Thursday, June 29, 2006

Vittorio Emanuele di Savoia

Quella notte che il principe imbraccio' il fucile

Oggi, 19 giugno 2006

Un ragazzo di 19 anni colpito mentre dormiva da un fucile Winchester M1 per la caccia agli elefanti, ferito gravemente a una coscia e morto dopo una terribile agonia durata 111 giorni, durante i quali subì l’amputazione della gamba destra e altri tredici interventi. Sua madre morta di crepacuore dopo sette anni, senza riuscire a vedere l’assassino del proprio figlio sul banco degli imputati. Un processo celebrato solo tredici anni dopo e concluso con l’assoluzione dell’imputato, condannato solo a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo di arma da fuoco.

È questa, in estrema sintesi, la storia dell’uccisione dello studente tedesco Dirk Hamer in cui venne coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia, una vicenda oscura cominciata nella notte del 17 agosto 1978 a Cavallo, un’isola fra la Corsica e la Sardegna, e conclusa il 18 novembre 1991 davanti alla Corte d’Assise di Parigi. Uno dei processi più lunghi della storia di Francia, e che ripercorriamo oggi non perché siano emersi fatti nuovi, ma perché, in questo momento delicato, è inevitabile ripensare all’altra brutta storia legata al nome di Vittorio Emanuele. Ci sembra giusto non dimenticare questa vicenda e i suoi lati rimasti misteriosi.

Hamer dormiva a bordo dello yacht di suoi amici, ormeggiato nella baia dell’isola di Cavallo. Per una lite con il medico Niky Pende, animatore della dolce vita romana, fratello della giornalista Stella e già compagno di Stefania Sandrelli, Vittorio Emanuele, armato di un fucile di micidiale potenza, sparò nel buio. Fu arrestato, ma scarcerato dopo sette settimane. Quattro mesi, invece, durò il calvario del giovane Dirk nell’ospedale di Heidelberg (Germania). «Perché ritirassimo le accuse contro di lui», sostiene la famiglia Hamer, «Vittorio Emanuele ci offrì inutilmente prima mezzo, poi due, infine dieci milioni di marchi [che equivalgono a cinque milioni di attuali euro, ndr]». «Non è vero», ha testimoniato Marina Doria, moglie del principe, al processo di Parigi, «gli Hamer mi chiesero soldi per far fronte alle spese mediche e io, senza neppure consultare mio marito che in quei giorni era in prigione, inviai loro un centinaio di milioni di lire, a puro titolo umanitario. Ma non rappresentavano una confessione di colpevolezza. Quando poi il signor Hamer mi chiese altri soldi, rifiutai e allora lui si costituì parte civile».

«Non è normale in Francia che le inchieste per omicidio durino così a lungo», ha ammesso il giudice Gaston Carasco di Ajaccio, «di solito ci mettiamo uno o due anni. Però il principe di Savoia aveva degli ottimi avvocati». Aveva anche ottimi amici. Uno di questi era il presidente francese, Valéry Giscard d’Estaing. Il quale, però, nel 1981 perse le elezioni con François Mitterrand. Ma questo non accelerò l’inchiesta. Anzi, il padre di Hamer arrivò a denunciare per corruzione il ministro della Giustizia di Mitterrand, Robert Badinter, colpevole a suo avviso di essere anch’egli troppo amico di Paul Lombard, avvocato di Vittorio Emanuele.

Pare che il principe Savoia, al momento della sentenza, fosse preoccupato soprattutto per il figlio Emanuele Filiberto, allora diciannovenne, che avrebbe subìto un trauma in caso di condanna per omicidio. Invece, dopo due ore di camera di consiglio, la corte di Parigi (con tre magistrati di carriera e nove giurati popolari) condannò Vittorio Emanuele a sei mesi con la condizionale. Unica sua colpa: possesso illegale di arma da guerra.

Ma cosa successe esattamente nella notte maledetta fra il 17 e 18 agosto a Cavallo? Quella sera Vittorio Emanuele va a cena con la moglie Marina Doria e sei amici a Les Pecheurs, unico ristorante dell’isola. Nel locale c’è anche un altro gruppo, assai più numeroso e chiassoso: una trentina di giovanotti e signorine belli e ricchi, appena arrivati dalla Costa Smeralda su tre motoscafi. Fanno parte dell’allegra brigata, fra gli altri, il playboy Niky Pende, allora trentacinquenne, la principessa Paola Torlonia, i conti Paolo Poma e Giorgio e Vittorio Guglielmi, il marchese Clemente Gentiloni Silveri, l’imprenditore barese Gianfranco Amoruso, Fabiana Balestra figlia del sarto, l’avvocato Francesco Ago dello studio Carnelutti. Hanno ormeggiato nella Cala di Palma, vicino all’Aniram («Marina» alla rovescia) del principe, un cabinato Super America. Vittorio Emanuele, allora quantunenne, è infastidito. Spiegherà che temeva danni, un attacco brigatista (è l’anno del rapimento Moro) o il sequestro del figlio da parte di una banda di banditi sardi. E pare che qualche giovinastro sia anche salito sul suo panfilo, servendosi da bere.

Dopo mezzanotte la compagnia di Pende torna nei motoscafi, mentre i due Savoia portano in auto un’amica a casa. Al ritorno, Vittorio Emanuele si accorge che per salire a bordo gli italiani hanno usato il canotto Zodiac del figlio. Furibondo, va a casa e afferra il fucile calibro 7,62. Sono quasi le tre. Vuole recuperare subito il canotto. Sale sull’altro suo canotto e si dirige verso lo yacht Coke, al quale è rimasto legato lo Zodiac. Sua moglie gli fa luce da terra con i fari dell’auto. A questo punto le versioni del principe e di Pende divergono.
Sostiene il primo: «Stavo liberando lo Zodiac. Inavvertitamente ho urtato una bombola di ossigeno che è caduta nel pozzetto e ha cominciato a sibilare. Pende esce fuori e urla: “Che c.... vuoi, principe di m...?” Ho sparato in aria per intimorirlo, lui mi si è gettato addosso e mentre cadevamo in acqua è partito l’altro colpo». Racconta invece Pende: «Un rumore mi ha svegliato. Sono salito in coperta e ho visto quello lì armato di fucile che mi minacciava: “Italiani di m..., drogati, ora ve la faccio pagare”. Ha sparato una, due volte ad altezza d’uomo, mi sono abbassato per sfuggire ai suoi colpi, poi gli sono saltato addosso».

In ogni caso, il destino vuole che una pallottola trapassi lo scafo della barca vicina, dove dorme Dirk Hamer con la sorella Birgit (Miss Germania 1976), e gli spezzi un’arteria della coscia destra. Il proprietario della barca è Guglielmi, in odore di frequentazioni malavitose. A bordo viene trovata la mattina dopo una pistola Smith & Wesson calibro 38 con due proiettili mancanti. Il proprietario sosterrà di non averla usata da giorni. Per i legali del principe, invece, fu proprio quell’arma a colpire Hamer. La polizia francese non indagò.

Insomma, secondo la difesa quella notte non sparò soltanto il fucile M1. Alcuni testimoni giurano di aver sentito solo due colpi, altri ne ricordano quattro o cinque. La pallottola recuperata sul corpo del ferito è impossibile da attribuire, ne era rimasto solo uno spezzone del peso di quattro grammi e 25. «Non poteva provenire dalla mia carabina», sostiene il principe, «a parte la diversità di calibro quella pallottola era di piombo, mentre le mie erano rivestite con una lega di rame e ottone». Ci sarebbero stati i fori sulla barca che, però, venne riparata prima che la polizia si decidesse a esaminarla.
In un primo tempo Vittorio Emanuele dichiara: «Mi prendo la responsabilità delle ferite causate dalle pallottole sfuggite». Poi però la sua linea difensiva cambia: salta fuori la pistola. La quale tuttavia, secondo Umberto Ercole che dormiva vicino a Guglielmi, «quella sera era dentro al cassetto a tre centimetri dalla mia testa». Quanto agli altri colpi uditi da alcuni testimoni, potrebbero essere stati quelli dei razzi lanciati da qualche vicino per illuminare la baia, per capire che cosa stava succedendo nella notte. Invece il principe sospetta perfino che la pallottola partita da quella pistola fosse diretta proprio contro di lui, e che il corpo Dirk Hamer gli abbia fatto da scudo. Insomma, un tragico e incolpevole incidente, come ha stabilito la giustizia francese, o un tentato omicidio (contro Niky Pende) che ha causato per fatalità la morte dell’ignaro Dirk Hamer, come continuano ad accusare a quasi un quarto di secolo di distanza amici e parenti del ragazzo tedesco?

«In quella notte maledetta ci sono state due vittime», sostiene Vittorio Emanuele, «e la seconda sono io. Fino al 18 agosto del 1978 ero un uomo tranquillo e felice, l’unica angoscia era costituita dall’esilio. Improvvisamente sono diventato “quello che va in giro con la carabina a sparare alla gente”. E invece io con la morte di Hamer non c’entro niente».
«Tutta la mia famiglia è distrutta», ha concluso invece Ryke Geerd, il padre di Dirk Hamer, «mia moglie Sigrid è morta e io stesso ho avuto il cancro. Con mio figlio sono morto un po’ anch’io».

Mauro Suttora

Wednesday, June 28, 2006

L'acqua minerale è inutile

Indagine sulle acque potabili delle città italiane

Roma, giugno

L’acqua potabile migliore d’Italia si beve ad Aosta, Bergamo, Cagliari, L’Aquila e Pavia. Dai rubinetti di Ancona, Benevento, Campobasso, Perugia e Roma esce acqua discreta. La meno buona (ma bevibile con tranquillità) è quella di Genova, Milano, Napoli, Torino e Catanzaro. Sono questi i dati principali dell’ultima indagine sull’acqua potabile effettuata da Altroconsumo. Dalla quale risulta che nella media la qualità dell’acqua di casa rivaleggia con quella delle migliori acque minerali, pagate a peso d’oro.

Ci abbiamo messo cinquemila anni per far arrivare l’acqua potabile in ogni casa, ma in meno di mezzo secolo abbiamo sciupato questa conquista di civiltà. Non ci fidiamo più dell’acqua dei nostri rubinetti, al punto che gli italiani sono diventati i maggiori consumatori di acqua minerale al mondo. E, così come i nostri bisnonni andavano con i secchielli al pozzo, oggi siamo costretti a trasportare pesanti confezioni di bottiglie e a farne scorta in casa.

Ma davvero la situazione è così drammatica? Veramente l’inquinamento ha reso imbevibile la nostra acqua? «Assolutamente no», risponde la biologa Claudia Chiozzotto, che ha coordinato lo studio di Altroconsumo: «Tutte le analisi che abbiamo effettuato nei venti capoluoghi di regione e in altre quindici città ci dicono che la qualità è sempre entro i limiti di legge e mediamente buona, anche se c’è spazio per migliorare».

L’ultima inchiesta era stata fatta tre anni fa. Da allora è entrata in vigore una nuova legge con limiti più severi, che però sono tutti rispettati. Nel 2003 un campione superava i valori massimi (per i nitrati a Palermo) e altri non si erano ancora adeguati alla legge attuale, per la presenza di trielina e percloroetilene a Milano e Torino. Questa volta a Milano ne restano tracce, me il problema dei solventi è stato sostanzialmente risolto: segno che con gli interventi giusti la qualità dell’acqua può essere garantita. Anche le città con i risultati meno soddisfacenti rispettano i limiti di legge: la loro acqua è assolutamente bevibile. Le nostre paure sono quindi immotivate. Le buone notizie non fanno mai notizia, però almeno in questo caso possiamo stare tranquilli. Ma esaminiamo più da vicino i risultati dell’indagine, partendo dal metodo utilizzato.

«Abbiamo effettuato un prelievo dalla fontanella della piazza centrale di tutti i capoluoghi regionali», spiega la dottoressa Chiozzotto, «tranne che a Roma, Milano e Napoli, dove abbiamo prelevato più campioni in parti diverse delle città. L’acqua delle fontanelle pubbliche, infatti, è accessibile a tutti, e la sua qualità è diretta responsabilità dell’acquedotto, senza intermediari. In Lombardia e Campania, poi, abbiamo fatto analisi più approfondite, in ogni capoluogo di provincia. E a Milano e Napoli abbiamo prelevato campioni d’acqua anche da case private».

È stata valutata la presenza di moltissime sostanze. Il grado di acidità (pH), che la legge vuole compreso fra 6,5 e 9,5, è nella norma per tutti i campioni. Gli scienizati hanno poi misurato la «durezza» dell’acqua, espressa in gradi francesi: la legge consiglia che sia compresa fra i 15 e i 50. Nessun campione supera il limite, ma alcuni restano sotto la soglia minima: Genova (piazza Campetto) e Catanzaro (piazza Matteotti) hanno l’acqua più «dolce»: sei gradi. Seguono Como con otto e Cagliari e Sondrio (nove). All’altro estremo, invece, Salerno e Napoli hanno l’acqua più dura, con 38 e 36. Seguono Roma (33 a piazza San Pietro e Tiburtina), Milano (32 in piazza Grandi e via Nervesa), Brescia e Firenze. «Un’acqua più dura», dice la dottoressa Chiozzotto, «è più ricca di carbonati di calcio e magnesio, non ha effetti negativi sulla salute, ma può causare incrostazioni nelle tubature. Un’acqua molto dolce, al contrario, è povera di sali minerali, importanti per le funzioni vitali dell’organismo. Il limite inferiore di quindici gradi serve per frenare trattamenti di addolcimento molto spinti da parte degli acquedotti».

I «residui fissi» sono il cavallo di battaglia nelle pubblicità delle acqua minerali. Rappresentano la quantità di sali sciolti nell’acqua, e meno ce ne sono, meglio è. Il massimo consigliato dalla legge è 1.500 milligrammi per litro, e il campione che vi si avvicina di più (Napoli), ne è molto lontano: 540. Si può quindi dire che quasi tutte le nostre acque di rubinetto sono paragonabili alle oligominerali («oligos» significa «poco» in greco). Da questo punto di vista (ma solo da questo) le migliori risultano Genova (94) e Catanzaro (115); seguono Como (128), Sondrio (130), L’Aquila (163), Campobasso (170), Benevento (174) e Pavia (181).

Quanto al sodio, non è la sua presenza nell’acqua a provocare il rischio di un consumo eccessivo. Il sodio infatti è contenuto in quantità ben maggiori in moltissimi alimenti. Meglio perciò limitarneil consumo nella dieta, che preoccuparsi di quanto ne contiene il nostro bicchiere. Il limite di legge è comunque 200 mg/litro, mentre i valori trovati in tutti i campioni sono assai bassi, fra uno (L’Aquila), due (Lecco e Sondrio), quattro (Roma), 15 (Milano) e 28 a Napoli.

E veniamo al punto dolente (ma solo per gusto e odore): il cloro. I gestori degli acquedotti usano il biossido di cloro come disinfettante. In Italia si clora molto l’acqua perchè le tubature sono in gran parte vecchie, e di fronte al pericolo di una contaminazione si preferisce prevenire, con la possibile formazione di cloriti. Il valore di legge (200 microgrammi al litro) si è rivelato troppo stringente: molti acquedotti non sarebbero riusciti a rispettarlo. Perciò è prevista una deroga fino alla fine di quest’anno con una tolleranza aumentata a 800. Residui di cloriti sono stati trovati a Bari, Caserta, Mantova e Cremona, ma tutti al di sotto degli 800 microgrammi. E senza preoccupazioni per la salute, perchè il valore guida dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è 700.

I limite per i nitrati è 50 mg/llitro. Superano i 30 solo Milano e Napoli, Varese è a 23, Brescia a 22, Torino a 18, Palermo a 17. Ma la stragrande maggioranza delle nostre città (anche Roma) stanno sotto ai dieci. Quanto ai metalli, si trovano tracce di alluminio a Genova (ma solo 82 microgrammi per litro contro un limite di 2009), arsenico (inquinamento industriale) in valori innocui a Bolzano, Como, Cremona, Napoli e Sondrio, cromo a Brescia, Milano e Genova (può essere rilasciato anche dai rubinetti), nichel a Genova. Nessun problema neanche dal piombo, che può essere rilasciato dai tubi vecchi: la quantità massima è stata rilevata a Firenze, 3 microgrammi contro il limite di dieci.

In 28 campioni su 43, infine, i solventi sono assenti. Ma trielina e trialometani (cloroformio e bromoformio) sono stati riscontrati a Milano, Napoli, Genova, Catanzaro e Bari. Anche se i valori sono inferiori alla metà del massimo consentito, i trialometani sono assai volatili: «Passano facilmente dall’acqua all’aria», avverte la dottoressa Chiozzotto, «e perciò possono essere inalati. Basta insomma farsi la doccia con acqua molto clorata per inalare grandi concentrazioni di cloroformio. Non è comunque un rischio che si corre con le quantità dei nostri campioni, innocue per la salute anche se indice di qualità non eccelsa dell’acqua».

Mauro Suttora

Wednesday, June 14, 2006

11 settembre: la fantaverità

New York (Stati Uniti)

Sulle Torri gemelle l'ombra del sospetto

«Crollarono perché qualcuno le aveva minate», sostengono i teorici del complotto riuniti in convegno a Chicago. Ecco tutto ciò che non quadra nella versione ufficiale dell’attacco agli Stati Uniti. E che lascia incredulo un americano su tre

Oggi, 14 giugno 2006

di Mauro Suttora

La Cia sapeva. Un anno prima che i quattro aerei dei terroristi islamici si schiantassero sulle Torri Gemelle e sul Pentagono l’11 settembre 2001, provocando tremila morti, una squadra speciale dei servizi segreti militari Usa aveva già individuato Mohamed Atta, capo del commando.

Si chiamava «Able Danger» (Pericolo possibile), quella squadra, ed era stata creata nel 1999 proprio per combattere il terrorismo internazionale e in particolare Al Qaeda, la rete di Osama Bin Laden. Perché non lo fermarono?

Di questo e di molti altri misteri si è parlato lo scorso fine settimana a Chicago, durante un congresso dell’associazione «9/11: Revealing the Truth» («11 settembre: Rivelare la verità»), che ha denunciato tutte le contraddizioni che avvolgono la strage. «Ci sono ancora un sacco di aspetti poco chiari sul crollo delle Torri a New York, sull’aereo che avrebbe colpito il Pentagono, e su quello che secondo le versioni ufficiali sarebbe stato fatto cadere dagli stessi viaggiatori, opponendosi ai terroristi che volevano farlo schiantare sulla Casa Bianca», dice Janice Matthews, direttrice dell’organizzazione.

Molti liquidano i sostenitori della «teoria del complotto» come visionari. Ma ben 70 milioni di americani, secondo i sondaggi, non credono al governo e ritengono impossibile che 19 terroristi abbiano potuto circolare impunemente per anni negli Usa.
Curt Weldon, per esempio, è il contrario di un pacifista: 58 anni, da ben venti deputato repubblicano per la Pennsylvania (stesso partito del presidente George Bush junior), vicepresidente della commissione Forze armate.
Nell’estate 2005 Weldon ha lanciato un’accusa gravissima: «L’unità Able Danger aveva identificato Atta e tre complici. Non solo l’allarme cadde nel vuoto, perchè la Cia era gelosa e non voleva invasioni di campo da parte di un’altra agenzia spionistica, ma la squadra venne sciolta nel 2000».

Le accuse di Weldon sono confermate dall’ex direttore dell’Fbi Louis Freeh, dal colonnello decorato che dirigeva la squadra segreta e da quattro suoi colleghi. La traduttrice dell’Fbi Sibel Edmonds, 33 anni, aggiunge: «Ho visto con i miei occhi documenti che dettagliavano attacchi di quel tipo, contro città con grattacieli». Ma il Congresso, nonostante le firme di 235 deputati, non ha mai aperto un’inchiesta sul perchè la Cia insabbiò la preziosa segnalazione.

Il Pentagono, dopo aver sostenuto per mesi che tutta la documentazione sull’attività di Able Danger era stata distrutta, tre settimane fa ha ammesso che esistono 9.500 pagine di documenti che riguardano la squadra. Ha negato però che contengano riferimenti scritti ad Atta. In ogni caso rifiuta di rendere pubbliche le pagine, e impedisce ai propri dirigenti di affrontare l’argomento sotto giuramento davanti al Congresso.

Gli scettici non capiscono come i terroristi abbiano potuto frequentare scuole di volo americane senza essere notati, e chiedono altre indagini sul fallimento delle ben quindici agenzie di spionaggio americano, che nonostante costino ai contribuenti una trentina di miliardi di dollari annui (perfino la cifra totale è segreta), sembrano passare la maggior parte del loro tempo a farsi la guerra fra loro, e non sono riuscite a localizzare né Osama Bin Laden, né il suo vice Al Zawahiri, né il capo dei talebani afgani mullah Omar.

D’altra parte, è da 43 anni che dura il mistero sull’assassinio del presidente John Kennedy. E certo non aiuta a stabilire la verità il comportamento di Cia e Pentagono, che a quasi cinque anni dall’avvenimento oppongono ancora il segreto a una completa ricostruzione dei fatti. «Se rivelassimo certi particolari danneggeremmo la lotta al terrorismo», sostengono le gerarchie militari. Ma quando lo fanno, a volte peggiorano le cose. Come con la recente pubblicazione di alcuni fermo-immagine dell’aereo che si abbatté sul palazzo del Pentagono, quartier generale delle forze armate statunitensi a Washington (che per ironia della sorte venne inaugurato l’11 settembre 1941, esattamente sessant’anni prima dell’attacco).

«L’Fbi tiene sotto sequestro ben 85 videotape dell’attacco al Pentagono», hanno commentato gli scettici a Chicago, «ma ci permette di vedere solo poche e confuse inquadrature di un qualcosa che forse è un aereo, incredibilmente in volo per quasi un chilometro rasoterra, con manovra degna più di un pilota acrobatico che di un terrorista arabo apprendista pilota. Ma potrebbe essere un missile, anche perché un tecnico della Rolls Royce non ha riconosciuto fra i resti quelli del motore abitualmente montato sui Boeing 757. Mostrateci piuttosto le immagini provenienti dalle telecamere del vicino hotel Sheraton, del benzinaio Citgo o del ministero dei Trasporti della Virginia, che presumibilmente sono più chiare».
«Il video del Pentagono non chiarifica nulla, non si vede un aereo in quelle immagini», conferma Michael Berger, portavoce di 911Truth.org.

Fra gli scettici ci sono, comprensibilmente, parecchi familiari delle tremila vittime. E anche dei trecento fra poliziotti e pompieri newyorkesi che si sarebbero salvati se le Torri non fossero cadute. Ed è proprio questo uno dei punti controversi: alcune foto mostrano infatti delle piccole esplosioni avvenire poche secondi prima del crollo, come se nella struttura ci fossero state delle cariche esplosive. Che potrebbero essere benissimo degli scoppi provocati dall’incendio: ma anche in questo caso occorrerebbe più trasparenza da parte delle autorità.

«È impossibile che le strutture di acciaio delle Torri gemelle si siano sciolte per l’incendio», accusa Kevin Ryan, chimico di professione e dirigente della società che ne certificò la solidità. Ed è strano anche che le Torri siano crollate su se stesse, come accade appunto quando si vuole abbattere un edificio sotto controllo, piazzando esplosivi in punti determinati.

Molte altre risposte non sono state date. Eccone alcune.

1) L’antrace: chi mise la micidiale polverina su alcune lettere spedite per posta, ammazzando cinque persone e spargendo terrore per settimane in tutti gli Stati Uniti?

2) Condoleezza Rice: che cosa ha veramente scritto nel suo memorandum su Al Qaeda del 6 agosto 2001 al presidente? Bush non ha mai voluto rivelarne il testo.

3) Perché il ministro della Giustizia John Ashcroft e alcuni dirigenti del Pentagono cancellarono i loro viaggi su voli di linea, prendendo aerei privati nei giorni precedenti l’attacco? Era circolato un allarme?

4) Come mai la potentissima difesa aerea americana, allenata da decenni a intercettare immediatamente il più piccolo aereo sospetto, ci mise 25 minuti per capire che un aereo era stato dirottato e si stava dirigendo su New York? Perché non fece nulla per 47 minuti contro l’aereo che colpì il Pentagono? E come mai nessuno è stato punito per l’inefficienza più grave dai tempi di Pearl Harbor?

5) Viceversa, perché non ipotizzare che il volo 93, caduto in Pennsylvania, sia stato abbattuto da caccia militari? Sarebbe stata un’azione agghiacciante ma necessaria, visto che i terroristi lo stavano dirigendo verso la Casa Bianca. Ora anche un film (che presto arriverà sugli schermi italiani) prende automaticamente per buona la tesi ufficiale di un’eroica resistenza da parte dei passeggeri, che avrebbe causato la caduta.

6) Dove sono finite le quattro scatole nere «indistruttibili» dei due aerei delle Torri Gemelle?

7) Perché il ministro della Difesa Donald Rumsfeld cercò subito di incolpare dell’attacco Saddam Hussein? Aveva bisogno di un casus belli? Nel 2000 un centro studi neocon (servatore) aveva profetizzato testualmente che per far accettare agli americani un aumento delle spese militari c’era bisogno di «un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor».

I sostenitori della teoria del complotto non arrivano ad accusare Bush di avere provocato deliberatamente l’11 settembre, nè di aver chiuso un occhio. Però constatano che le spese militari Usa, che erano di 300 miliardi di dollari annui nel 2001, oggi superano l’astronomica cifra di 500 miliardi.
Esattamente come Bush aveva promesso ai suoi finanziatori delle industrie di armamenti e ai generali in campagna elettorale. «In questo senso, purtroppo, l’11 settembre è stato come il cacio sui maccheroni», commenta il professore universitario Chalmers Johnson, autore del libro 'Le Lacrime dell’Impero', tradotto in Italia l’anno scorso da Garzanti.

Mauro Suttora

Scadono i termini per i bond argentini

Sveglia, a dicembre scatta la prescrizione: non si potrà più farsi rimborsare dalle banche

Oggi, 14 giugno 2006

Settecentomila euro dalla Banca di Desio: questo è (per ora), il record italiano di rimborso per la truffa dei titoli di stato argentini. Li ha ottenuti per conto di un industriale milanese, l’avvocato di Formia (Latina) Angelo Castelli, docente di diritto finanziario all’università di Cassino. «E il 30 maggio il tribunale di Roma mi ha dato ragione su altre sette cause per 600 mila euro, contro il Montepaschi di Siena, la Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, il San Paolo, la Banca del Fucino e la Banca delle Marche», annuncia l’avvocato.

Salgono così a 38 i processi che ha vinto, per un totale di cinque milioni di euro, su un migliaio che ne ha intentati a banche italiane, colpevoli di avere venduto titoli argentini ai loro clienti senza informarli del rischio. Altre 360 cause simili sono state vinte da altri legali per un totale di circa 400 iniziative coronate da successo.

«Tango Bond»: niente a che fare con la danza o con l’agente 007. Questa è solo l’incredibile vicenda del crac finanziario più grosso dai tempi di Wall Street del 1929, che ha alleggerito 450 mila risparmiatori italiani di quasi 15 miliardi di euro. Trentamila miliardi di lire, una cifra immensa persa per lo più da investitori del nord, non particolarmente esperti di questioni finanziarie, che si sono lasciati convincere dai consigli delle proprie banche. E ora sono gli istituti di credito a pagare, in mancanza di un rimborso da parte del governo argentino.

«Ma chi vuole ottenere giustizia, recuperando non solo tutto il capitale investito ma anche gli interessi e le spese legali, deve spicciarsi», avverte l’avvocato Castelli. «Fra sei mesi, infatti, scatterà la prescrizione e non sarà più possibile far causa alle banche per “omessa o carente informativa sul rischio”. Sono passati cinque anni, infatti, dal crac che venne annunciato dall’Argentina nel dicembre 2001».

Qualche decina di migliaia di truffati ha aderito al premio di consolazione concesso dal governo di Buenos Aires: rimborso del trenta per cento del capitale investito, ma senza interessi e soprattutto con scadenza fra vent’anni. Insomma, soltanto una mancetta per i propri figli. «Però anche chi ha accettato questa offerta può far causa alla propria banca per il restante 70 per cento», precisa Castelli.

Trecento fra i 70 mila risparmiatori coinvolti nel crac Cirio e i centomila della Parmalat si sono rivolti a Castelli, ma in questi casi la percentuale di vittorie è assai minore: solo quattro sentenze favorevoli, finora. Sono infatti ancora in corso i processi penali, ed è più difficile arrivare a una sentenza. «Invece nel caso dell’Argentina si è ormai formata una giurisprudenza consolidata per cui le banche non potevano non sapere del rischio di quei bond che hanno rifilato ai propri clienti», dice Castelli, «perché già dagli anni Novanta le agenzie di rating davano a quel Paese il livello B, e non certo le A, doppie A e triple A degli investimenti sicuri».

Ma non c’è stata, chiediamo, una certa ingenuità da parte dei risparmiatori, magari attratti dagli alti tassi d’interesse promessi? «Il regolamento della Consob è chiaro. Le banche devono informare esplicitamente dei rischi cui si va incontro, e non limitarsi a una dizione generica come “operazione a rischio”. Quindi chi non è stato informato per iscritto, chi non ha firmato fogli in cui c’erano avvertimenti dettagliati e ha tenuto la documentazione dell’investimento, può fare causa. C’è poi stato un conflitto d’interessi degli stessi istituti. In molti casi, infatti, essi avevano già in cassaforte quei titoli e poi li hanno rivenduti ai clienti senza far loro firmare alcuna liberatoria. In questo caso hanno lucrato due volte: rivendendo il titolo e attraverso le commissioni che tali vendite comportano. Difendo risparmiatori del Veneto, nella provincia di Treviso, che hanno perso addirittura tre-quattro milioni di euro ciascuno. Un’altra aggravante per alcune nostre grandi banche come la ex Comit, è che esse stesse operavano in Argentina, ed erano addirittura proprietarie della terza banca più grande a Buenos Aires».

Gli istituti di credito ora propongono ai clienti danneggiati di rivalersi contro il governo argentino. «Quella dell’Abi, l’Associazione banche italiane, è un’azione internazionale dal risultato incerto, perchè non esistono precedenti. E poi, anche se fra vari anni si vincesse, quali beni potranno essere pignorati? L’Argentina in Europa non ne ha, e le ambasciate godono dell’immunità diplomatica. Rischia di essere un diversivo fuorviante per acquietare i clienti, e intanto far passare il tempo fino alla prescrizione che scatterà in dicembre».

Qualcuno sostiene che per questi reati la prescrizione è di dieci anni, non di cinque. «Ma è un orientamento minoritario, di pochissimi tribunali. Viceversa, grazie alla nuova legge societaria le cause sontro le banche si sono rivelate relativamente veloci, perché sono tutte documentali, senza bisogno di testimonianze. In due anni in media si arriva alla sentenza, che è esecutiva già in primo grado, senza più possibilità di appelli dilatori. Per questo ormai le banche mi propongono accomodamenti per cifre rilevanti».

Le ultime obbligazioni argentine emesse nel 2000 e 2001 sono di rimborso più facile, visto che le agenzie internazionali le dichiararono «spazzatura»? «No, ci sono sentenze che riconoscono la colpa delle banche anche per i bond emessi in precedenza». E la legge di tutela del risparmio tante volte promessa, potrebbe risolvere questi problemi? «Per il futuro, certamente sì. Ma per più di mezzo milione di italiani già truffati, l’unico modo di rivalersi è portare le banche in tribunale».

Mauro Suttora

Monday, June 12, 2006

Christian Rocca, Sofri, Bonino

UMANITARISMO, NUOVA FRONTIERA DEL MILITARISMO?

Pacificar mi è caro questo mondo

I soldati in missione umanitaria costano come se facessero la guerra, ovvero quello che fanno davvero. Il giornalista Rocca, portavoce italiano dei neocon Usa, insegna alla sinistra come fare politica estera

Diario, 9 giugno 2006

Vent’anni. Tanto prevedono di rimanere in Afghanistan gli stati maggiori inglesi e americani: “Inutile illudersi, per pacificare tutto il territorio ci vorranno tempi lunghi”. E’ un calcolo realistico ma folle, perchè non tiene conto di due fattori: l’esperienza della storia e il consenso dell’opinione pubblica sia locale che occidentale.
Dell’Afghanistan infatti è proverbiale la resistenza al primo tentativo di occupazione coloniale inglese: nell’Ottocento fallì il tentativo di annessione al dominio imperiale indiano. Quanto all’invasione russa del dicembre 1979, fu addirittura una delle cause principali per il crollo dell’impero sovietico e del comunismo dieci anni dopo.
La simpatia dei locali per quelle che ormai, dopo cinque anni, vengono viste solo come truppe d’occupazione permanente, si è ridotta ai minimi termini. La settimana scorsa è bastato un tamponamento con sparatoria da parte dei soldati americani per causare un sollevamento popolare in tutta Kabul.

Quanto al consenso nei Paesi Nato che formano l’Isaf (International Security Assistance Force), esso è direttamente proporzionale ai risultati raggiunti e inversamente proporzionale al numero dei morti. I risultati sono finora disastrosi: dal 2001 non sono stati catturati nè Osama Bin Laden, nè il suo vice egiziano Al Zawahiri, nè il capo talebano mullah Omar. Sul campo la situazione invece di assestarsi peggiora. E’ iniziata l’offensiva primaverile/estiva dei talebani, e l’elegante presidente Hamid Karzai riesce a malapena a controllare la zona di Kabul. Tutto il resto è come sempre in mano ai capitribù, alcuni suoi alleati, altri no: vengono chiamati ‘signori della guerra’, e sono paragonabili ai nostri feudatari medievali. Quasi tutti ricavano il loro sostentamento dalla coltivazione e contrabbando dell’oppio.
Quel che è peggio è che le truppe americane, fuori dal comando Nato, si concentrano nella mission impossible di trovare Osama (probabilmente nascosto in qualche periferia pakistana), stanando i talebani dalle loro grotte sparse in un territorio immenso e non controllabile.

Ai militari Nato, fra i quali mille italiani, è stato rifilato il mantenimento dell’ordine pubblico. Che però oggi in Afghanistan non si chiama ne peace keeping, nè peace enforcing, nè nation building, nè difesa della democrazia. L’unica definizione seria, molto meno romantica, politicamente corretta e sofisticata, è “guerra”. Questo è ciò che stanno facendo oggi i nostri soldati, diecimila chilometri troppo lontani dai confini che dovrebbero difendere (quelli dell’Italia): una guerra. Ma non hanno il controllo del territorio. In Afghanistan non è sicura neppure l’unica autostrada, la Kabul-Kandahar.

Liberare gli oppressi. Come?

A questo pensavo il primo giugno mentre assistevo, in un ex cinemuzzo proprio davanti a Montecitorio, alla presentazione di un libro di Christian Rocca: ‘Cambiare regime’. Sottotitolo: ‘La sinistra e gli ultimi 45 dittatori’. Editore: Gli struzzi (appunto) Einaudi. Rocca scrive su un giornale di destra, il Foglio, e pure lui si lancia in una mission impossible: insegnare alla sinistra quel che deve fare in politica estera. “Lottare contro le dittature e liberare i popoli oppressi”, spiega il pedagogo Rocca al segretario dei Ds Piero Fassino, che ha abboccato e partecipa al seminario. Educato, si sorbisce pure i pistolotti degli unici due intellettuali di sinistra americani favorevoli alla guerra di George Bush junior in Iraq: Christopher Hitchens, come sempre simpaticamente etilico, e Paul Berman, il quale ribadisce che gli occidentali devono appoggiare le “guerre antifasciste” di Bush in Iraq e in Afghanistan.
Poi Fassino risponde e non può che concordare sulle ovvietà: la democrazia è bella, le dittature sono brutte, conviene abbatterle non solo perchè è giusto ma anche perchè conviene (le democrazie non fanno guerra fra loro). Lui personalmente ha le carte in regola: è stato l’unico politico italiano a ricevere il comandante afghano Massud prima che i talebani lo assassinassero nel 2001, si è sempre battuto per la liberazione dei popoli e non condivide gli eccessi dei pacifisti. che escludono la guerra comunque. Poi però fa una piccola domanda: “Come?” Come eliminiamo i dittatori? Come promuoviamo la democrazia? Visto com’è finita in Iraq, Rocca non può più rispondere: “Con la guerra”.

Nel 2003, sull’onda dell’entusiasmo per liberazione di Baghdad (che quasi tutti abbiamo condiviso), aveva scritto un altro libro, in cui proponeva non di esportare la democrazia, ma l’America tout court, e spiegava agli italiani quanto sono bravi i neocon(servatori). Accreditatosi come il loro bardo in Italia, oggi però, dopo tre anni di disastri, non può più esibirli orgogliosamente: e infatti in questo libro li confina in un sottocapitolo di otto paginette, per ribadire la sua tesi balzana che trattasi non di fascistoni militaristi, ma di ex di sinistra i quali per “idealismo pragmatico” passarono con Reagan e da allora chiedono instancabili di aumentare le spese militari (anche quando gli avversari degli Usa spendono dieci volte meno di loro). I neocon sarebbero un po’ come l’ex compagno Mussolini fino al 1914, insomma.
In un altro paragrafo Rocca sostiene che c’è una via nonviolenta nella lotta contro i dittatori, ma la fa coincidere con i dollaroni che Bush distribuisce a quelli che si dicono d’accordo con lui. Presumibilmente, d’ora in poi, anche Gheddafi: lo ha dovuto dolorosamente notare perfino Magdi Allam. Ma, in sostanza, Fassino e Rocca convengono che la guerra può essere solo una “extrema ratio” (molto estrema per il primo, poco per il secondo).

“L’intervento umanitario”

Nel dibattito poi interviene, con la maestria che gli è propria, Adriano Sofri, al suo rientro pubblico dopo la grave malattia. Il quale introduce la parola magica che da diciassette anni, cioè dalla fine della Guerra fredda, è diventata la parola d’ordine di tutti i generali di questo mondo: “Intervento umanitario” (optional: “d’emergenza”). Cosa sarebbe infatti degli eserciti occidentali, dopo la sparizione del nemico nell’89, senza l’alibi dell’umanitarismo? Come giustificherebbero la propria esistenza, i bilanci astronomici, la loro ferraglia micidiale ma ormai obsoleta (contro i terroristi), senza la scusa degli “interventi di pace”?
“Umanisteria”, l’ha definita velenosamente Milan Kundera. Però, nota giustamente Sofri, quando ce vo’ ce vo’: “Nel ‘95 bastarono poche ore di bombardamenti Nato, e quasi senza morti, per far cessare le stragi in Bosnia...” Idem in Kosovo nel ‘99. “Gli americani sarebbero dovuti intervenire anche in Ruanda nel ‘94, per far cessare il genocidio”. E dovrebbero farlo oggi in Sudan. Poi però precisa: “Nel quadro di azioni di polizia internazionale, con diritto internazionale e tribunali internazionali”. Cioè l’esatto contrario delle guerre preventive teorizzate da Bush, dell’impunità per i suoi soldati, del rifiuto della Corte internazionale dell’Aia e di ogni giurisdizione Onu.

Quella individuata da Sofri è ‘la’ questione fondamentale di questi anni, e non solo per la sinistra italiana. Perchè con la scusa della promozione della democrazia, del peacekeeping e delle missioni umanitarie, tutti i complessi militari industriali (da quello Usa, giunto quest'anno a 700 miliardi di dollari di spesa annua, al nostro molto più pastasciuttaro) continuano prosperare.

Il giorno dopo, 2 giugno, a poche centinaia di metri da quella saletta romana si sono confrontati i due corni della “politica estera” italiana: in via dei Fori imperiali (appunto) la parata militare, a Castel Sant’Angelo le tesi angelicate dei pacifisti. Ma fuori dalla retorica e dalla commedia sui distintivi del presidente della Camera, quali sono in concreto i termini del problema oggi in Italia? Dall’Iraq siamo già fuori, inutile attardarsi a discuterne: perfino la destra aveva annunciato il ritiro entro un anno.

Il paradosso italiano

Resta tuttavia l’immenso equivoco delle “missioni di pace”. Perchè alla nuova ideologia buonista abboccano anche benintenzionati come Gianni Riotta e Massimo D’Alema sul Corriere della Sera, per non parlare della regina dell’interventismo umanitario, Emma Bonino. La sua nomina a ministra della Difesa avrebbe coronato il sogno degli eserciti democratici e buoni. Solo in Italia potrebbe diventare capo delle Forze armate l’esponente di un partito, quello radicale, che tuttora si definisce antimilitarista e vanta Gandhi come simbolo. Un’operazione da manuale di neo-lingua orwelliana: ecco avanzare i militari pannelliani nonviolenti, così come la prima guerra mondiale era quella che avrebbe “fatto terminare tutte le guerre”.

A che prezzo, tuttavia, proseguiamo in queste imprese benefiche per “mostrare la bandiera” nel mondo? Le cifre sono opime: attualmente abbiamo 28 missioni in 18 Paesi con 8.500 militari. I tremila soldati stanziati (inutilmente) a Peja in Kosovo da sette anni sono costati finora tre miliardi di euro. Per i tre anni in Iraq ci vorranno alla fine due miliardi. Ogni militare in missione guadagna in media 4.500 euro in più al mese oltre lo stipendio. Nel golfo Persico vaga da anni senza scopo la fregata Scirocco con 240 marinai a bordo, mentre la Aliseo pattuglia non si sa bene perchè il Mediterraneo orientale. Nei mari ad alta salinità l’usura delle navi è più rapida. Ma niente paura: dall’anno prossimo costruiremo dieci nuove fregate europee multimissione (Fremm), al prezzo di 400 milioni l’una. Quattro miliardi, invece, costerà il nuovo giocattolo inutile e prezioso strappato dagli ammiragli: la portaerei Cavour, in varo l’anno prossimo a Muggiano (La Spezia). Stazza doppia rispetto all’attuale portaerei Garibaldi, sarà lunga 242 metri (misura massima per entrare nel porto di Taranto), avrà 1.210 marinai, trasporterà sia i caccia Harrier, sia i futuri Jsf (Joint Strike Fighters), oltre a 80 autoblindo Dardo o 24 carri armati Ariete. Per “andare a portare la pace”, ovvio. Ma dove?

“L'Italia spende per la difesa 484 dollari pro-capite, ben più di Germania (411 dollari), Giappone (332 dollari) e Canada (377 dollari)”, denuncia Giorgio Beretta della Campagna di pressione sulle ‘banche armate’. Anche un commentatore certo non pacifista come il direttore di ‘Analisi Difesa’ Gianandrea Gaiani ha criticato le missioni estere, notando che “non sembra esistere una dottrina che stabilisca in quali contesti e in base a quali interessi nazionali l’Italia sia disponibile ad inviare proprie forze nell’ambito di contingenti multinazionali.Ci limitiamo a rispondere positivamente a tutte le richieste dell’Onu, come se la presenza di truppe oltremare potesse da sola rappresentare quella politica estera che negli ultimi 50 anni l’Italia non è mai riuscita a elaborare”.

I tre quarti dei 25 miliardi delle nostre spese militari annue finisce in stipendi. Le gerarchie militari sono riuscite a ottenere forze armate di 190mila professionisti, mentre ne basterebbero la metà, integrati con l’Europa. “E poi basta con il gioco di nascondere le vere spese della difesa”, avverte Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione obiettori nonviolenti, “non includendo i carabinieri, ormai quarta forza armata, le missioni all’estero e le spese per i sistemi d’arma allocate alle attività produttive. Chi pensa che ci siano alternative alla difesa armata, chi da anni lavora per proporre modelli alternativi, non si accontenta di essere definito da Fassino ‘eticamente apprezzabile’ ma utopista, perchè chi governa non potrebbe escludere l’uso della forza. Oggi”, conclude Paolicelli, “è un utopista chi pensa che si vinca il terrorismo con le guerre, ma soprattutto chi sperpera denaro in inutili e mastodontici eserciti e costosissimi sistemi d’arma”.

Mauro Suttora