Wednesday, November 28, 2007

intervista a De Sica, Hunziker e De Luigi

VACANZE IN CROCIERA

Il film delle feste

Roma, 12 dicembre

Mauro Suttora per Oggi

Campione d’incassi ovunque. Il suo ultimo film Natale a New York, ha battuto tutti i blockbuster Usa nel 2007 in Italia, rastrellando 27 milioni di euro (e solo nei cinema, esclusi dvd e diritti tv). Ha sbancato i botteghini anche a teatro con il musical autobiografico Parlami di me, che dal 29 dicembre torna per sette settimane al Nuovo di Milano, quindi in tournée nel Nord Italia con puntate a Roma e Napoli.
In più, da due anni arriva in tutte le case degli italiani come vigile degli spot Tim, che gli regalano ulteriore popolarità. E venerdì 14 dicembre esce il suo nuovo film natalizio: Natale in crociera, con Michelle Hunziker, Nancy Brilli, Fabio De Luigi e Aida Yespica.

Insomma, piove sul bagnato per Christian De Sica, 56 anni. «Sì, sto attraversando un buon momento», commenta, seduto sul divano di casa. Non una villa sull’Appia, non un attico ai Parioli: un semplice appartamento al primo piano nel quartiere San Saba, un gradino sotto l’Aventino. E la normalità di De Sica, assieme alla sua spontaneità e irresistibile simpatia, ne fanno un beniamino del pubblico. «Non so se sono un grande attore», si schermisce, «ma di sicuro mi sento amato. Siamo arrivati al punto che per strada dei ragazzi ventenni, l’età di mio figlio, mi fermano per baciarmi, dicendomi “Ciao zio”... È un livello di affetto che avevo visto solo per mio padre Vittorio, o per Totò».

Sì, dimenticavamo: De Sica negli ultimi anni è apparso anche in Tv con le due serie Lo zio d’America. «Lì non faccio la solita parte del romanaccio maschilista, maleducato e misogino dei film di Natale. Sono anzi l’esatto contrario: un personaggio gentile su cui tutti fanno affidamento. E le spettatrici donne mi hanno talmente amato che me le sono portate appresso a vedermi anche al cinema».

Quest’anno De Sica festeggia il record mondiale: un quarto di secolo di film natalizi, uno dopo l’altro. «Davvero questo è il venticinquesimo? Mi faccia pensare: è vero, il primo Vacanze di Natale di Carlo Vanzina è uscito quando mio figlio Brando, che ora ha 24 anni, aveva sei mesi. Sì, era il 1983».
Finora, diciamolo pure, i cinepanettoni erano schifati dai critici: gran successo commerciale, ma quanto ad arte erano considerati serie B. «Invece adesso pure lì mi sto prendendo qualche soddisfazione», sorride De Sica, «il critico Paolo Mereghetti mi ha dato il Superciak d’oro 2007. E uno studioso di teatro ha lodato perfino gli spot Tim, definendoli “commedie all’italiana in 15 secondi”».

Insomma, è un’«età dell’oro» per il Christianone nazionale. Proprio così s’intitola d’altronde il suo prossimo film, che sarà «d’autore», tratto da un romanzo di Edoardo Nesi e prodotto da Domenico Procacci. Interpreterà un ruolo drammatico, quello di un industriale fallito e malato.

Superato con agilità anche il «divorzio» da Massimo Boldi, suo coprotagonista in ben 24 film: quest’anno il film natalizio di Boldi, Matrimonio alle Bahamas, è uscito un mese prima, si è già preso le sue soddisfazioni d’incasso e non sarà in concorrenza diretta con Natale in crociera.

La protagonista donna questa volta è Michelle Hunziker. Mentre De Sica fa la parte di un professionista sposato con Nancy Brilli che cerca di fare una vacanza con l’amante Aida Yespica, la Hunziker è una ragazza estroversa appassionata di animali. «È la prima volta che una donna ha un ruolo da vera e propria protagonista in un film natalizio», spiega De Sica, «e grazie agli animali c’è un’atmosfera fiabesca, con gatti, cani, pecorelle, che piacerà molto ai bambini».

Michelle incontra Fabio De Luigi, che interpreta uno scapolo incallito e misantropo, la cui filosofia di vita è riassunta nel libro che ha scritto: Single è bello (leggendolo, l’ex fidanzato di Michelle si è convinto a lasciarla). Dopo una serie di incontri-scontri, nei quali si procurano involontariamente danni a vicenda, i due si augurano di non incontrarsi più. Ma il destino ha altri progetti su di loro: a insaputa l’uno dell’altra, Michela e Luigi sono testimoni della sposa e dello sposo a un matrimonio che si celebra su una splendida nave da crociera in rotta verso i Caraibi.

È ovviamente la stessa nave sulla quale Christian De Sica ha imbarcato amante, e qui comincia il divertimento. «Ma le nostre sono storie parallele, in realtà, Michelle ed io ci incrociamo soltanto in una scena d’aereo», anticipa De Sica.

Per Michelle Hunziker, 30 anni, questa è la consacrazione definitiva come personaggio popolare: «Dopo Sanremo, questo 2007 mi ha offerto l’opportunità di essere protagonista di un altro evento tradizionale per le famiglie italiane, il film di Natale, e sono felicissima di avere raggiunto questo traguardo», ci dice. «Io vado matta per le commedie divertenti, e il mio ruolo non ha niente da invidiare a quelli di una Cameron Diaz o Jennifer Aniston».

Particolare curioso: realtà e fantasia si sono mescolate durante le riprese sulla nave Costa Serena in ottobre. Il giovane produttore Luigi De Laurentiis, figlio di Aurelio, si è infatti innamorato di Michelle nonostante la presenza a bordo della propria fidanzata americana Brooke. La quale è scesa inviperita a Venezia quando ha capito che non c’era nulla da fare. Ora Luigi (altra coincidenza: stesso nome dell’innamorato di Michelle nel film) e la Hunziker stanno felicemente assieme, anche se lei è ritrosa a commentare il suo inedito ruolo di «moglie del produttore».

Quel che è certo, è che nel film ancora una volta una bionda fa impazzire un uomo che pareva refrattario a ogni relazione «fissa». Il che viene proprio in questi giorni autorevolissimamente confermato da uno studio scientifico dell’università parigina di Nanterre: non sono le bionde a essere stupide, ma gli uomini che se ne invaghiscono a instupidirsi.

Michelle ride di fronte a questa ipotesi: «Certo, è verissimo, hanno dimostrato che perfino i topi sopportano meglio il dolore di fronte a un poster di Paris Hilton... Scherzi a parte, capisco che la luminosità del capello e l’appariscenza del biondo sono spesso armi di seduzione irresistibili. Ma le confesso una cosa: se io fossi un uomo, sarei più attratta dalle more. I capelli neri sono così sensuali, profondi, misteriosi... La mia attrice preferita è Keira Knightley, anche se è troppo magra».

E Fabio De Luigi, l’attor comico quarantenne che cade vittima del fascino eterno della bionda, crede in questa teoria del rimbambimento automatico? «Natale in crociera ne è la prova provata. All’inizio io Michelle non la sopporto proprio. Ma alla fine divento anch’io l’ennesima vittima dei capelli d’oro».

De Luigi è al suo secondo film natalizio, dopo il successo dell’anno scorso: «Sostituivo idealmente Boldi, quindi ero un po’ intimorito. Invece è andata benissimo, ed è incredibile la popolarità che arriva con questi film. È un fenomeno che perfino all’estero cercano di capire».

Eppure De Luigi non è un novellino: memorabili i suoi personaggi televisivi di Mai dire gol come Medioman e il cantante Olmo. Il disco con le canzoni di quest’ultimo ha venduto addirittura 250 mila copie. «E pensare che non sono neppure un cantante...», commenta De Luigi. Ma allegri, è Natale per tutti.

Mauro Suttora

Stipendi: persi 1.900 euro in cinque anni

Aumenti e fiscal drag: tredicesima amara

Roma, 5 dicembre 2007

Sarà un Natale freddo. Quest’anno dovremo stringere la cinghia, e spendere meno per regali e cenoni di Capodanno. Lo prevedono tutti, dalle associazioni dei consumatori a quelle dei commercianti, avversari nelle dispute sui prezzi ma concordi nei giudizi foschi.
«A causa dei rincari del settore alimentare, le famiglie spenderanno per il classico cenone di Natale 20-30 euro più dell’anno scorso, per un totale complessivo di 165–175 euro a famiglia», avverte Carlo Rienzi, presidente del Codacons (Coordinamento associazioni consumatori). «Riceveremo 36 miliardi in tredicesime», fa i conti la Confesercenti, «e dopo avere pagato otto miliardi per debiti e quattro per mutui ne destineremo tredici agli acquisti per casa e famiglia, e solo 4,7 ai regali. L’anno scorso per i regali avevamo speso quasi cinque miliardi, quest’anno 248 milioni in meno. La contrazione è quindi del cinque per cento».

I conti in sospeso da saldare sono aumentati di ben 658 milioni, i mutui di 237. A farne le spese, quindi, sono i consumi voluttuari: meno 8 per cento per l’abbigliamento, meno sei per i viaggi, meno tre per auto e moto, meno due per mobili, elettrodomestici e giocattoli. Unica buona notizia: nonostante le ristrettezze gli italiani non rinunciano a risparmiare, e accantonano previdenti 6,7 miliardi di tredicesima, con una diminuzione di appena 18 milioni rispetto al 2006. «Insomma, non siamo diventati cicale come gli americani», commentano i sondaggisti di Publica Res, «i quali stanno pagando ora con la crisi dei mutui un tenore di vita condotto al di sopra dei propri mezzi».

Il problema è che il tenore di vita è diminuito negli ultimi cinque anni per molti di noi. Lo dimostra un altro studio, condotto dalla Ires-Cgil, che quantifica con precisione la perdita di potere d’acquisto dei nostri stipendi dal 2002: 1.900 euro. Cioè un euro al giorno. Attenzione, però: questa cifra si riferisce allo stipendio medio di un lavoratore dipendente, che in Italia è di 23 mila euro lordi all’anno. Nel dettaglio, invece, «il reddito disponibile familiare tra il 2002 e il 2007 registra una perdita di circa 2.600 euro nelle famiglie di operai e di più di tremila in quelle degli impiegati, a fronte di un guadagno di 12 mila euro per liberi professionisti e imprenditori», avverte Agostino Megale, presidente dell’Ires (Istituto ricerche economiche e sociali).

Ma prendiamo per buona la cifra media del salasso, 1.900 euro. Com’è potuto succedere? In realtà in questi cinque anni i nostri stipendi non sono rimasti fermi: sono aumentati del 15 per cento, a un ritmo superiore al due per cento annuo. «Il problema è che l’inflazione programmata, sulla quale si calcolano gli aumenti contrattuali, è risultata più bassa di quella effettiva», spiega Megale. E poi ci sono stati i ritardi nei rinnovi contrattuali, una scarsa redistribuzione della produttività (si produce di più e in meno tempo, ma il profitto resta agli imprenditori), e soprattutto la mancata restituzione del «fiscal drag», cioè l’indebito aumento della pressione fiscale a causa dell’inflazione.

L’anno peggiore è stato il 2003, quando lo scostamento fra l’aumento delle retribuzioni e l’inflazione ha superato l’uno per cento: 1,8% il primo, 2,9% la seconda. Sembra una cifra minima, e invece ha provocato una perdita di ben 1.450 euro in soli dodici mesi. Nel 2002 se n’erano persi altri 700, mentre nel 2004 è andata meglio: meno 124 euro. In questi ultimi anni, grazie alla ripresa economica, è andata meglio. Ma le perdite precedenti non sono state mai recuperate.

Anzi, quando il reddito aumenta scatta la trappola del «fiscal drag». Cos’è? Dall’inglese si traduce «drenaggio fiscale» ed è una perversa trappola che scatta con gli aumenti di reddito legati al tasso di inflazione programmata. In pratica, gli aumenti di un paio di punti percentuali che vengono eventualmente concessi ai lavoratori per mantenere il loro potere d’acquisto finiscono prima o poi per far rientrare il loro reddito in scaglioni fiscali con aliquote maggiori che si mangiano tutti gli aumenti e anche qualcosa di più. A causa di questo meccanismo le imposte hanno ingoiato 700 di quei 1.900 euro che abbiamo perso negli ultimi cinque anni.

Sul problema degli stipendi che perdono terreno, erosi dall’inflazione e dalle tasse, sono d’accordo tutti, destra e sinistra. «Purtroppo sono dati che presentano una continuità», dice il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, «da tempo diciamo che i salari perdono potere d'acquisto. Abbiamo crescita bassa, produttività bassa e salari bassi. Il Paese si dovrebbe porre il problema di una nuova politica dei redditi».

Perfino il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, severo custode dei conti pubblici, ammette che gli stipendi dei dipendenti italiani devono crescere. Basta confrontarli con l’Europa: la retribuzione media in Italia è di 23 mila euro lordi annui, in fondo alla classifica con la Spagna. Quasi la metà di Gran Bretagna (42 mila euro) e Germania (41 mila), un terzo meno della Francia (30 mila).

«Dal 1945 al 1992 i salari venivano adeguati automaticamente all’inflazione», commenta Giovanni Mazzetti, docente universitario di Economia politica, «ma la scala mobile che li proteggeva, dopo le manomissioni degli anni ‘80, è stata abolita. Avrebbe dovuto essere sostituita dalla cosiddetta “concertazione” con inflazione programmata e premi di risultato. Invece gli ultimi quindici anni hanno visto una riduzione generale del potere d’acquisto per chi lavora, e lo spostamento verso rendite e profitti di oltre il dieci per cento del reddito da loro prodotto».

Insomma, fra la batosta del passaggio all’euro del 2002 che ha in pratica raddoppiato i prezzi, gli stipendi che non coprono l’inflazione, la concorrenza di Cina e altri Paesi con salari bassissimi, e gli sprechi pubblici che devono essere coperti da tasse troppo alte (il «cuneo fiscale», cioè la differenza fra retribuzione lorda e netta, in Italia è del 45% contro il 39 in Spagna, il 34 in Gran Bretagna e il 29 negli Usa), ci resta poco da festeggiare. Ma, bene o male, qualche euro per un panettone, un cotechino e una bottiglia di spumante lo troveremo.

Mauro Suttora

Hillary Clinton lesbica?

VOCI DI UN FLIRT CON LA SEGRETARIA

Washington, 27 novembre 2007

Oggi

La prima a insinuarlo era stata Gennifer Flowers, l’ex amante di Bill Clinton che per poco, con lo scandalo delle sue rivelazioni, non gli impedì l’elezione a presidente degli Stati Uniti nel 1992: «Hillary è lesbica», scrisse nella sua autobiografia del ’95, «e Bill una volta mi ha detto scherzando: “Ha avuto più donne lei di me...”».

Poi, quest’estate, lo ha scritto Michael Musto, re del gossip di New York, sul settimanale Village Voice: «Hillary ha una storia con la sua segretaria personale, la bellissima Huma Abedin, dea indopakistana. Passa così tanto tempo con lei che l’Observer l’ha soprannominata “guardia del corpo di Hill”».

Musto è gay, conosce tutto di quel mondo, e i sussurri si sono moltiplicati. La Abedin è single, non le si conoscono amicizie intime maschili, e per di più è stata fotografata con la Clinton e la conduttrice tv Ellen DeGeneres (la lesbica più famosa d’America) durante una loro serata a tre a New York.

Quale pettegolezzo potrebbe essere più appetitoso? Siamo a un anno esatto dalle elezioni presidenziali. Hillary è in testa a tutti i sondaggi. A gennaio cominciano le primarie per il voto di novembre. Il presidente George W. Bush non è più rieleggibile dopo due mandati, e fra i candidati repubblicani soltanto l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani riesce a non farsi distanziare troppo dalla Clinton.

Fra i democratici Hillary spopola. Il suo rivale Barack Obama è di pella nera, e anche se nessuno osa dirlo, gli Stati Uniti non sembrano ancora maturi per eleggere il primo presidente di colore. I repubblicani hanno già i fucili puntati: «Avremo un presidente quasi islamico che si chiama quasi Osama?», scherzano rischiando querele per diffamazione, perché il padre di Osama, ex pastore di capre immigrato dal Kenya, era agnostico e comunque divorziò quando lui aveva solo due anni.

Ma gli americani sono pronti per il loro primo presidente donna? E proprio «quella» donna, uscita massacrata dagli scandali sexy del marito quand’era first lady? «Non pensavo che Hillary potesse superare Bill in fatto di avventure sessuali», scrive acido il commentatore Robert Morrow. Per di più, i sondaggi danno sì la Clinton in testa, però oltre che la candidata più amata risulta anche la più odiata. Insomma, non lascia nessuno indifferente.

Anche Mary Cheney, figlia del vicepresidente Dick, è omosessuale. Non solo: lo scorso maggio è diventata mamma con la propria compagna, grazie all’inseminazione artificiale. Ma gli Stati Uniti, per quanto tolleranti, difficilmente manderebbero alla Casa Bianca una lesbica. Lo era Eleanor Roosevelt, moglie di Franklin. Ma non si è mai candidata. Per i repubblicani, quindi, queste voci su Hillary sono manna dal cielo. La Clinton è corsa ai ripari. Improvvisamente, Huma Abedin è scomparsa. Non la si vede più accanto a lei. Licenziata? Diplomaticamente «malata»? L’argomento è tabù.

Hillary non ama i giornalisti. Fredda e altezzosa, non risponde alle domande sgradite. Però come senatrice (eletta a New York nel 2000, rieletta trionfalmente l’anno scorso) è brava.
Ma chi è Huma Abedin? Nata a Kalamazoo (Michigan) 32 anni fa da padre indiano e madre pakistana, musulmana, a due anni ha seguito i genitori che si erano trasferiti a Gedda, in Arabia Saudita. È tornata negli Stati Uniti solo a 18 anni, per frequentare la George Washington University. «È sempre perfetta, elegante, con le sue borsette Yves Saint-Laurent, non suda mai»: così la descrive ironicamente il New York Observer.

Ha iniziato a lavorare con i Clinton alla Casa Bianca undici anni fa come stagista, proprio come Monica Lewinski che mise nei guai Bill. Così la lodava in agosto Hillary in un articolo su Vogue: «Huma ha l’energia di una ventenne, la sicurezza di una trentenne, l’esperienza di una quarantenne e la grazia di una cinquantenne: non ha orari, la sua combinazione di gentilezza e intelligenza sono senza pari e sono fortunata ad averla nella mia squadra»

Huma era la prima a rispondere al telefono al mattino dalla sua casa di Washington, l’ultima a salutarla la sera. Su un rapporto così intimo nessuno probabilmente saprà mai la verità. D’altra parte, anche di Condoleezza Rice, segretaria di Stato repubblicana, si dice che sia lesbica. Che questa diceria sia una «vendetta» per qualsiasi donna «colpevole» di arrivare ai vertici?

Mauro Suttora

Viaggio a Cody, Wyoming

BUFFALO BILL (RI)CONQUISTA L'ITALIA

Cody (Stati Uniti), 22 novembre

Nel vecchio West c’era posto per tutti, a nessuno interessava controllare chi fossi o cosa avessi fatto in passato. Per i cowboys contava solo il futuro, la voglia di percorrere un pezzo di strada assieme. Me ne accorgo appena arrivato a Cody, nello stato del Wyoming, quando il proprietario del motel non vuole documenti e non dà moduli da riempire: gli basta la carta di credito (33 euro per una stanza grande, nuova e pulita: imparate albergatori italiani, che vi lamentate sempre per il calo dei turisti).

Cody, diecimila abitanti, è la piccola capitale del West americano. Lo dice il nome stesso: che è un cognome, quello di Buffalo Bill, al secolo William Cody (1844-1917), l’uomo che la fondò. Il leggendario cacciatore di bisonti, ma anche colonnello dell’esercito, portavoce degli indiani, guardiano di tori, pony express, amico di principi e re (Alberto di Monaco, Alessio di Russia, Vittoria d’Inghilterra, il nostro Vittorio Emanuele III), consulente di presidenti Usa, albergatore, pioniere dell’ecologia. E perfino inventore del circo, quel grandioso spettacolo Wild West che portò due volte in Europa con tournées che duravano anni, popolarizzandone l’epopea (per capirne l’enorme impatto ascoltate la canzone Buffalo Bill di Francesco De Gregori).

Sono a Cody per due motivi. Il primo è che ospita il museo di Buffalo Bill, in realtà cinque musei che spiegano tutto del West: la vita dell’eroe ma anche gli indiani, la pittura, le armi, la natura. Siamo infatti all’entrata del parco di Yellowstone, il primo al mondo per anzianità (1872) ed estensione (9000 kmq.) Da qui vengono l’orso Yoghi, Bubu, e anche l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti, il bellicoso Dick Cheney, incarnazione dell’animo del cowboy e già deputato del Wyoming.

Il secondo motivo è che sabato 24 novembre si apre nel Museo di Santa Giulia di Brescia la mostra America! Storie di pittura dal Nuovo Mondo. Dura sei mesi (fino al 4 maggio 2008), ed è la più grande esposizione d’arte statunitense del XIX secolo organizzata in Italia (catalogo Linea d’Ombra, info tel. 0422-42.99.99). Ben 95 delle opere esposte vengono proprio dal museo di Cody. Siamo quindi andati nel Wyoming per assistere all’imballaggio dei 20 quadri, 21 foto d’epoca e 54 altri «pezzi» in partenza per Brescia.

È un lavoro enorme, che i visitatori delle mostre non immaginano. Lo scantinato del museo è pieno di casse di legno dove vengono accuratamente adagiati vestiti indiani, tomahawk (asce), fucili, pistole, corone di piume e selle appartenute a Buffalo Bill. «Per proteggere le opere ogni cassa di legno è doppia, una contenuta nell’altra come i sarcofagi egizi», ci spiega Connie Vunk, la manager delle collezioni che accompagna personalmente il container spedito in aereo via Chicago e Milano, e ne controlla l’installazione a Brescia: «Anche lì la temperatura dev’essere di 20 gradi con 35 per cento di umidità, come in tutti i musei del mondo».

Marco Goldin, il curatore della mostra, nei mesi scorsi ha convinto i maggiori musei degli Stati Uniti, dal Metropolitan di New York alla National Gallery di Washington, dal Fine Arts di Boston a quello di Hartford (Connecticut) a prestare opere eccezionali. A Cody ha dovuto incassare un unico rifiuto: quello di portare in Italia la carrozza gialla su cui Buffalo Bill si esibiva durante gli spettacoli europei del suo circo.

A Cody si respira ancora l’aria di cent’anni fa, con il tipico viale centrale dei paesi del West e i saloon dove entrano avventurieri di ogni tipo. Lo stadio serve non per le partite di football o baseball, ma per i rodei. L’albergo principale è ancora quello che Buffalo Bill in persona aprì nel 1902, dandogli il nome della figlia Irma. Nella sala del bar troneggia il bancone di legno di ciliegio regalato dalla regina Vittoria.

Vado al Silver Dollar Saloon per cenare con un cheeseburger. Mi si siede vicino al banco un cacciatore reduce da una battuta al cervo (controllatissima dai guardiacaccia) nel parco di Yellowstone. Quando gli spiego lo scopo della mia visita scherza: «Ma con tutte le opere d’arte che avete in Italia, dovevate spingervi fin qui per farvene prestare altre?»

Facciamo rispondere il curatore Goldin: «Nel titolo della mostra abbiamo messo il punto esclamativo perché si colga il senso della scoperta e della meraviglia. La meraviglia che colse i primi viaggiatori davanti alla lucente brillantezza delle cascate del Niagara o all’incanto verde della Yosemite Valley. Per la prima volta in Italia un’esposizione racconta questa grande avventura. Cento anni di pittura che sono un’evoluzione dal sogno romantico e dell’Arcadia di Doughty e Cole fino ai famosi ritratti di Sargent. La scoperta dei territori dell’Ovest, il racconto di vita su indiani e cowboy, fino all’impressionismo e alla grande ritrattistica di fine secolo. Abbiamo ricostruito tutta la storia degli States nell’Ottocento con 250 dipinti, 60 fotografie originali, 10 sculture e 80 oggetti: vestiti, borse, mocassini, gioielli, preziose selle istoriate e i copricapo rituali, dei nativi americani e di Buffalo Bill. Oltre 400 opere».

Il West la fa da padrone? Risponde Goldin: «Un’intera sezione della mostra è riservata all’immagine dell’Ovest, sia con i paesaggi intrisi di senso del sublime di Albert Bierstadt e Thomas Moran, sia con le scene più propriamente di vita western realizzate dai tre maggiori pittori di quest’epopea: Catlin, Remington e Russell. Alcune delle inquadrature più note dei film western di John Ford sono prese proprio da Remington. Ma la ricostruzione della cultura dei nativi americani e della conquista dei territori dell’Ovest non è solo pittorica».

Mauro Suttora

Tuesday, November 27, 2007

lib magazine intervista suttora

Mauro Suttora risponde

Mauro Suttora è un privilegiato. Già. Leggi il suo libro, "No Sex in the city" (Cairo edizioni, 2006) e lo invidi ogni pagina. Sempre di più. Per studiare l'antropologia del popolo americano, sceglie autonomamente di partire dalle donne e di studiarne ogni loro antro. Giornalista della Rizzoli Corriere della Sera (scrive su Oggi, che lui definisce "fantastico settimanale pop"), vive tra Roma e Manhattan. E' columnist di Newsweek e del New York Observer. In Italia, di tanto in tanto, i suoi articoli vengono pubblicati sul Foglio. Noi di LibMagazine, siccome siamo fortunati, lo abbiamo avvicinato. Piacevolissimo!

LibMagazine: l'America è la più grande democrazia del mondo. Alla base della democrazia il pluralismo: politico, culturale. La cosa che più mi ha colpito del suo libro "No Sex in the city" è invece il modo semplicistico con cui gli Americani, le Americane si accostino alle problematiche. Ragionamenti semplici, poca analisi, il tutto all'interno di un perimetro di valori e di regole di vita elementari e che non lasciano spazio per flessibilità. Il tempo è denaro, come si direbbe, e quello che conta è il fare. E' tutto proprio cosi?

Mauro Suttora: Sì, ed è per questo che amo gli americani. Perché, come diceva Giolitti - che ho scoperto qui a Roma pensano sia un gelataio - quando hanno finito di dire quel che devono dire, hanno finito anche di parlare. Insomma, sono l'esatto contrario di Pannella. Ieri sera ho assistito alla presentazione romana di "Piena disoccupazione", l'ultimo libro di Massimo Gaggi, corrispondente da New York del Corsera. Enrico Letta, che anche se fa il giovanilista è nato che era già molto vecchio, invece di dire "Non sono d'accordo su questa parte del libro", è riuscito a pronunciare queste parole: "Mi pongo in rapporto dialettico con questa parte del libro". Sono rabbrividito: mi è sembrato di ripiombare in una sezione del Pci degli anni '70, dove i giovani Veltroni strologavano in sociologhese. Un americano non riuscirebbe mai a dire "mi pongo in rapporto dialettico" neanche sotto tortura. Comunque, lei ha ragione: non confondiamo semplicità con semplicismo.

LibMagazine: Alla domanda precedente mentivo. La cosa che mi ha colpito di più del suo libro è stata l'onda verde in Taxi. Arrapante!

Mauro Suttora: Beh, allora deve spiegare di che si tratta. A Manhattan, grazie ai semafori intelligenti e al fatto che tutte le avenues tranne la Park sono a senso unico, se in auto si imbrocca un verde e si mantiene una velocità di crociera media, si riescono a superare senza fermarsi tutti gli incroci, per chilometri. I tassisti sono abilissimi in questo. E io ho avuto una fidanzata americana che quand'era un po' brilla, tornando a casa in taxi la notte da un ristorante o un club, si eccitava, alzava la gonna e mi montava addosso. La prima volta mi imbarazzai perché temevo che il tassista ci spiasse dallo specchietto, nonostante i vetri divisori dei taxi di New York. Poi invece scoprii che tutti erano indifferenti, anche quelli delle auto vicine che davano una sbirciatina quando ci fermavamo per un rosso. Però capitava raramente, perché c'era appunto l'onda verde che manteneva il taxi in continuo movimento, senza rallentamenti agli incroci.

LibMagazine: torno serio. Si dice spesso che l'Italia è il paese dei furbi. La struttura della cosa pubblica è tale che per dimenarsi occorre "sapersi muovere". Mi chiedo se anche nell'America che si è fatta da sé; l'America in cui si partì tutti uguali correndo lungo praterie per conquistarsi il proprio pezzo di terra occorre "sapersi muovere". Mi chiedo se è un paese in cui il "non furbo" può sopravvivere.

Mauro Suttora: Un conto è essere furbi, un altro "sapersi muovere". Lì devi essere sempre "aggressive". Per noi questo è un aggettivo deteriore, per loro invece una qualità indispensabile e ammirata. Non solo nel business, anche nei rapporti umani. Per evitare il peggiorativo, tradurrei con "determinato". Diciamo che mentre in Italia si fa carriera al 70% per parentela e raccomandazioni e al 30 per merito, lì le percentuali sono invertite.
Io ho cominciato come columnist a Newsweek semplicemente andando per caso a pranzo con un caporedattore che, interessato da quello che gli dicevo sull'Onu, mi ha chiesto: perché non lo scrivi? E quattro giorni dopo il mio articolo era in pagina. Mentre in Italia per diventare opinionista di Panorama o Espresso devi avere almeno 50 anni, scrivere da 20, stare nel partito giusto e frequentare qualche combriccola...
A New York invece vai a un aperitivo, a una festa, a una riunione, ovunque, e tutti fanno "social networking". Cioè ti abbordano, ti domandano chi sei e che fai, ti valutano in pochissimi minuti di conversazione cordiale, e se fai colpo o se pensano che gli servi, che si possono fare affari o sesso assieme, ti danno il loro biglietto da visita e pretendono il tuo. Sono curiosissimi, sempre pronti al nuovo. Cioè l'esatto contrario delle feste o incontri in Italia, dove tutti se ne restano barricati nel gruppo dei propri amici e se vedono uno nuovo lo guatano in tralice... Mi viene in mente una bellissima canzone degli Eagles del '76, nel disco 'Hotel California': “New Kid in Town”. Ecco, il nuovo ragazzo che arriva in città ha più possibilità negli Usa che in Italia.

LibMagazine: un mercato così libero, come è quello Americano, è trasportabile in Europa?

Mauro Suttora: Penso di sì, col tempo. In Inghilterra e Irlanda è già così. Ma non è vero che negli Usa il mercato sia così selvaggio. Si perde il lavoro anche senza giusta causa con un preavviso di due settimane, ma lo si trova alla stessa velocità. E c'è il sussidio di disoccupazione per sei mesi. Lì è tutto un turbinio di cambiamenti. Se non ti piace una cosa - un lavoro, una moglie - invece di lamentarti cambi. Ma anche in Italia i giovani hanno contratti a termine, il posto fisso è diventato raro. Solo che qui la parola "precario" è negativa, mentre negli Usa tutto è sempre precario. Anche il capo della banca più potente rischia di essere licenziato dall'oggi al domani. Se penso a certe cariatidi italiane...

LibMagazine: ma per tutti questi appartenenti ai ceti benestanti, che Lei ha avuto modo di frequentare durante la sua permanenza a New York, quanto conta la religione? La sua osservanza?

Mauro Suttora: E' un fatto privatissimo. Molti fanno donazioni, anche perché sono deducibili dalle tasse, e non esiste alcun finanziamento pubblico alle chiese. Quando spiego l'8 per mille o il referendum sulla fecondazione assistita, mi guardano come se venissi da un Paese sottosviluppato. Ma anche gli Usa hanno le loro aree di sottosviluppo, con i pastori evangelici e televisivi nel Texas e nel sud. Sono micidiali, buffissimi.

LibMagazine: Ho letto con gusto il suo "catalogo dei culi di Manhattan". Innanzitutto mi dica:"Ma che rapporto ha lei con il suo culo?"

Mauro Suttora: Copione, è la stessa domanda che ho fatto intervistando Jennifer Lopez. Vent'anni fa il mio attraeva pederasti di ogni nazionalità, ma rimasi vergine (a proposito: mi piace la parola "pederasta", è scorretta quanto "invertito", nessuno la usa più da decenni). Comunque il vero genio in questo campo è Massimo Fini, con il suo sublime "Di(zion)ario erotico", edizioni Marsilio 2001. Io ho solo affibbiato le dieci diverse tipologie di culo da lui individuate a ciascun quartiere di Manhattan.

LibMagazine: la prego, sia indulgente, insisto sul lato B. Per Libmagazine, se la sente di catalogare queste coppie: Bush jr. e Al Gore - Obama e Mrs.Clinton - Berlusconi e Veltroni?

Mauro Suttora: Immagino uguali i sederi di Hillary e Walter: sono quelli flaccidi e colloquiali. Bush e Berlusconi probabilmente hanno quello militare: piccolo, duro e antipatico. Quello di Al Gore non m'interessa, basta la faccia: che cazzo ha fatto per l'ecologia negli otto anni in cui è stato al governo? Quanto a Obama, deve possedere chiappe diffidenti e avare, come quelle dei toscani...

LibMagazine: ma è proprio vero che con i democratici al governo non si sarebbe fatta una politica estera così "espansiva" ? LibMagazine teme di no!

Mauro Suttora: LibMagazine ha ragione nel ritenere i democratici Usa militaristi quasi quanto i repubblicani, e la riprova arriverà fra un anno con la presidente Clinton. Infatti suo marito negli anni '90 non abbassò le spese militari: si limitò a non alzarle, nonostante la scomparsa della minaccia sovietica. Però cagate come le invasioni di Afghanistan e Iraq poteva farle solo Bush.
La frase più memorabile la ricordo pronunciata da un neocon al Council on Foreign Relations, un club di Manhattan dove politici, miliardari e accademici si illudono di governare il mondo. Questo tale Max Boot (nomen omen: Massimo Stivale) nel 2003 sostenne che gli Usa avrebbero portato la democrazia a Kabul e Bagdad così come fecero con Roma, Berlino e Tokio. Come se noi prima del loro arrivo fossimo stati abitati da tribù di allevatori di capre... Comunque, visto che arriccia il naso, le comunico che essere antimilitaristi è di destra, perché i liberali sono per lo stato leggero, mentre non c'è niente di più pesante delle forze armate.

LibMagazine: vino preferito? Glielo chiedo perché vorrei capire quanto è vera l'America dipinta da Sideways, quel film in cui un gruppo di amici viaggia in California lungo itinerari enogastronomici, improbabili e non sempre super-pregiati (enologicamente).

Mauro Suttora: Veramente quelli di Sideways sono due sfigati che la metà basta. Gli statunitensi non capiscono nulla di vini. Qualsiasi nostro beone della Carnia è più ferrato di loro. Nel mio libro racconto che i newyorkesi accettano di pagare somme spropositate nei bar, anche 15 dollari, per qualsiasi bicchiere di vini imprecisati. Ti chiedono soltanto: "Red or white?", senza specificare altro. Ma è molto trendy atteggiarsi a esperti enologi. Anch'io, che di vini mi importa nulla, lo faccio a volte per darmi un tono. E il bello è che mi prendono sul serio. Sono un neocon dei vini.

LibMagazine: l'America consuma ciò che viene prodotto in Cina e India. Imperversa la serializzazione e la parcellizzazione del lavoro. La verticalità nella specializzazione alla orizzontalità. Valore educativo e formativo fondamentale e del quale si è occupato recentemente, in una lectio Magistralis, George Steiner. Ma che tipo di scuola forma gli Americani? Dove nasce questo patriottismo, questo forte attaccamento alla famiglia, alla comunità?

Mauro Suttora: Madonna come parla difficile. Io sono solo un umile cronista, come dice Bordin di Radio radicale. E poi lei usa parole inquietanti come patriottismo e famiglia. Fronterré, non è che sotto l'aspetto liberale in lei batte un cuore un po' fascistone, come Capezzone? Ho fatto l'anno 1976/77 in un liceo di Madison (Connecticut) con una borsa di studio Afs/Intercultura, ho preso il diploma e avevo A, cioè il voto massimo, in tutte le materie. E questo dice tutto sul livello dei loro licei. I primi quattro anni delle loro università, gli "undergraduate", equivalgono a un nostro buon liceo. Poi cominciano a fare sul serio. E in campo scientifico sono imbattibili: in un solo isolato della Columbia University a New York insegnano e sperimentano più premi Nobel che in tutta Europa.
Quanto allo spirito civico, è vero: ne hanno molto più di noi. Ma è semplicemente un retaggio della civiltà nordeuropea, degli emigrati anglosassoni e poi tedeschi e scandinavi. Per loro "community" significa veramente comunità. E questo a livello locale è magico. Sul patriottismo, invece, io sto con Dürrennmatt, che disse: "Quando lo stato si prepara ad ammazzare, si fa chiamare patria". Ho visitato il cimitero militare di Arlington, mi sono commosso davanti alle tombe dei Kennedy, ma vedendo tutte quelle croci di giovanissimi soldati le ho subito associate alle facce grasse e rubizze di certi grandi azionisti di industrie belliche come Boeing o General Electric o Northrop - tanto per non far nomi - diventati miliardari mandandoli a farsi ammazzare. Ma mi scusi, scivoliamo sempre in politica. Comunque grazie per l'accenno a Steiner, mi è piaciuto il suo Correttore di Bozze. Mi riprometto di leggere anche Lectio Magistralis, così mi solleverò dai livelli di Bordin.

LibMagazine: Dove andiamo? Dinamismo Atlantico. Già. Pensa che le donne italiane ci metteranno tanto a diventare così nomadi con le domande?

Mauro Suttora: Ah, sì, la frase preferita della mia ex fidanzata americana Marsha quando improvvisamente diventava seria e voleva fare il punto della situazione fra noi (traduzione: sposarsi) era: "Mauro, dove stiamo andando?". Io di solito le rispondevo: "Ma perché bisogna andare da qualche parte? Non si può restare qui, fermarsi? Non va bene così?". E lei si imbestialiva. Giustamente. Perché il motto dell'America è: "On the road". Sempre in movimento, Kerouak. E' per questo che gli Stati Uniti ci affascinano. Tutti alla costante ricerca di nuove avventure. Senza scoraggiarsi mai. Provando e riprovando. Come cantava Janis Joplin: "Try, just a little bit harder". Provaci, con un po' piu' d'impegno. In Italia invece siamo depressi perché ci rassegnamo troppo presto. In questo potrebbe avere ragione perfino Bush: a forza di rimanere in Iraq, magari alla fine vince veramente lui.
Anche la mia Marsha era testardissima, ci dava dentro finché non otteneva quel che voleva. In ogni campo: lavoro, amore. Dolcemente aggressiva, determinata. E se alla fine andava a sbattere, almeno non si trascinava dietro i rimpianti di noi europei decadenti. "A bad day is when you think about things that might have been", un giorno brutto è quando pensi a come le cose avrebbero potuto essere, sostiene nella sua 'Slip sliding Away' il mio filosofo preferito, Paul Simon (senza Garfunkel). Il peggio è Magris, con le sue troiate sulla Mitteleuropa. Ragazzi, so di che parlo, sono figlio di profughi dalla splendida isola di Lussino, ho fatto l'università a Trieste, adoro esteticamente il Caffè degli Specchi, ma di fronte a certe seghe passatiste non posso che ribattere all'americana: "Move on", andiamo avanti, procediamo. Quasi rivaluto i marinettiani.

LibMagazine: Cosa salva noi Europei? Cosa ci difende dalla subliminale e markettara capacità di persuasione d'oltreoceano?

Mauro Suttora: Nulla. Ci siamo fatti persuadere da Stalin, Hitler, Mussolini, e poi per passare dai giganti ai nani da Fanfani, Craxi, e oggi Berlusconi, Veltroni, Prodi. Prodi, ma ci rendiamo conto? Uno che appena apre bocca sembra un mongoloide. Pardon, diversamente dotato. "Verbally challenged", sfidato verbalmente, lo definivano gli inglesi quand'era presidente Ue a Bruxelles.

LibMagazine: Negli anni 90 si parlava del primato della economia sulla politica. Oggi diremmo che all'interno della economia vige il primato del marchio sul prodotto. La promozione, la comunicazione alla manifattura. Lo spopolamento delle fabbriche, la loro chiusura ha rotto quel meccanismo secondo il quale il produttore diventava anche consumatore dei beni che aveva contribuito a produrre. Nike, Shell sono simboli di una economia che veicola valori, idee, ma non produce nulla. Sono scoppiati scandali per lo sfruttamento dei lavoratori, ma il dato più preoccupante a mio avviso è l'interruzione di un certo ricambio generazionale di competenze, di saper fare. Cosa ne pensa?

Mauro Suttora: Fronterré, le ribadisco che lei parla troppo complicato. Intuisco animalescamente qualcosa di quello che mi dice e penso di concordare su quasi tutto, perché sono un figlio della controcultura anni '60 e quindi anch'io mi sono abbeverato a Marcuse e Pasolini. Posso solo risponderle che vesto Oviesse a dei marchi mi frega un cazzo, però anche questo è pericoloso perché a forza di sentirmi dire "fregauncazzo" la povera Marsha pensava che fosse un sinonimo di "fa niente", "non importa". Così quando un barista in Italia le ha chiesto se voleva acqua liscia o frizzante, lei ha risposto "fregauncazzo".
Sì, sono totalmente anticonsumista. Però rispetto al "ricambio generazionale di competenze" che si sarebbe interrotto, dipende quali. Mio padre è competente in marketing, ma se fosse stato operaio alla Breda per me sarebbe stato lo stesso, sono indifferente ai suoi "saperi" in quel campo. Invece mio nonno insegnava greco e latino, e io mi sento un suo seppure indegno discendente. Ecco, se nelle loro high school imparassero il greco e il latino forse gli americani sarebbero perfetti.

LibMagazine: lei giustamente fa notare che l'America fa molto la guerra perché fa poco l'amore. LibMagazine la ringrazia per aver cercato di invertire la rotta. Nel suo piccolo si intende!

Mauro Suttora: veramente ho ipotizzato l'esatto contrario: che in Usa oggi si faccia poco l'amore perché si fa molto la guerra. Nel senso dell'ideologia che permea il tutto, ovviamente. Non so, vediamo se riesco a contraddirmi popperianamente: negli anni '60 si faceva la guerra (in Vietnam) ma si faceva molto anche l'amore. La differenza è che allora i giovani erano 'obbligati' tutti a fare la guerra, mentre ora a morire ci vanno solo i volontari: o i fanatici, o i poveracci con nulla di meglio da fare.

LibMagazine: ha Lei una domanda per LibMagazine?

Mauro Suttora: Perché sono sempre più belle le cose fatte gratis, come questa intervista, invece di quelle a pagamento? Forse bisognerebbe abolire i soldi, come dice ogni tanto Beppe Grillo ricordando quel genio del professor Giacinto Auriti.

Michele Fronterre'

Wednesday, November 21, 2007

Lo studente genio suicida

ISCHIA: PARLA LA MAMMA

di Mauro Suttora

Lacco Ameno (Napoli), 21 novembre 2007

«No mamma, non ti preoccupare. Ci penso io, risolvo io la questione». Pomeriggio di martedì 30 ottobre. Diego è tornato a casa da scuola, arrabbiato. Vive con la mamma e la nonna in una delle case più belle di Ischia: vista su Lacco Ameno, il mare, l’isola di Procida, il Vesuvio. Un paradiso, quando splende il sole: il panorama si spinge fino a Gaeta. «Ma quel giorno era grigio, pioveva», ci racconta Mira Mancioli, la mamma di Diego, «e non c’è un detto tedesco che dice “Quando gli angeli partono, il cielo piange”?».

Diego ha deciso di partire molto in anticipo, una settimana prima di compiere 15 anni. Si è tolto la vita andando a impiccarsi al ramo di un albero del suo giardino. La mamma e la nonna Palmira, 77 anni, hanno trovato il suo corpo di mezzo bambino e mezzo uomo la sera, preoccupate perché non era più tornato a casa.

«Diego era deluso, proprio quel giorno c’erano state le elezioni a scuola», ricorda lamamma. «Votavano per i rappresentanti di classe, lui si era candidato. A pranzo mi ha raccontato che aveva fatto un discorso, voleva rappresentare quella parte della classe stufa di subire le angherie di altri compagni. “Se ci uniamo resisteremo meglio”, aveva detto. Ma nessuno ha avuto il coraggio di votarlo. Il suo nome è apparso su una sola scheda, accompagnato dalla scritta “a morte”».

La signora Mancioli, seppure annichilita dalla perdita dell’unico figlio, si guarda bene dall’accusare i compagni di scuola. Certo, nel Codice penale esiste il reato di “istigazione al suicidio”. «Ma sarei una matta se me la prendessi con dei ragazzi, loro a quell’età non hanno colpa. Il bullismo, gli scherzi, le prese in giro, gli insulti e anche qualche litigata manesca possono starci, sono sempre esistiti a scuola. L’importante è che non si superino certi limiti. E questa è responsabilità degli adulti: genitori e insegnanti. Sono loro che devono vigilare, e accorgersi se i limiti vengono superati».

La signora Mancioli aveva segnalato già l’anno scorso ai professori della quarta ginnasio che, da quel che le raccontava Diego, c’era stato qualche spintone di troppo e si era instaurato un clima di intimidazione per colpa di qualcuno. Quest’anno nel liceo classico di Ischia è arrivato un nuovo preside. Ma la musica in quella classe non era cambiata. E Diego ormai riluttava a confidarsi con la mamma: non voleva passare per un mammone bisognoso di farsi difendere da lei. «Così anche quel pomeriggio mi aveva chiesto di non andare a parlare con i professori. Ci avrebbe pensato lui a risolvere tutto, disse».

Purtroppo però una miscela di rabbia, delusione e tristezza è esplosa all’improvviso nella mente del ragazzo, spingendolo a un gesto senza ritorno. «No, non c’erano state avvisaglie, non era depresso né disperato», assicura la mamma. «Per il ponte dei Santi ci preparavamo a fare una gita in aliscafo a Napoli, e per festeggiare il compleanno aveva due mete: il bowling e la libreria Feltrinelli».

Sì, perché Diego era un genio. Aveva la media del nove e mezzo. Era l’orgoglio di tutto il liceo, gli avevano detto alla fine dell’anno scolastico lo scorso giugno. «Ma non era un secchione, non è che studiasse tantissimo», dice la mamma, «in quarta ginnasio aveva preso anche 4 in una versione dal greco. Semplicemente, gli piacevano le materie. Era appassionato, si divertiva studiando, non gli pesava. Leggeva parecchi libri. Ultimamente Il falò delle vanità di Tom Wolfe, Il matematico impertinente di Odifreddi, Fahrenheit 451 di Bradbury... Quest’ultimo lo aveva scelto per recensirlo, come compito di italiano».

Kalòs kai agathòs, dicevano gli antichi greci dei ragazzi come Diego: bello e buono. E bravo. E gentile. E simpatico. Troppe virtù, per non suscitare le invidie di qualche compagno. Ora sono indagati in tre, non per istigazione al suicidio ma per molestie. Sembrava addirittura che fosse stata ordinata una perizia calligrafica per scoprire chi ha scritto «a morte» sulla scheda, ma il magistrato ha smentito. Nella scuola la Provincia ha mandato uno psicologo di sostegno per i ragazzi.

«Non voglio parlare di fatti precisi che pure sono successi, né faccio nomi», dice la mamma. «Però domando: i genitori che affidano i figli alla scuola possono stare tranquilli? O si devono preoccupare, visto che in quello stesso liceo, che conosco bene perché ci abbiamo studiato sia io sia mia madre, negli ultimi anni si sono suicidati quattro studenti? Essere bravi a scuola è diventata una colpa?».

A Diego non interessavano magliette firmate e motorini. Aveva preso il patentino, ma aveva solo la bici. Salire a casa dalla piazza di Lacco Ameno era faticoso. Così al mattino lo portava in auto la mamma alla fermata del bus per Ischia, a pranzo saliva lui a piedi. «Ho dovuto insistere per dargli il cellulare: “Voglio rintracciarti”, gli ho detto».

Diego era appassionato di fumetti. Tex soprattutto. Con gli amici giocava a calcio. «Hanno rotto tutti i vetri e i lampioni qui attorno con il pallone», racconta la nonna, «e ultimamente avevamo scoperto che giocavano a poker con le fiches». Per gli scacchi invece non aveva trovato nessun coetaneo con cui giocare, doveva andare fino a Forìo.

«Gli piacevano i film in Tv», ricorda la mamma, «per ultimo Guerra e pace. Mi ha chiesto: “Perché Natasha ogni tanto parla in francese?”. Gli ho detto che era normale, fra i nobili russi. E lui: “Ma allora nella traduzione francese che lingua usano?”».

Diego non c’è più. Sono rimasti tutti i libri nella biblioteca della nonna. «Chi legge troppo si rovina la vita, perché diventa troppo sensibile», dice lei, amara. Per ricordarlo, ora la mamma vuole istituire una borsa di studio: «Un premio per i ragazzi come lui».

Mauro Suttora

Monday, November 12, 2007

intervista a Cristiana Capotondi

LA CAPOTONDI SUPERA DUE ESAMI

Deve il successo alla «Notte prima degli esami». Ora l’attrice è promossa con «I viceré» e «Come tu mi vuoi». E si conferma il volto nuovo del cinema. Con un difetto: «Sono una secchiona»

Roma, 1 novembre 2007

di Mauro Suttora

Non c’è niente di peggio a Roma che arrivare in anticipo a un appuntamento. Così aspetto cinque minuti fuori dall’ufficio di Enrico Lucherini, il press-agent di Cristiana Capotondi. Nella viuzza dei Parioli a un certo punto arriva in scooterone lei, la giovane attrice più veltroniana d’Italia: bella ma non sguaiata, elegante ma non appariscente. E anche qualcos’altro, scopriremo.

«Sono il suo intervistatore», mi presento sul marciapiede mentre Cristiana si toglie il casco. Lei mi sorride: lo farà raramente durante il nostro colloquio, non so se per timidezza o serietà o estrema compitezza. 'La notte prima degli esami', si chiamava il film che un anno e mezzo fa le ha regalato la fama. Ma parlandole si ha l’impressione che per lei gli esami non finiscano mai.

Venerdì 9 novembre escono due film in cui è protagonista: 'Come tu mi vuoi' dell’esordiente Volfango De Biasi e 'I Vicerè' di Roberto Faenza. Non potrebbero essere più distanti: una commedia giovane alla Bridget Jones il primo, un voluminoso affresco storico alla Gattopardo il secondo.
«Li amo entrambi», dice, «perché sono film “utili”, che parlano dei valori veri della vita. In positivo o in negativo, ma è un cinema che ti fa uscire dalla sala carico di energia».

'Come tu mi vuoi' era un dramma scritto settant’anni fa da Pirandello. Quello odierno, alleggerito, affronta lo stesso dilemma: quanto si può cambiare per inserirsi nella società, compiacere gli amici, piacere a un ragazzo?
«La patogenesi che ha scelto il regista...»

Prego?
«Dicevo, l’ambiente sociale...»

Ah, ecco, meglio così. Non usi parole difficili, che né io né i lettori capiamo. Anzi, riassumo per loro in due parole il film: Cristiana interpreta una universitaria intelligente e studiosissima, ma brutta e complessata, che si trasforma in cigno grazie all’incontro con Nicolas Vaporidis, figlio di papà fannullone che preferisce discoteche e cocaina a libri ed esami.

Coincidenza: la Capotondi si è laureata due anni fa in Scienza delle comunicazioni, lo stesso corso frequentato dai personaggi del film. Conosce perfettamente non solo l’ambiente universitario romano, ma anche le materie di cui si discetta in molte scene. E che sono poi l’essenza della storia: come «comunicare» con i coetanei, quale «immagine» scegliere per proporsi... Insomma: essere o apparire?
«Il mio personaggio all’inizio vive di assoluti. È critica verso la pressione sociale che obbliga a vestirsi e a comportarsi in un certo modo. Poi, attraverso un percorso di dialettica esterna...»

Alt.
«Sì, insomma i due protagonisti, conoscendosi e innamorandosi, anche se provengono da stereotipi sociali opposti, cambiano entrambi».

È capitato anche a lei? Ha mai incontrato un prof universitario come quello del film, il bavoso che promuove assistenti le ragazze facili che si porta a letto?
«Beh, no, anche perché quel personaggio è un po’ romanzato. In questo film c’è molta cura per alcune figure che, pur non essendo protagoniste, interpretano ruoli brillanti come nelle migliori commedie all’americana. Spesso sono proprio le loro battute quelle che rimangono più impresse. Io, per esempio, ancora mi ricordo di certe frasi di Spike, l’amico di Hugh Grant in 'Notting Hill'».

In 'Come tu mi vuoi' è interessante la ragazza che la «restaura».
«Sì, Fiamma è quella che mi porta a piazza di Spagna a comprarmi vestiti, che mi fa truccare da un amico, che mi rende attraente per il mio ragazzo. Ma anche lei è annoiata, arrabbiata».

Ma sul serio le discoteche oggi sono così decadenti e piene di cocaina come quella del film? «Onestamente, non lo so. Non frequento quell’ambiente».

E chi frequenta?
«Quando lavoro, nessuno. Mi immergo totalmente nella mia parte, leggo il copione quindici volte, evito di andare al cinema per non lasciarmi influenzare da altri personaggi».

Addirittura.
«Sì. E non affronto neppure libri impegnativi, da quando mi sono accorta che mentre ne leggevo ero stonata, facevo fatica a recitare».

Oddio, e che libro era, per suscitarle un tale trambusto?
«'Con le peggiori intenzioni' di Alessandro Piperno. Ma è naturale che capiti, perché con la lettura si scatena la fantasia, l’immedesimazione...»

Si immedesimeranno in molti, nel suo personaggio di 'Come tu mi vuoi'?
«Penso proprio di sì. Io stessa l’ho amata, sia quando è brutta e non si cura dell’apparire, sia quando sente la necessità di rapportarsi al sociale...»

E dagli. Io sarei più crudo. Diciamo che alla fine diventa una conformista come tutte.
«Ma no, non vende l’anima al diavolo. Ha solo trovato un baricentro più basso. Prima viveva di assoluti, e faceva violenza a se stessa. I valori assoluti portano sempre alla violenza».

Be’, i monaci birmani non violenti che si sono fatti massacrare dai generali devono averlo fatto in nome di valori assoluti.
«Dipende se si sono sentiti obbligati a farlo. Io non concordo con il “dovere sociale” di Kant...»

E ridagli. Stop. Tornando al film, mi pare ovvio che il suo personaggio ha semplicemente perso la testa per un fighetto.
«No. Ha solo perso la necessità di aggrapparsi a tesi assolute, ed è arrivata finalmente al dubbio. Anch’io vivo nel dubbio. Anzi, coltivo il dubbio metodico».

A questo punto, anch’io dubito. Ho di fronte un’attrice o una filosofa? Vediamo. Quanto ha preso alla laurea?
«Centodieci e lode».

Come ha fatto a studiare? È da dieci anni, dai tempi dello spot del gelato Maxibon con Stefano Accorsi, che lavora quasi a tempo pieno, fra Tv (la serie di Orgoglio) e cinema (Volevo solo dormirle addosso).
«Per cinque anni ho lavorato e studiato. Ho sottolineato il testo di psicologia sociale andando a Ponza in aliscafo a Ferragosto».

(Poveri fidanzati: dicono le biografie che la Capotondi ne ha avuto uno dai 12 ai 22 anni, e poi solo storie con attori. Amore e lavoro: sintomo di scarsità di tempo libero, se si mescolano. Consuetudine rischiosa nel ristretto mondo del cinema italiano, dove sempre pochi nomi ricorrono. Cosicché Cristiana ha dovuto recitare gli ultimi film con due suoi ex: Vaporidis e Primo Reggiani).

Visto il livello che ha raggiunto l’intervista non oso scivolare nel gossip, cosicché mi limito a chiederle: adesso è fidanzata?
«No, sono single. Sto bene così»
.
Mi ha colpito una dichiarazione: «A volte ceno da sola al ristorante». Io non ci riuscirei mai.
«Mah, capita durante le riprese. Non ho voglia di stare sempre con la troupe, e allora magari mangio e ne approfitto per telefonare, o leggere un giornale».

Non si giustifichi: anzi, la ammiro perché è raro non soffrire di solitudine. Altri hobby?
«La musica. Mi piace il gruppo underground romano Zephiro di Emanuele Mancini, mio compagno di banco alla media e al liceo».

Era anche il suo fidanzato?
«No».

Una volta ha detto: «Il corteggiamento è sciocco. Perché resistere a un ragazzo, se ti piace?».
«Confermo. Non vuol dire che sia una facile».

Non ne dubitavo. (Lo dimostra la rapidità con cui mostra il seno a Vaporidis in 'Notte prima degli esami' e in 'Come tu mi vuoi': determinata, ma solo con chi le piace).
«Il fatto è che se c’è una roba vera, odio un certo vezzo femmineo di resistere. È una questione di cinesi prossemica».

Senta Capotondi, o la smette di fare la difficile con le parole, o l’intervista finisce qui.
«Come tu mi vuoi».

Mauro Suttora