Monday, March 05, 2007

Isoke

Oggi

di Mauro Suttora

Aosta, 14 marzo 2007

"E dopo una settimana Judith ha detto: non puoi stare qui senza soldi e senza lavoro. Devi pagare il mangiare, il dormire. Devi lavorare. E per chi non ha documenti il lavoro è uno solo. Quale, ho detto io. Eh, quand’è il momento lo vedrai, ha detto lei.
«Così una sera mi ha portato al posto di lavoro. Ha detto alle ragazze che stavano con me nella casa: datele un vestito per lavorare, qualche cosa che non mettete più. Mi hanno dato il vestito.
Era solo un paio di mutande. “Sul posto di lavoro si mette questo”, ha detto Judith.
«Era il 26 dicembre del 2000. Come posso dimenticare quel giorno? A Torino c’era la neve. Era la prima volta che la vedevo. Ma quant’è bella, ho detto. Tutto bianco e immobile e quasi incantato. È sempre così bello, qua in Italia? Però faceva freddo. Molto freddo. Così ho detto: io ’ste mutande non me le metto, e ho tenuto i miei jeans».

Così inizia la storia di Isoke Aikpitanyi, 27 anni, alta, bella, fiera, dolce, intelligente. Nigeriana di Benin City. È da lì che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket della prostituzione sui marciapiedi italiani: 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni.

Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta e sta per sposare un italiano: Claudio Magnabosco, 55 anni, funzionario regionale. Ha scritto un libro bellissimo con Laura Maragnani: Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo. Lo stile è quello di Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato. Coinvolgente, drammatico, mai retorico. Si legge d’un fiato. C’è dentro tutta la sua storia, e quella della tratta delle nere.

«Volevo dare voce a chi non ce l’ha», spiega Isoke, «alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se ritorneranno, perché sono almeno duecento quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo».
Senza contare quelle torturate, stuprate e massacrate, ma che sono tornate a casa vive, e dunque non fanno notizia. Le vediamo ogni sera in ogni nostra città, a Roma sulla via Salaria, a Milano in viale Abruzzi, su tutta la statale Adriatica da Rimini a San Benedetto del Tronto nelle Marche, o giù in Puglia da San Severo a Foggia.

Adesso, assieme al suo Claudio, Isoke sta creando una rete, per offrire un percorso d’uscita alle sue amiche ed ex colleghe, un’alternativa alla strada. È nata ad Aosta una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più che porta il suo nome.

«Allora», dice Isoke, «questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Escono con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito. Trenta, cinquanta, sessanta mila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria nigeriana».

«Arrivano qui», continua Isoke, «e scoprono che il lavoro è uno soltanto, il marciapiede. Sul marciapiede succede di tutto, ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola».

«Tutti i giorni», denuncia Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno. Osas, per esempio, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara.In sessanta stipate su un camion, senz’acqua né cibo, e quelle che erano di troppo venivano lasciate giù. Così. A morire, mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri.

Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente. «Dove andiamo?», ha chiesto lui. «Posto tranquillo», ha detto lei. Era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo era una cascina diroccata nell’hinterland torinese. Lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da una casa vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».

Solo dopo che l’uomo se n’è andato, qualcuno ha osato mettere il naso fuori: un ragazzo con un cane. «Che vuoi?», ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro, «che cosa è successo?». Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «E’ stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia», dice Osas adesso.

«Ogni ragazza ha in dotazione un pezzo di strada per cui paga ai protettori un affitto mensile dai 150 ai 300 euro», racconta Isoke. «I clienti li chiamiamo “stupratori a pagamento”. Solo perché pagano 25 euro si sentono in diritto di volere qualunque cosa. “Di che ti lamenti, bastarda? I soldi li hai avuti”, ci urlano. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno con le prostitute. Dicono: “Voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai”. Tutto quello che vedono nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare. “Ho pagato”, è la loro frase tipica».

Il libro è pieno di storie orribili, ma anche di una speranza: l’uscita dallo sfruttamento. «E questo», spiega Claudio Magnabosco, «nel 90 per cento dei casi per le ragazze nigeriane avviene grazie a un ex cliente che è diventato amico, fidanzato o marito». Proprio come è capitato a lui, che conobbe Isoke nel 2002 proprio come cliente. Un mese di frequentazione sulla strada, poi la decisione: «Vieni via con me». Quindi il cammino insieme, un percorso non facile, fatto anche di esitazioni e rincorse, che si concluderà felicemente con il giorno del «sì», non appena arriveranno dalla Nigeria i permessi per i parenti di lei.

E poi c’è il loro progetto per le altre, un progetto che punta alla sensibilizzazione dei «consumatori»: «I clienti, se informati, possono diventare una risorsa ed essere i veri avversari del racket», assicura Claudio.

Difficile infatti, a suo parere, che le giovani ex prostitute sopportino la vita delle comunità: troppa disciplina, alla fine moltissime scappano e tornano in strada. «Per uscire», conclude Isoke, «basta darci una opportunità, un permesso di soggiorno anche breve, sei mesi, per cercare un lavoro vero. In cambio dei documenti, invece, oggi le autorità pretendono che denunciamo qualcuno.

«Dobbiamo far sapere quello che succede. Le prostitute-madri alle quali le “maman”, le protettrici nigeriane, prendono i figli per ricattarle. I ragazzi neri che spacciano droga. Le famiglie che spingono le figlie minorenni a venire in Europa, e che poi sono ben contente di ricevere centinaia di euro al mese facendo finta di non sapere. La corruzione che favorisce i trafficanti. Le mutilazioni sessuali, il debito da pagare che non finisce mai, i pastori nigeriani cristiani che collaborano con il racket, le ragazze che muoiono attraversando il deserto. Questa è la tratta. Perché il problema non è solo la prostituzione».

Mauro Suttora

5 comments:

baruscogab said...

Mah, Vorrei avvicinare a me una donna.
Sono Singol e previo conoscenza potrebbe nascere qualcosa di buono.
Non è un commento ma una buona offerta.
Gabriele

ninest123 said...

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ninest123 said...

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ninest123 said...

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