Sunday, October 22, 2006

American Beauty Farm

A New York il desiderio diventa un peccato di gola divorato dall’ascesi edonistica del consumo

di Mauro Suttora

Il Foglio, giovedì 10 agosto 2006

inserito nel libro "Concupiscenza" (AA.VV., edizioni Il Foglio, 2006, pagg. 284, € 7,90)


“What’s Sutunqa?”
Maledetta scrittura ‘intelligente’. Marsha ha ricevuto un mio sms, ma il telefonino Usa storpia sempre così, in automatico, il mio cognome. E ora eccola qui di fronte a me, splendida trentenne, ex modella dagli occhi azzurri, nel mio ufficio sopra la libreria Rizzoli sulla 57esima Strada di Manhattan. E’ venuta a trovarmi in redazione. Fuori c’è il solito caldo umido atroce che rovina tutte le estati nella capitale del mondo.
L’ho conosciuta a un concerto di musica contemporanea contro la pena di morte organizzato dai radicali italiani (che si piccano di essere transnazionali) a New York. Confesso che c’ero andato soprattutto perché era vicino alla Rizzoli, nel teatro dell’Alliance Française sulla 59esima. Ho concupito Marsha appena l’ho vista. Pure lei, mi ha confessato dopo, anche se lì per lì ha fatto finta di nulla.

Il concerto era insopportabile, come tutta la musica classica dopo Debussy. All’uscita lei era dietro di me con un’amica sulla scala mobile. Ho notato subito la sua figura elegantissima, alta, flessuosa, e i capelli neri, lisci, lunghi. Anch’io ho fatto finta di niente, non mi sono voltato: temevo mi scambiasse per un appiccicoso playboy italiano che squadra le donne lanciando occhiate da triglia. Però ho subito smesso di pensare alla provvida legge del mercato che farebbe giustizia della musica dodecafonica, se quest’ultima fosse lasciata a se stessa come merita, senza più sovvenzioni pubbliche.

Una volta tanto, l’esprit de l’escalier che mi affligge (trovo le parole giuste con le donne solo mentre scendo le scale dopo averle salutate, spesso per sempre) ha funzionato al contrario: la scala mobile mi ha dato tutto il tempo di escogitare una frase ad effetto per far colpo su Marsha.
“Lei è una diplomatica?” (no, non era questa la frase).
“No, perché?”
“A questo concerto hanno invitato soprattutto diplomatici dell’Onu”.
“Non ho niente a che fare con l’Onu”.
È già qualcosa. “Ma... lei è dell’Europa dell’Est per caso?” (conservo la frase originale per dopo).
“No, perché?” Sorride.
“Ha bellissimi occhi slavi”.
“Grazie”.
“Le è piaciuto il concerto?”
“Vuole che sia sincera?”
“Certo”.
“Era ok”. Tradotto dall’educatissimo americano: faceva schifo.
“Sono d’accordo: praticamente era un’anticipazione di pena”.
“In che senso?” Porca miseria, non ha capito la mia frase ad effetto.
“Era un concerto contro la pena di morte, no?”
“Ah, certo...” Sorride. Chissà se ora ha capito. “...Però io non sono così sicura di essere contro la pena di morte”, continua. No, non ha capito. E in più è a favore della sedia elettrica. La concupisco ancora di più: una reazionaria dall’aspetto fisico così poco di destra, etereo e sublime. Affascinante, meglio di quella fascistona di Ann Coulter.
“Lei è favorevole alla pena di morte?”
“Mah, dipende... Si riceve quel che si dà”.
“Ma allora, scusi, perché è venuta a un concerto contro la pena di morte?”
“La mia amica mi ha invitato. Era gratis. E non avevo niente di meglio da fare”.

Ho fatto la corte a Marsha per tre settimane. È venuta a letto la prima volta nella notte del grande blackout a New York, due o tre agosti fa. Forse per amore, ma ho scorto anche una grande riluttanza in lei di fronte all’incubo di dover farsi quaranta piani di scale a piedi nel suo grattacielo sulla Sessantesima Strada. Io invece abitavo al sesto piano. Più comodo.

Ora stiamo assieme. Lei è la mia fidanzata americana. Non è la prima. E probabilmente neanche l’ultima, perché ieri sera mi ha confessato: “Better Saks than sex”. Lo sospettavo da mesi: meglio i grandi magazzini sulla Quinta Avenue del sesso. Finalmente è stata sincera: lei prova più piacere a fare shopping che a fare l’amore con me. Non è un caso, d’altronde, che il palazzo di Saks stia proprio accanto alla cattedrale di San Patrizio: sono i due maggiori templi di Manhattan, assieme coprono ogni esigenza corporale e spirituale.

E ora eccola qui di fronte a me, la ragazza che mi fa impazzire e potrebbe diventare la madre dei miei figli (oltre che moglie, ma già conviviamo). Se solo concupisse me (un po’) più delle borsette Chanel. O delle scarpe Prada. O dei vestiti Dolce. O degli orologi Chopard. O dei “risada with prosega”, come lei chiama felice, già al limite dell’orgasmo, i risotti innaffiati con prosecco nel nostro ristorante italiano preferito.
“E’ così hot and humid fuori, Mauro”, si lamenta Marsha.
“Sì, caldo e umido. Proprio come te”.
“Stop it!”, fa finta di indignarsi. Qualsiasi allusione sessuale, anche vaga, la scombussola. Eppure è così sexy. Oggi indossa una camicetta scollatissima, pantaloni aderenti sotto al ginocchio e flip flop, le infradito che sono ormai la divisa della donna americana. Cominciano a portarle già a marzo, ai primi soli primaverili, sfidando geloni e pantegane nel metrò, e vanno avanti fino ad autunno inoltrato. Io impazzisco a vedere tutti quei piedi nudi molto attraenti, curatissimi, con le unghie pittate di colori anche fosforescenti impensabili in Italia.

Ecco, “the Nails”. Il manicure e pedicure (con annessi cerette e massaggi). L’altra attività principale delle femmine newyorkesi dopo lo shopping: ormai ci sono in giro più insegne Nails che negozi di alimentari. Marsha mi ha scelto anche perchè la Rizzoli sta proprio accanto alle J Sisters, il tempio della depilazione, quindi le risulta agevole passare a salutarmi dopo le sedute. Perché come tutti gli americani è pragmatica e benthamiana: massimo risultato col minimo sforzo.
Di professione lavora nella moda, e sarebbe un’attività molto redditizia se gran parte dei suoi guadagni non se li facesse sifonare da quei ladri degli stilisti. Infatti ora è già eccitata al solo pensiero di scendere con me verso il ‘quadrilatero della morte’, a pochi metri da qui: l’incrocio fra 57esima e Quinta Avenue, che vede ai suoi angoli Tiffany, Luis Vuitton, Bulgari e Bergdorf Goodman, con dentro incastonato pure il gioielliere Van Cleef & Harpels. Le basterà guardare le vetrine per soddisfare la sua concupiscenza.

Marsha concupisce anche me, io concupisco lei, e non è solo passione: ci amiamo pure, vorremmo metter su famiglia, abbiamo intenzioni serie (insomma: mi ha già presentato ai suoi). Lo giuro: non solo sesso e disobbedienza, o “ricerca disordinata del piacere”, come scrivete nel riquadro rosso qua sotto. Anche nella Grande Mela ci sono personcine perbene. Lei ha studiato a Firenze, è laureata in una delle migliori università (Vanderbilt), legge giornali, riviste e perfino libri, ha addirittura scritto la tesi su Derrida...

Però io venivo diciassettenne a Manhattan ogni weekend nel ‘77, fuggendo dai campi di golf del Connecticut dove passavo un anno come ‘exchange student’. Allora gli Stati Uniti erano la terra della libertà e delle infinite possibilità. New York era una città pulsante, sporca e sensuale. Oggi è una metropoli anerotica e anoressica, la capitale del conformismo politicamente corretto: quando ho osato scherzare con Marsha su un buffo ciccione nel metrò lei mi ha guardato severa inarcando il sopracciglio, e mi ha detto aggressiva: “Mauro, it’s so inappropriate!... Non si dice ‘grasso’, si dice sovrappeso, oversize. Paffuto, chubby, al limite”.
Sui computer la parola ‘sex’ si tinge automaticamente di rosso, le parolacce vengono sostituite da asterischi. La regina Vittoria godrebbe come una pazza.

Io sono innamorato pazzo di Marsha, la concupisco a ogni ora del giorno e della notte. Però io per lei vengo dopo il lavoro, la carriera, i soldi, le cene con le amiche ogni giovedì (“girlies’ nights”), il jogging a Central Park ogni mattina presto invece di fare l’amore (la concupisco enormemente quando torna a casa accaldata e con le guance rosse: niente da fare), e poi la palestra, il parrucchiere, lo yoga, le commissioni, gli ‘events’ cui partecipare ogni sera, i ‘gala’ della beneficenza ipocrita ed esibita, le abbronzature sul roof della piscina dell’L.A. Sports Club, le prime di cinema e teatro, le anteprime ai musei, l’enogastronomia, la lettura degli annunci immobiliari, i weekend obbligatori agli Hamptons con tre ore di coda sull’autostrada (maledetto Fitzgerald, non potevi trovare un posto più vicino?).

Di sera, quando mi avvicino romanticamente sul sofà, lei mi chiede affettuosa come una gattina: “Mi gratti il braccio? Mi accarezzi la schiena? Mi massaggi il piede?” È così che lei raggiunge l’acme. Perchè poi, quando comincio a baciarla, troppo spesso mi blocca dicendomi: “Amore, sono stressata, ho bisogno di relax”. “Rilassati scopando, come me”, le ho risposto una volta. Allora lei, che invece pratica un sesso tecnicamente piuttosto ginnico e quindi faticoso, con gran dispendio di calorie, mi ha guardato condiscendente ammonendomi: “Mauro, don’t be a pervert”.

Ci sono tante Marshe a Manhattan, nei quartieri residenziali dell’Upper East e West Side. Considerano la frigidità un inconveniente pratico, secondario e superabile: con un programma in dodici step, negli intervalli del pilates, oppure - quelle più intellettuali - tramite psicanalista.

Certo, a Manhattan c’è la più alta concentrazione di single del pianeta. Certo, in questa città ci si alza ancora al mattino non sapendo bene in quale letto si finirà la sera. Le ‘one night stand’, avventure di una notte, accadono sempre, più che altrove nel mondo. Il problema è che cosa si fa, poi, su quel benedetto letto, con la sconosciuta conosciuta al cocktail party.

Qualcuno ha soprannominato la New York di questo decennio (gli anni Zero) l’Impero di dito&clito. Grande autosoddisfazione. Di qui il successo teatrale dei ‘Monologhi della Vagina’: a questo serve principalmente oggi l’organo femminile negli isolati (nomen omen) più ricchi del pianeta, quelli dei miliardari (in dollari) orgogliosi di esibire il codice di avviamento postale 10021, fra Park e Madison Avenue. Lì è nata Marsha. Lì è andata a scuola. Lì le hanno insegnato a indossare, provocante e competitiva, lussuriosi pantaloni leopardati; ma a non scoprirsi mai, inibita e puritana, il seno in spiaggia.

“Ah, vivi a New York? Come si sta? E come sono le donne di ‘Sex and the City’?” È questa la domanda che mi fanno quasi tutti i miei amici italiani, anche quelli colti. A volte rispondo buttandola sul sociologico: crollo della concupiscenza, suo spostamento su oggetti diversi dal sesso. Nulla di nuovo, se ne erano già accorti Freud cent’anni fa e Marcuse cinquanta, come ha ricordato Bandinelli su queste pagine.

Manhattan oggi è un misto di perversione e repressione. Di allegro disordine mentale (consumo di Prozac decuplicato in dieci anni) e tanta solitudine: quando passeggio a Riverside Park, ogni tanto mi si avvicina qualche (bella) donna domandandomi: “Are you John?” È il tizio con cui ha preso un appuntamento al buio su internet. Ma c’è anche tanta sconfinata, irresistibile energia: è l’ottimismo vitalista di Marsha che mi ha conquistato.

Il settimanale New York Observer, quello dove dieci anni fa nacque la rubrica ‘Sex and the City’ di Candace Bushnell prima di diventare libro e poi trasformarsi nel celebre serial tv con Carrie e Samantha, mi ha affidato una column sullo stesso argomento. Solo che il titolo questa volta è: ‘No sex in the city’.

2 comments:

Auntie Sam said...

bhe' complimenti a "marsha" per l'abilita' di ritagliarsi spazi personali in new york lavorando full time, come faccia non e' chiaro.

io con i massaggi, visages, chanel makeup e "unghiaioli" sto cominciando solo adesso... ho cominciato anche una costosa relazione con le borse di luis vuitton. mi dicono che sto diventando una sciuretta :-).
e penso che sia piu' che altro solo per noia che si e' disposti a spendere queste insensate somme di denaro... che dici, sono pronta per NY?

mauro suttora said...

dipende se hai soldi, o almeno strisci la plastica del marito. Altrimenti rischi una Waterloo...