele Capezzone. Il primo si è candidato con Berlusconi già nel 2006, pur mantenendo ottimi rapporti con i radicali. Capezzone invece ha consumato un’acrimoniosa rottura con il partito di cui era stato segretario per cinque anni, e ora è portavoce di Forza Italia. L’unico radicale di destra rimasto a collaborare con Radio radicale è Marco Taradash, che cura la rassegna stampa al sabato.

L’ottuagenario Luigi De Marchi è un monumento del libertarismo italiano. Psicologo e politologo, negli anni ’50 introdusse in Italia il pensiero di Wilhelm Reich e nei ’60 fondò l’Aied (Associazione italiana educazione demografica), con i primi consultori sessuali. Nel ’67 si ritrovò in piazza San Pietro con Pannella sotto lo slogan: «Contro l’aborto, sì alla pillola».

All’inizio degli anni ’90 si avvicinò alla Lega, scrivendo saggi sulla «nuova lotta di classe liberale: produttori contro burocrati». In quel periodo anche i radicali si allearono con i leghisti, promuovendo assieme vari referendum liberisti. Due volte alla settimana De Marchi distillava il suo pensiero «psicopolitico» per Radio radicale, prima della seguitissima rassegna stampa del direttore Massimo Bordin.
Suscitava consensi ma anche forti avversioni: «Ogni volta che iniziava la sua rubrica spegnevo la radio per quei tre inascoltabili minuti», dice Angiolo Bandinelli, storico dirigente radicale e commentatore del Foglio.

I maligni collegano l’allontanamento di Prado e De Marchi ai trenta milioni di finanziamento concessi da Prodi nel novembre scorso alla radio per la trasmissione delle sedute parlamentari fino al 2010. «Sciocchezze», commenta il direttore Bordin, «a De Marchi ho già proposto un’altra collocazione nel palinsesto a partire dall’autunno».

Mauro Suttora

Wednesday, June 04, 2008

Il ballo delle vergini

Stravaganze d'America: il voto di purezza

«No sex in the city»: i padri s’impegnano a difendere la castità delle figlie fino alle nozze. È un’idea delle nuove chiese evangeliche, che fa discutere. Ma tra i suoi fan c’è anche il presidente degli Stati Uniti Bush

New York (Stati Uniti), 4 giugno 2008

Ci mancavano i «balli della purezza». Dagli Stati Uniti, fonte inesauribile di stravaganze, arriva la notizia che si stanno moltiplicando i cosiddetti purity ball: cerimonie annuali simili a serate di gala in cui gli adepti delle nuove chiese cristiane evangeliche si impegnano pubblicamente e solennemente a proteggere e preservare la verginità delle proprie figlie teen-ager. Compito arduo, in un Paese dove tutte le statistiche indicano che l’età del primo rapporto sessuale è attorno ai 14-15 anni. E dove i giovani che eventualmente si ritrovassero vergini a 18 anni finiscono in quei college descritti nell’ultimo libro di Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons: «Sesso, sesso! Si respirava ovunque, insieme all’azoto e all’ossigeno! Tutto il campus era sempre pronto, inumidito e lubrificato. Si ingozzava di sesso, in un arrapamento continuo!».

Per reagire a questi eccessi, nel profondo Sud religioso dell’America sono nati nel 1998 i «Balli della purezza». «Io, padre di Elizabeth, scelgo di fronte a Dio di proteggere mia figlia con autorità nel campo della purezza. Sarò puro nella mia vita come uomo, marito e padre. Sarò una persona integra e onesta nel guidare mia figlia e pregare per lei, come il sacerdote della mia casa. E questa promessa verrà usata nel nome di Dio per influenzare le prossime generazioni». Queste sono, letteralmente, le parole che i padri pronunciano in giuramento con tanto di spadoni in difesa dell’illibatezza della figlia teen-ager. I loro eventuali fidanzatini sono avvertiti: niente rapporti sessuali prima del matrimonio.

Già negli Anni 80 erano nati alcuni gruppi di giovani religiosi che sventolavano con orgoglio la propria castità. Ma solo con la presidenza di George Bush alcuni Stati della «cintura della Bibbia» sono arrivati a finanziare con soldi pubblici corsi di educazione sessuale in cui l’astinenza viene propagandata come il miglior anticoncezionale, la migliore protezione contro le malattie veneree e il baluardo più efficace contro il fenomeno dilagante delle ragazze madri di 16-18 anni, diffuso soprattutto nei ghetti neri.

Ma questi «Balli della purezza», con l’entrata in campo diretta dei padri, segnano un ulteriore passo per le chiese del Texas, del Dakota o del Missouri.
Così li critica la femminista Eve Ensler: «Alle ragazze che affidano la propria verginità al padre viene di fatto tolto il diritto alla sessualità. Fino a quando non firmano un contratto con un altro uomo: il marito. Diventano invisibili. Non esistono più».

Che per evitare gli eccessi della promiscuità sessuale non si debba cadere in eccessi opposti lo sostengono anche molti cristiani evangelici, come Betsy Hart: «Sono cristiana e credo fermamente che il sesso sia riservato al matrimonio. Ma non farei mai una cosa simile per i miei figli, maschi o femmine. Questa fissazione per la verginità finisce con l’essere controproducente. Cristo, condannando l’ipocrisia dei farisei esibizionisti, ci ha insegnato che il peccato non è ciò che entra in una persona, ma ciò che esce dal suo cuore».

In effetti, le statistiche dimostrano che chi si impegna alla castità conserva la propria verginità «tecnica» solo 18 mesi più a lungo delle altre ragazze, ma ha una probabilità sei volte maggiore di praticare il sesso orale. Che, come arrivò a (sper)giurare l’ex presidente Bill Clinton, secondo alcuni non sarebbe sesso completo.
Non si capisce poi perché i ragazzi maschi non debbano essere oggetto di un’attenzione altrettanto rigorosa di quella riservata alle loro sorelle.

In ogni caso, anche se circoscritto a poche decine di migliaia di persone in un Paese con 300 milioni di abitanti, il ritorno alla verginità sembra un fenomeno in crescita. Forse per reazione ai matrimoni gay, appena legalizzati anche in California dopo il Massachusetts, o all’eutanasia permessa in Oregon.

Insomma, esiste un’America rurale ed economicamente arretrata dove questi messaggi rassicuranti fanno presa. E un tribunale ha appena condannato l’«intro-missione» della polizia che ha liberato le donne di un gruppo religioso che praticava la poligamia in Texas. Massima libertà per tutti, negli Stati Uniti. Anche troppa.

Sbaglia quindi chi immagina che l’America sia tutta libertina come nel film appena uscito 'Sex and the City'. Quella è solo New York: basta attraversare il fiume Hudson per scoprire che le donne disinibite e gli omosessuali di Manhattan non hanno vita facile altrove.

Il 22 luglio, per esempio, si riunirà ad Orlando (Florida) il congresso nazionale del Centro per l’astinenza, fondato nel 1993 da Leslee Unruh, energica biondona del Sud Dakota. In questo quindicennio la sua propaganda per un «nuova verginità» ha fatto proseliti anche nelle università più di sinistra, come Harvard a Boston o Columbia a New York. Si sono formati piccoli gruppi non più tanto catacombali di ragazzi che, spesso delusi dal sesso promiscuo praticato in passato anche da loro stessi, aspettano il matrimonio, o almeno il grande amore, per «donarsi completamente». Proprio come il giocatore del Milan Kakà.

E poiché gli americani sono pragmatici, aumentano gli interventi chirurgici per richiudere l’imene. Ovvero per riguadagnare una verginità perduta. Non siamo nella Sicilia di un secolo fa. Siamo nel Paese guida dell’Occidente, dove c’è ancora l’illusione che, con po’ di fortuna, ottimismo e buona volontà, tutto è possibile. Rivergination compresa.
In fondo, fanno parte del Grande sogno americano anche i simpatici signori di queste foto, convinti di proteggere l’innocenza delle proprie figliole.

● E in Italia, la verginità è ancora un valore? «Il 45 per cento dei giovani tra i 18 e i 25 anni ritiene la verginità un valore importante», dice la psicosessuologa Marinella Cozzolino.
● Meno legati al valore della verginità gli universitari di Teramo, che hanno risposto alla domanda: «Andiamo a letto con tutti/e o aspettiamo l’amore?». Per l’80 per cento la verginità non è un valore.

Mauro Suttora

I dittatori più longevi

Nella gara dei tiranni Mugabe batte Mao e Pol Pot

Libero, 4 giugno 2008

di Mauro Suttora

Robert Mugabe, il dittatore dello Zimbabwe che ieri ha parlato al vertice Fao di Roma, è un decano fra i despoti mondiali: è al potere da 28 anni. Più longevi di lui sono soltanto il sultano del Brunei e quattro altri tiranni africani: Omar Bongo (Gabon) che si installò 41 anni fa, il libico Muammar Gheddafi (dal 1969) e, con appena un anno in più al potere di Mugabe, Eduardo Dos Santos (Angola) e Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale). L’Africa, insomma, la fa da padrona in questo triste elenco.

Mugabe, come l’iraniano Ahmadinejad, tecnicamente non potrebbe essere definito «dittatore». Nello Zimbabwe come in Iran, infatti, si svolgono regolarmente elezioni presidenziali. Ma i risultati sono falsati o truccati, a causa della mancanza di libertà.

Secondo Freedom House sono otto le dittature peggiori del mondo: Birmania, Corea del Nord, Cuba, Libia, Somalia, Sudan, Turkmenistan e Uzbekistan. Subito dopo, lo Zimbabwe di Mugabe assieme a Bielorussia, Cina, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Eritrea, Laos, Arabia Saudita e Siria. Al terzo peggior posto Camerun, Ciad, Iran, Swaziland e Vietnam. Ma anche Brunei e Angola vengono considerati Paesi «non liberi». Si «salva» solo Omar Bongo: il suo Gabon è considerato «parzialmente libero».

Ieri al vertice Fao ha preso la parola anche Isaias Afewerki, dittatore dell’Eritrea. Come Mugabe e tanti altri leader africani (da Dos Santos al tanzaniano Nyerere, dal keniota Kenyatta al guineano Houphuet-Boigny), all’inizio era un liberatore e padre della patria. Ma col passare degli anni si è attaccato al potere e incattivito. Esattamente come accade in «The Interpreter» (2006), l’ultimo film con Nicole Kidman e Sean Penn del povero Sydney Pollack, scomparso la scorsa settimana.

Se non avesse abdicato in favore del fratello Raul, in vetta alla classifica ci sarebbe stato Fidel Castro. Per pochi mesi non ha raggiunto i 49 anni di dominio assoluto esercitati dal coreano Kim Il Sung (1945-94), prima di morire lasciando lo scettro al figlio Kim Jong Il (che quindi è già arrivato a 14 anni). Fra gli immarcescibili, notevoli l’albanese Enver Hoxha (40 anni, fino all’85), lo spagnolo Francisco Franco e il persiano Reza Pahlevi (entrambi durati 39anni), e lo jugoslavo Tito (35, come Saddam Hussein).

Relativamente poco hanno resistito Hitler (12 anni) e Mussolini (23). Molto di più i comunisti Stalin (29) e Mao (27).
Naturalmente la durata di un dittatore non è correlata alla sua ferocia. Al cambogiano Pol Pot sono bastati quattro anni per sterminare un quarto dei suoi sudditi.

Incredibile, invece, la quantità di tiranni che riescono a morire tranquilli nel proprio letto. Perfino i cannibali e sanguinari Bokassa e Idi Amin Dada sono riusciti a scappare in esilio. Il tirannicidio, giudicato legittimo dagli antichi greci e perfino dalla Chiesa, non viene più molto praticato. Dove sono finiti gli anarchici dell’Ottocento? Se aspettiamo i tribunali Onu, nessuno verrà punito. Perfino il serbo Milosevic ha fatto in tempo a crepare per conto suo, prima della fine del processo all’Aia.

Mauro Suttora

Tuesday, June 03, 2008

Mangiano pure sulla fame

PAPPONI MONDIALI

Si apre a Roma il vertice mondiale sulla povertà. Un ente internazionale che brucia quattrini senza fare nulla. Presenti anche capi di Stato che affamano i popoli. Come Mugabe e Ahmadinejad

Libero, 3 giugno 2008

di Mauro Suttora

Il quinto dittatore più longevo del mondo è atterrato a Fiumicino tranquillo e felice domenica notte con la moglie Grace. Ha conquistato il potere nel 1980 e non lo ha più mollato. Soltanto Gheddafi e altri tre despoti (il sultano del Brunei, Omar Bongo in Gabon e Dos Santos in Angola) tiranneggiano i loro popoli da più tempo.

Robert Mugabe ha 84 anni ed è ospitato a Roma nell’ambasciata del suo Zimbabwe, quartiere Prati. Mentre era in volo i suoi poliziotti in Africa hanno arrestato l’oppositore più prestigioso, il giovane scienziato Arthur Mutambara, assieme a decine di altri avversari politici.

Lo Zimbabwe è l’ex Rhodesia del Sud. Era un Paese florido, uno dei granai d’Africa. Gli inglesi se ne sono andati 28 anni fa, e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Oggi i tredici milioni di sudditi di Mugabe sono fra i più poveri del mondo, ridotti alla fame. L’inflazione è del 156.000 per cento. Non è un refuso: significa che ogni giorno i prezzi quadruplicano. Fino a una dozzina di anni fa almeno c’era la libertà. Ora neanche più quella. Da liberatore, Mugabe si è trasformato in tiranno.

Nel 2002 ha truccato le elezioni per farsi rieleggere. L’Unione europea ha reagito proibendogli di venire nel nostro continente. Ma lui si fa gioco di questo divieto. Con la scusa che a Roma c’è la Fao (Food and agriculture organization), la quale come tutte le agenzie dell’Onu gode di extraterritorialità, fa una capatina in Italia ogni volta che può. L’ultima volta, a un vertice Fao del 2005, paragonò Bush e Blair a Mussolini e Hitler. Chissà cosa dirà questa volta.

Con la sua presenza a Roma, Mugabe sta facendo ombra perfino a un altro gentiluomo come l’iraniano Ahmadinejjad. Il ministro degli Esteri australiano Smith ha definito «oscena» la sua presenza al vertice contro la fame nel mondo: «Mugabe è responsabile della fame di cui soffre il suo popolo, e ha usato gli aiuti alimentari a fini politici». Due mesi fa ha perso di nuovo le elezioni, ma grazie ai soliti brogli ha ottenuto un ballottaggio per il 27 giugno. E ora è venuto a farsi un po’ di propaganda in Italia.

Il pretesto glielo offre uno dei tanti inutili vertici contro la fame di una delle tante inutili agenzie dell’Onu. La Fao, appunto. Il palazzo bianco della Fao sta vicino alle terme di Caracalla, un precursore di Mugabe. Fino al 2002 nel piazzale davanti alla Fao c’era l’obelisco di Axum. Poi l’Etiopia ha chiesto di riaverlo. L’Italia, chissà perché, ha acconsentito. Così l’obelisco è stato tolto e rispedito in Etiopia a nostre spese. Da allora giace abbandonato sotto una tettoia. Questo è il risultato dei complessi di colpa degli ex colonialisti.

Un altro risultato è che continuiamo a finanziare baracconi come la Fao. Ha quattromila funzionari. Duemila stanno «sul campo», nei posti dove si soffre la fame, e probabilmente qualcosa combinano. Gli altri duemila stanno a Roma, e si godono i loro stipendi da ottomila euro al mese esentasse. La Fao costa quasi 400 milioni di dollari l’anno. Poco, tutto sommato, se paragonati ai 300 milioni di euro che abbiamo appena deciso di buttare via per dare qualche altro mese di vita all’Alitalia. Ma tanto, se si scopre che gran parte del bilancio serve per pagare i dipendenti.

Come per l’Onu e l’Unesco, i tre quarti dei soldi vengono versati da undici Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa.

L’inefficienza della Fao è leggendaria. Già nel 1960, visti gli scarsi risultati, fu creato il Pam (Programma alimentare mondiale), agenzia operativa per le emergenze sempre con sede a Roma. Esiste tuttora e funziona abbastanza bene. Negli anni ’70 si continua con la moltiplicazione degli enti: nascono il Wfc (World food council) e l’Ifad (International fund for agricultural development).

Vent’anni fa la Heritage Foundation, think tank Usa di destra, dimostra dati alla mano che l’inefficienza continua. E nel ’91 ai critici della Fao si aggiunge la rivista The Ecologist, bibbia degli ambientalisti, che decreta addirittura: “La Fao promuove la fame nel mondo, invece di combatterla”.

Niente da fare. La burobaracca sopravvive organizzando vertici su vertici. Quello del 2002 viene considerato uno «spreco di tempo» perfino da molti dei partecipanti ufficiali. Nel maggio 2006 si dimette Louise Fresco, assistente direttore generale della Fao, che ammette: “La nostra organizzazione è incapace di adattarsi alla nuova era,i suoi capi non propongono soluzioni per superare la crisi”.

Dopo il vertice del 2006 Oxfam, la più grande Ong (Organizzazione non governativa) privata contro la fame nel mondo, chiese di finirla con le «feste di parole». Un mese fa il presidente del Senegal ha ribadito: “Meglio chiudere la Fao”. Invece ora ci risiamo. Per tre giorni i potenti della Terra, dittatori e affamatori compresi, banchettano a Roma alla faccia degli affamati. Quelli che fanno qualcosa di concreto (i missionari, i volontari delle Ong) sono rimasti in Africa, in Asia, in America Latina.

Mauro Suttora

Mr. Mugabe non gradito

Il dittatore dello Zimbabwe arriva a Roma grazie all'extraterritorialità. Il sistema dell'Onu è impotente

Il Foglio, 3 giugno 2008

Roma. Non dite a Robert Mugabe che il palazzo della Fao (Food and agricolture organization) fu progettato da Benito Mussolini per ospitare il ministero delle Colonie fascista, prima di essere regalato alle Nazioni Unite nel 1951. L’84enne dittatore dello Zimbabwe c’è affezionato, non mancò neanche al precedente vertice del 2005 per il sessantennale dell’agenzia Onu. Allora scandalizzò il mondo con un paragone ardito: “Bush e Blair, come Hitler e Mussolini, si sono alleati per attaccare un Paese innocente”. Il presidente venezuelano Hugo Chavez si alzò per abbracciarlo.

Come userà Mugabe questa volta il podio planetario graziosamente messogli a disposizione dalla Fao? Allora come oggi era «persona non grata» in Europa, dopo il voto truccato in Zimbabwe del 2002. Crea casi diplomatici ovunque vada, come a Lisbona lo scorso dicembre quando la sua presenza al vertice euroafricano provocò la defezione del premier britannico Gordon Brown.

Oggi anche la sua legittimità formale è dubbia: ha infatti perso le elezioni del 29 marzo, solo altri brogli gli hanno permesso il ballottaggio col rivale Morgan Tsvangirai fra 24 giorni. E proprio in queste ore, come sempre, i suoi sgherri sono scatenati nel bastonare gli esponenti del partito d’opposizione Mdc (Movement for a democratic change). Settanta di loro sono finiti in prigione negli ultimi giorni. Cinquanta sono stati uccisi nelle scorse settimane. Lo scienziato Arthur Mutambara, 42 anni, il secondo grande oppositore di Mugabe, è in carcere da sabato notte solo per avere scritto in un articolo quello che tutto il mondo sa e dice: il despota ha ridotto alla fame il proprio Paese, che prima di lui (fino al 1980) era il granaio d’Africa.

La presenza di Mugabe a Roma rischia quindi d’essere perfino più imbarazzante di quella dell’iraniano Mahmud Ahmadinejad. Il dittatore africano venne a Roma anche per i funerali del Papa tre anni fa: è infatti cattolico, scuole dai gesuiti. Allora si invocò l’extraterritorialità del Vaticano, oggi quella della Fao. Roma uguale a New York, insomma: dittatori di tutto il mondo, da Fidel Castro in giù, hanno potuto recarsi a Manhattan perché accolti dall’Onu al Palazzo di vetro. Anche la Fao oggi si affanna a precisare che gli inviti a tutti i capi dei 191 Paesi membri erano «dovuti».

Ed è proprio questo è il problema: che il sistema Onu non ha, ma soprattutto non vuole vuole avere, i mezzi giuridici e politici per emarginare le proprie pecore nere. O almeno per non fornire loro preziosi megafoni. L’unico che ha avuto il coraggio di dire la verità, al di là dei diplomatismi, è il ministro degli Esteri australiano Stephen Smith, che rappresenta il proprio Paese al vertice romano: “Mugabe è il responsabile della fame di cui soffre il suo popolo. Ha usato gli aiuti alimentari a fini politici. Il fatto che partecipi a una conferenza sulla sicurezza alimentare è francamente osceno”.

C’è chi è ancora più sincero di Smith. Il 5 maggio il presidente Abdulaye Wade del Senegal ha dichiarato: “La Fao dovrebbe essere smantellata. Non serve a niente, anzi è proprio lei una delle responsabili per l’aumento dei prezzi dei cereali. E’ uno spreco di soldi, un doppione di altre agenzie Onu più efficienti come l’Ifad, l’International Fund for Agricultural Development. In passato pensavo che bastasse spostare la sede centrale da Roma all’Africa, vicino ai problemi reali della fame. Ma ora dico: aboliamola”.

Parole pesanti, anche perché provengono da un compatriota dell’attuale direttore generale della Fao, Jacques Diouf. “Attuale” si fa per dire, perché i capi Fao hanno la spiacevole tendenza a rimanere incollati per periodi lunghissimi alla propria poltrona. Diouf è in carica dal 1994, e due anni fa è stato confermato per il terzo mandato di sei anni. Resterà quindi in carica fino al 2012. Batterà il record del suo predecessore, il libanese Edouard Saouma, che resistette dal ’76 al ’93.

Questi mandati interminabili dicono tutto sull’efficienza del pachiderma burocratico Fao. Otto mesi fa un Rapporto di valutazione, preparato da un gruppo di economisti internazionali guidati dal danese Leif Christoffersen, ha denunciato gli eterni difetti dell’Onu e delle sue agenzie: sprechi, sovrapposizione di interventi, mancanza di comunicazione e coordinamento tra le sedi, processi decisionali lenti e costosi. La ricetta: “Snellire la burocrazia, tagliare i dipendenti, decentrare”. A Roma i figli dei funzionari frequentano, a spese Fao, un liceo da 12 mila euro l’anno. E il 90% delle uscite paga gli stipendi dei funzionari.

Mauro Suttora