Saturday, December 22, 2001

Davide Van De Sfroos

Foglio, 22 dicembre 2001

di Mauro Suttora

Van De Sfroos non è un ciclista fiammingo. E’ il nome d’arte di Davide Bernasconi, cantautore dialettale comasco di 36 anni: «van de sfroos» in lariano significa «vanno di frodo». Contrabbandieri e irregolari sono infatti i personaggi delle canzoni di questo artista-rivelazione, che sta collezionando tutti esauriti in ogni concerto che tiene in Lombardia e Svizzera italiana. Così c’è il Bestia, «castig del Signuur, semper spurceleent e vestii cun’t un sacch, ma no l’era mai stracch» («castigo del Signore, sempre sporco e vestito con un sacco, ma non era mai stanco»). C’è quell’altro con «gli occhiali da tafano dell’autogrill di Fiorenzuola, pilota de la malura che scià el Gilera de rüvà ved mea l’ura» («...pilota della malora che sul Gilera di arrivare non vede l’ora»). E c’è naturalmente anche il cuoco del Grand Hotel, come su ogni lago che si rispetti, figura degna di quello di Salò cantato da Francesco De Gregori, solo che questo ha «il maa de schena, e l’è giamò ciucch a la matèna» («il mal di schiena, ed è già ubriaco alla mattina»).

Van de Sfroos, questa specie di Paolo Conte dell’Insubria, è diventato il mito nascosto della Lombardia settentrionale. Riesce a mettere d’accordo tutti: leghisti, ciellini, comunisti, forzisti. Ha vinto il premio Tenco del 1999, e il suo disco «Breva & Tivàn» (i due venti che soffiano regolarmente sul lago di Como, uno al mattino e l’altro al pomeriggio, permettendo per secoli ai «lagheè», gli abitanti del lago, di spostarsi da un paese all’altro), autoprodotto e senza una vera distribuzione, ha venduto 35mila copie spontaneamente, con la sola forza del passaparola.

Ora è uscito il nuovo «E semm partii...» (Siamo partiti), disco di folk rock che ne riconferma la fantasiosa vena poetica. Sul palco del teatro Smeraldo, a Milano, Lella Costa ha voluto leggere le sue poesie. E Ale e Franz, anche loro calati in pianura dalle prealpi (sono i comici sfigati che suonavano al citofono di «Mai dire gol»), lo hanno accompagnato con le loro battute surreali.

Il mondo di Van De Sfroos è pieno di personaggi stralunati, cantati con il suo vocione da cantastorie padano a metà fra Pierangelo Bertoli e Ligabue. Dopo i concerti, che tiene in posti dai nomi buffi come Uggiate Trevano, Zingonia, Guanzate o Tavernerio, giovani e vecchi portano sul palco ingrandimenti fotografici da firmare, bottiglie di vino e salami caserecci.

Da queste parti, fra Valtellina a nord, Brianza a sud, Svizzera a est e Orobie a ovest, il contrabbando è sempre stato qualcosa di più di un espediente per sopravvivere: fa parte della storia di ogni valle, paese e famiglia, dove c’è spesso un nonno o uno zio che andava «de sfroos». Almeno fino agli anni ‘70, quando le cose si sono incattivite e agli spalloni con sigarette e robe da poco si sono sostituiti i mafiosi con pacchi di soldi, droga e armi.

Ma è rimasta l’atavica voglia di libertà, l’insofferenza per le frontiere, la spinta di partire che fa cantare a Van de Sfroos «E sèmm partii per questa America sugnàda in pressa, una valisa che gh’è deent nagòtt, cumè tocch de vedru de un biceer a tocch...» («Siamo partiti per questa America sognata in fretta, una valigia con dentro niente, come pezzi di vetro di un bicchiere rotto...)

Van De Sfroos sa giocare con la nostalgia, e nella canzone «Television» («Quanti dé, quanti nocc su quii pultrùnn, cun chel butùn, come un cujun...»: quanti giorni, quante notti su quella poltrona, con quel bottone, come un coglione...) c’è uno dei versi più belli del suo ultimo disco. Quando, ricordando la notte del luglio 1969 in cui gli astronauti arrivarono sulla Luna, commenta amaro: «Perchè i naven sö la Loena e i purtaven a cà i sass, e in giir sö la Tèra segütàven a cupàss» («Andavano sulla Luna e portavano a casa i sassi, e in giro sulla Terra continuavano a uccidersi»).
La musica è curatissima e moderna: va a ritmo di ska, rock, punk, reggae, in cui perfino uno strumento intrinsecamente triste come la fisarmonica riesce a colorare una melodia, rendendola sorridente.

Il 7 dicembre la città di Milano ha premiato con la sua più alta onoreficenza, l’Ambrogino d’oro, un altro grande cantante dialettale lombardo, Nanni Svampa. Lui è milanese. Anzi, franco-milanese, perché forse le sue canzoni più belle sono quelle ispirate da Georges Brassens, il papà di tutti i cantautori di livello (da Georges Moustaki a Fabrizio De André) scomparso esattamente vent’anni fa. Van De Sfroos si colloca in questa scia, dove la musica profuma di poesia e confina con l’anarchia.

Tuesday, December 18, 2001

L'unico paese contro l'articolo 18

CALANGIANESI CONTRO L’ART.18: LO SVILUPPO NON TEME LA FLESSIBILITA’

di Mauro Suttora
Il Foglio, 18 dicembre 2001

Calangianus (Sassari). «Assumere qualcuno in Italia è peggio che sposarsi: abbiamo paura che quando ci mettiamo un dipendente in casa, poi dobbiamo tenercelo per tutta la vita...» 
Parola di Edoardo Tusacciu, 43 anni, che con la sua Plastwood ha fatturato tre miliardi nel Duemila, 18 quest’anno e ne prevede 60 per il 2002. Lui sta facendo fortuna con Geomag, il gioco made in Sardegna che spopola in ogni continente. 

Ma Calangianus (4.700 abitanti) brilla per un altro motivo: é la capitale mondiale del sughero e dei tappi, con un distretto industriale forte di 130 imprese e un fatturato complessivo che supera i 400 miliardi. Export in tutta Europa, anche gli champagne francesi più prestigiosi (da Mumm in giù) preferiscono i tappi di questi sugherifici. 

Disoccupazione: zero. «Anzi, ho difficoltà a trovare il personale laureato che mi serve», rivela Tusacciu.
Nessuna meraviglia, quindi, che Calangianus sia l’unico paese italiano a volere la libertà di licenziamento: nel referendum radicale del maggio 2001 i favorevoli all’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che impone il reintegro coatto del dipendente licenziato senza giusta causa) furono la maggioranza. La consultazione venne poi annullata assieme a tutte le altre, perché i votanti non arrivarono al 50 per cento. 

Se il quorum fosse stato raggiunto, questo sarebbe stato l’unico referendum bocciato. Dappertutto in Italia, tranne che in Gallura. Anche altri comuni della futura provincia Olbia-Tempio votarono contro l’articolo 18: Santa Teresa, Trinità d’Agultu e Buddusò (centro di un secondo distretto dei miracoli, quello delle cave di granito).

Ma il risultato di Calangianus pesa di più, perché alle ultime politiche qui hanno vinto Ulivo e Rifondazione, perché l’unico senatore Ds (Nino Murineddu) è di Calangianus, e perché hanno votato sì alla libertà di licenziare anche molti dei 1.500 lavoratori dipendenti: «Certo, non bastano i sì di artigiani e datori di lavoro per arrivare alla maggioranza», ammette Stefano Cugini, dirigente dei Ds locali, «da noi gli operai si sentono vicini alle esigenze degli imprenditori, in un clima di paternalismo. Anzi, alcuni datori di lavoro sono addirittura più consapevoli sulle garanzie dei loro stessi dipendenti».

Nei sugherifici più grandi (Molinas, Italsugheri, Tusacciu) i sindacati non attecchiscono: «Per me gli operai fanno parte della famiglia», dice Tusacciu, «ovviamente rispetto i minimi contrattuali, ma poi premio il merito. Ai migliori dò 15mila nette all’ora, cioè quasi due milioni e mezzo al mese. I miei dipendenti sanno che se vanno via di qui ci mettono solo una settimana per trovarsi un altro posto, e comunque tutti sperano di mettersi in proprio prima o poi. La mentalità è questa, dall’una e dall’altra parte, non certo quella di chi tira a campare».

Egidio Pirodda, 28 anni, di Tempio Pausania, è andato a Milano per laurearsi in Bocconi. Ora è tornato, alla Plastwood segue tutto (finanza, produzione, acquisti, personale) e guadagna tre milioni al mese. 

«Ma i primi cinque mesi ho lavorato gratis, con uno stage di prova. E per i nuovi assunti preferiamo pagare di più con un contratto temporaneo, rinunciando agli sgravi fiscali, piuttosto che farci imbrigliare: se non va, dopo tre mesi liberi noi e liberi loro. Poi assumiamo regolarmente, ma siamo flessibili su orari e permessi. Per esempio, se un ragazzo vuole fare un corso di computer ma è di turno il pomeriggio, non ho problemi a farlo uscire due ore prima. Sembrano fesserie, e invece sono particolari importanti: se i dipendenti vengono trattati bene si motivano, lavorano meglio».

E votano per la flessibilità in uscita, anche perché quella in entrata è garantita. Isola felice, la Gallura, dentro all’isola Sardegna piagata dalla disoccupazione come il resto del sud: al suo poker storico di risorse (sughero, marmo, pecorino e turismo) si sta aggiungendo un’agricoltura a discreto valore aggiunto. 

Cosicché sulle tavole vip in Costa Smeralda, nelle sere d’estate, ormai non sono più soltanti i turaccioli di Calangianus a venire stappati dalle bottiglie di champagne: si fanno strada vini locali di qualità come il vermentino Capichera o il Tuvaoes. 

E i calangianesi fratelli Molinas, re del sughero, scendono a Porto Rotondo per comprarsi lo storico Hotel Sporting, ex Ciga, il massimo del lusso, strappandolo agli americani della Starwood-Sheraton. Tramontano il principe Aga Khan e il conte Donà delle Rose, si fa strada Calangianus.
Mauro Suttora

Monday, December 17, 2001

Il Geomag di Edoardo Tusacciu

Corriere della Sera, 17 dicembre 2001

Con una barretta ti conquisterò

Inventato in Sardegna, il Geomag oggi fattura 18 miliardi

Il gioco di costruzioni che piace a mezza Italia è prodotto a Calangianus, capitale mondiale del sughero, da un ex produttore di turaccioli. Oggi è esportato in trenta Paesi, compresi gli Usa «Due anni fa nessuno mi prendeva sul serio, né mi facevano credito - dice Tusacciu -. Oggi non riusciamo a star dietro a tutti gli ordini»

di Mauro Suttora

«Abbiamo un solo problema: non riusciamo più a star dietro agli ordini. Le nostre quattro macchine producono duecentomila barrette al giorno, per un valore di 120 milioni, e funzionano sempre, senza fermarsi mai. Abbiamo assunto 50 persone, ma non bastano».

Edoardo Tusacciu, 43 anni, fino all' anno scorso era un tranquillo produttore di turaccioli in sughero. Uno dei maggiori a Calangianus (Sassari), paese di cinquemila abitanti che dei tappi per bottiglia è la capitale mondiale: fra i clienti, anche i nomi più raffinati dello champagne francese. Ma oggi Tusacciu si è trasformato in industriale del giocattolo: dentro a un capannone del suo sugherificio nasce Geomag, gioco di costruzioni esploso dai tre miliardi di fatturato del 2000 ai 18 di quest' anno, fino ai 60 previsti per il 2002.

La scintilla è scoccata nella testa di un consulente aziendale, Claudio Vicentelli: inventore a tempo perso, ha messo a punto un sistema di barrette e sfere magnetizzate che creano complicate strutture geodetiche. A metà strada fra il Lego e il cubo di Rubik, Geomag può comporre le figure suggerite nelle istruzioni, ma anche quelle scaturite dalla fantasia dei giocatori: forme architettoniche, ingegneristiche, cristalline.

«Vendiamo perfino alle università, usano Geomag per riprodurre geometrie molecolari - si vanta Tusacciu - e abbiamo raggiunto i primi cinque posti nella classifica dei giochi di costruzione prodotti in Italia». Confermano alla Toycenter, la più grande catena italiana di giocattoli: «Sì, Geomag vende bene, in vari negozi ra esaurito ben prima di Natale».

Ormai i giganti dei giochi italiani (Preziosi, Clementoni, Editrice Giochi) e stranieri (Mattel, Hasbro) importano gran parte dei loro prodotti dall' Estremo oriente. Ma Plastwood, la società che produce Geomag, resta a Calangianus. «Il costo della manodopera per noi non è un problema - spiega Tusacciu - fanno tutto le macchine e la produttività è alta: basta un operaio per ogni miliardo di fatturato. All'inizio mi prendevano per pazzo, le banche non mi hanno neppure anticipato i soldi per un nuovo capannone. Così ho dovuto piazzare la prima macchina in un angolo del sugherificio. Ora invece esportiamo in trenta Paesi».

Sfondare nello sterminato mercato statunitense è fondamentale: gli americani comprano da soli più giocattoli di tutto il resto del mondo, spendendo 20 miliardi di dollari all' anno. Per questo gli Stati Uniti sono l' unico Paese, oltre alla Germania, dove Plastwood ha messo in piedi una filiale. Finito il rush di Natale, partirà l' attacco al succulento mercato dei giochi da tavolo con un nuovo prodotto: il «Catchmag», che verrà presentato alla Fiera del giocattolo di Milano dal 18 al 21 gennaio: «Puntiamo a un milione di copie», spera Tusacciu.

Calangianus è un' isola felice in Sardegna. Il distretto del sughero garantisce la piena occupazione, le sue 130 imprese fatturano oltre 400 miliardi. Un operaio può guadagnare due milioni e mezzo al mese. Non è un caso che Calangianus sia l' unico paese italiano ad avere votato contro l' articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che impone il reintegro per i licenziati senza giusta causa), nel referendum radicale del maggio 2000 poi annullato dalla mancanza del quorum. «Qui tutti i lavoratori dipendenti aspirano a mettersi in proprio», spiega Tusacciu.

I principali industriali del sughero diversificano: i fratelli Molinas hanno acquistato dalla Ciga il favoloso Hotel Sporting di Porto Rotondo, e si sono lanciati anche nel settore dei porti turistici. Ora Tusacciu ha messo in piedi il miracolo Geomag, e il suo principale nemico sono diventati i falsari: a Napoli sono state sequestrate settemila scatole imitate perfettamente. Lui agli americani riesce a venderli a mezzo dollaro ciascuno, quei magici bastoncini magnetizzati: ovvio che l'idea faccia gola a molti.

Mauro Suttora

Friday, November 23, 2001

Maria Grazia Cutuli

Il Foglio, 23 novembre 2001

di Mauro Suttora

Col cavolo che Maria Grazia Cutuli era una «giovane collega», come hanno blaterato i tromboni del giornalismo in questi giorni. No, in tutta evidenza non si è più giovani a 39 anni. Quanto alla «collega», anche lì ci andrei cauto perché in realtà fino ad appena due anni fa Maria Grazia era solo una precaria, costretta a uno stato di incertezza fra sostituzioni di maternità e contratti a termine.

Proprio come tutti i «martiri» di questa chiusa corporazione che, ha notato sarcastico il Guardian inglese, ha bisogno di «eroi» per giustificare le proprie schiavitù e frustrazioni. Giancarlo Siani, ucciso nell’85 dai camorristi, era un abusivo del Mattino di Napoli; Ilaria Alpi non era assunta dal Tg3. E Antonio Russo, assassinato un anno fa in Georgia? Dimenticato perché cronista di Radio radicale, denuncia il Guardian. Sua madre, al contrario dei genitori di Ilaria Alpi (giustamente ricordata con libri e film), non ha avuto neanche in questi giorni il conforto di un’intervista.

Eppure Russo è stato l’ultimo giornalista al mondo a rimanere a Pristina sfidando le deportazioni e le stragi serbe in Kosovo, e ha ricevuto premi per questo. Poi però si era intestardito a occuparsi di argomenti «a perdere» come la Cecenia. In questi giorni l’unico a ricordarlo è stato Antonio Martino.

Con la Cutuli è morto Julio Fuentes. L’ho conosciuto sette anni fa, quando era a Milano come corrispondente del Mundo e stava proprio con Maria Grazia. Lui sì che ha potuto fare il suo mestiere da «giovane». Perché, come succede nei media di tutto il pianeta tranne l’Italia, in Spagna i reporter hanno 20-30 anni. Si comincia così, andando in giro con curiosità ed energia: è il primo gradino del cursus honorum, anche poco pagato. Poi, una volta quarantenni, messa su pancetta e famiglia, ci si fissa in redazione, si incassa l’aumento e si diventa writer, editors, capiredattori, «culi di pietra».

Da noi invece accade il contrario: la nomina a inviato speciale arriva verso i 40-50 anni, cioè proprio quando la disponibilità a «consumare la suola delle scarpe» diminuisce. E’ capitato a Ettore Mo, il migliore di tutti, e anche alla Cutuli nominata inviata «sul campo». Santo.

Risultato: ogni volta che sono andato per guerre ho incontrato due tipi di giornalisti. C’erano gli americani, inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, che partivano all’alba e tornavano in albergo impolverati solo verso sera, per trasmettere i loro servizi. Poi c’era il gruppetto degli italiani, distinti e simpatici cinquantenni che distillavano preziose analisi geopolitiche ai bordi della piscina, sorseggiando cocktail e controllando ogni tanto le agenzie per vedere se era successo qualcosa.

Non li biasimavo: alla loro età sarebbe stato crudele spingerli fuori, nel fango, fra le pietre, non parliamo di sacchi a pelo, i reumatismi. Uno dei più brillanti di loro, stanziato per un mese all’Intercontinental di Amman aspettando inutilmente il visto per Bagdad, riuscì a farsi confezionare due completi su misura da un sarto giordano, a spese del giornale. Un altro, al quale l’allora mio direttore Vittorio Feltri aveva chiesto una copia di un qualsiasi giornale iracheno, per tradurlo e allegarlo all’Europeo, gli rispose che non si trovavano più. Appena atterrato ad Amman feci fermare il taxi al primo incrocio, comprai da uno strillone un quotidiano stampato a Bagdad due giorni prima e lo spedii a Milano. «Ma qui, nell’edicola interna dell’hotel, non li vendono più», mi spiegò il grande inviato speciale, «e fuori è pericoloso uscire, da quando gli arabi hanno picchiato Lilli Gruber».

Un’altra particolarità italiana sono i posti da corrispondente estero. Siamo gli unici al mondo a non farli ruotare ogni tre anni, come capitò anche a Fuentes. La loro principale funzione, da noi, è accogliere ex direttori o caporedattori trombati, possibilmente ignari della lingua locale.

Ecco, anche di queste buffe cose parlavamo con Maria Grazia quando ci sentivamo. Dei giovani giornalisti italiani costretti a marcire per anni di fronte a un computer mentre i loro coetanei dei media esteri raccontavano il mondo, magari in classe economica, in bus, in treno, in alberghi non a 5 stelle, magari senza autista privato, scorta militare e traduttore al seguito. Magari in bici, come Beppe Severgnini a Pechino. E i loro colleghi «anziani» intanto facevano colazione con ambasciatori e collezione di note spese, telefonavano a mogli e amanti e scacciavano la noia con un bicchierino o due.

Negli ultimi anni le cose sono migliorate: a turno, ogni tanto, con cautela, anche i giovani vengono spediti fuori dalle redazioni, a prendere un po’ d’aria. A scoprire com’è fatta la realtà. «Ma ormai c’è internet», obiettano i direttori, molti dei quali non si sono mai spinti (professionalmente) oltre Milano e Roma. Fanno bene: si diventa direttori così, oggi in Italia, mica cercando notizie a Peshawar o a Cinisello Balsamo. Anche perché, scriveva il collega Benjamin Franklin, «le notizie sono solo quelle che dispiacciono a qualcuno. Tutto il resto è pubblicità». La Cutuli questo lo aveva capito, e per questo era considerata una rompicazzo tremenda. Altro che «giovane collega», valorosa postuma.

Saturday, November 10, 2001

Quanti abitanti sulla Terra?

RAPPORTO ONU E GLOBALIZZAZIONE

di Mauro Suttora
Il Foglio, 10 novembre 2001

Duecentomila persone in più ogni giorno. Settanta milioni all’anno. E tutte nel Terzo mondo, dove soffriranno la fame. È questo il ritmo al quale sta aumentando la popolazione sulla Terra, secondo i dati dell’ultimo rapporto Onu.

E i noglobal che ne pensano? «Non si può affrontare il problema della sovrappopolazione», ci dice Vittorio Agnoletto, «se non si parla anche di redistribuzione delle ricchezze. Noi occidentali, che utilizziamo l’80 per cento delle risorse mondiali pur essendo appena il 14 per cento degli abitanti, non abbiamo il diritto di imporre politiche di contenimento demografico al Terzo mondo».
 
«No, bisogna bloccare immediatamente l’aumento della popolazione», ribatte il presidente del Wwf Fulco Pratesi, «altrimenti qualsiasi sviluppo economico non riuscirà a stargli dietro. E indipendentemente da auspicabili ma del tutto ipotetiche politiche di giustizia sociale».

Ogni dieci anni le Conferenze Onu sulla popolazione (Bucarest 1974, Città del Messico 1984, Il Cairo 1994) vengono regolarmente infiammate da polemiche di questo tipo: da una parte marxisti, cattolici e musulmani, che negano il problema e affermano che sulla Terra c’è posto per tutti; dall’altra i neomalthusiani che prospettano scenari orrendi di soffocamento ed estinzione jurassica.

A queste due posizioni negli ultimi trent’anni se n’è aggiunta una terza, quella ecologista: «Non bisogna solo sfamare tutti», spiega Gianfranco Bologna, portavoce Wwf e segretario della fondazione Peccei, «ma anche rispettare i limiti dello sviluppo. Che non derivano soltanto dalla scarsità di materie prime, evidenziata dal Club di Roma già nel ‘72, ma anche dalla capacità del nostro pianeta di assorbire i rifiuti e le emissioni atmosferiche».

Insomma, se il miliardo e 300 milioni di cinesi volessero possedere tutti l’auto, il frigorifero e il condizionatore, altro che trattato di Kyoto: l’effetto serra si impennerebbe e l’inquinamento diventerebbe insostenibile. Ma a questo dilemma «noglobal» e «proglobal» forniscono risposte opposte. 

«I cinesi hanno il sacrosanto diritto di godere del nostro stesso livello di vita», sostiene Agnoletto, «e proprio per questo noi occidentali dobbiamo rivedere il nostro modello di sviluppo: non dobbiamo essere di meno, ma dividere meglio la torta». 

«Basta con queste autocolpevolizzazioni cattocomuniste», replica il leader radicale Marco Pannella, alfiere della globalizzazione, «il diritto di tutti al benessere e alla democrazia occidentale ci impone di concepire un rientro dolce e graduale della popolazione mondiale entro il limite di due-tre miliardi di abitanti».
 
Ai ritmi attuali, invece, entro il 2050 aumenteremo del 50 per cento, passando da sei a nove miliardi. E l’unico controllo demografico efficace viene attuato proprio da Pechino, con i metodi della dittatura comunista: oggi i cinesi aumentano dello 0,7 per cento annuo, contro l’1,5 degli indiani. Così, presto l’India supererà la Cina, e toccherà per prima il miliardo e mezzo di abitanti. 

Il record mondiale della crescita spetta alla Liberia devastata dalla guerra civile (5,5 per cento), seguita da Somalia ed Eritrea (4,2). Ma è soprattutto l’esplosione demografica dei Paesi arabi del Mediterraneo a preoccupare l’Italia: entro il 2050 raddoppieranno, da 150 a 300 milio ni di abitanti, e si può immaginare quanti vorranno emigrare. Anche perché gli italiani, nel frattempo, saranno diminuti di un terzo: da 60 a 40 milioni.

L’Afghanistan esibisce in questo rapporto Onu la percentuale di crescita annua più alta di tutta l’Asia: 3,7. Per i fondamentalisti islamici «il numero è potenza». Nell’altra zona calda del pianeta la demografia provocherà addirittura un ribaltamento:  i palestinesi si quadruplicheranno da tre a dodici milioni, sorpassando così Israele che passerà da sei a dieci milioni.

Di fronte a questi drammi annunciati, la soluzione di Fulco Pratesi è semplice: «Distribuire preservativi. Come sta facendo il Wwf in Thailandia». 

E Agnoletto? «Figurarsi se proprio io posso essere contrario ai preservativi: da 15 anni mi batto per superare i divieti religiosi, sia cattolici che islamici, alla prevenzione dell’Aids in Africa. Ma, ripeto, esiste anche una responsabilità occidentale per le diseguaglianze economiche: col tre per cento del costo dello Scudo spaziale, per esempio, si potrebbe dare l’acqua potabile a tutto il mondo». 

«Noi possiamo anche diminuire gli sprechi del consumismo sfrenato», replica Pratesi, «ma una nostra austerità non potrà mai dare cibo agli affamati se questi aumentano ai ritmi attuali».
Mauro Suttora 

Monday, October 29, 2001

Dopo le Twin Towers: radicali filo-Usa

DOPO L'11 SETTEMBRE: W GLI STATI UNITI, SEMPRE

di Mauro Suttora
Il Foglio, 29 ottobre 2001

«Se veniamo, portiamo le gigantografie di Roosevelt e di Milton Friedman». Marco Pannella promette (minaccia?) una presenza «non banale» dei radicali alla manifestazione pro-Usa del 10 novembre a Roma. «Oppure srotoliamo dal Pincio o da un aereo uno striscione immenso, lungo 40 metri, con le bandiere di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e la nostra, quella con il viso di Gandhi».

Franklin Delano Roosevelt e il capo degli economisti di Chicago non hanno nulla in comune, tranne la nazionalità americana e l’antiproibizionismo: il presidente del New Deal legalizzò gli alcolici, il Nobel liberista vuole liberalizzare anche lo spinello.

Ma la lingua di Pannella batte dove il dente duole. Perché i radicali sono i precursori dell’Usa Pride: da 15 anni propugnano istituzioni americane (presidenzialismo a turno unico), giustizia americana (pubblica accusa distinta dai giudici), economia americana (mercato libero e privatizzazioni).

Dalla guerra del Golfo dicono sì, loro nonviolenti e antimilitaristi, a tutti i bombardamenti Nato su Irak, Bosnia e Kosovo. Dopo l’11 settembre sono stati i primi a manifestare per gli Stati Uniti, raccogliendo per strada firme su 25 proposte di legge all’ombra di bandiere a stelle e strisce, Union Jack e stelle di Davide. Il giorno della Perugia-Assisi sono andati polemicamente a omaggiare i soldati britannici in un cimitero di guerra umbro.

Ma sabato scorso, dopo i messaggi di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi al convegno a San Patrignano, Pannella è stato anche il primo ad accusare di «neofascismo» la politica del Polo sulle droghe. E domenica Emma Bonino ha rincarato su Repubblica, giornale che normalmente la ignora (silenzio sulla sua guerra personale ai talebani, iniziata cinque anni fa), ma che la intervista appena dice «qualcosa di sinistra», cioè di libertario. Fatale, quindi, che a questo punto la bruciante attualità politica faccia premio sulla collaudata sintonia fra filoamericani.

Peccato, perché le prime reazioni radicali all’annuncio della marcia per le vittime di Manhattan era stata entusiasta: «Finalmente potremo riannodare il dialogo con i simpatizzanti del Polo, che tanto hanno contribuito all’otto per cento della lista Bonino nel ‘99», esultavano i dirigenti Antonello Marzano e Vasco Carraro.

Adesso invece prevale la cautela: «Non sappiamo nulla, neanche se ci invitano, se ci coinvolgono», prende le distanze Pannella, «quindi sarà il nostro Comitato, riunito dal primo al 4 novembre, a decidere sulla partecipazione ufficiale dei radicali. I quali comunque sono liberissimi di andarci. Leggo però che la cosa si sta trasformando in una manifestazione musicale, mentre noi sollecitiamo un massimo di connotazione politica per assicurarne il successo. Perché la nostra non è solidarietà generica: noi manifestiamo a favore delle istituzioni americane, proprio come forma organizzata della democrazia. Altro che “solidarietà al popolo americano”, come dice Bertinotti: lui è amico dei popoli ma nemico di tutti i loro governanti, basta che siano democraticamente eletti. A co minciare dai G8. Viceversa, è amico di tutti coloro che li opprimono, i popoli. L’unico bersaglio degli antiglobal è la democrazia - capitalista, naturalmente, anche perché altro tipo di democrazie non si conosce».

La tentazione del «pochi ma buoni» per Pannella è forte: «Il 10 novembre potremmo pure andarcene a Nettuno, dove c’è uno dei più grandi cimiteri militari americani d’Europa». Ma i radicali non erano antimilitaristi? «Auspichiamo anche oggi una conversione graduale delle spese belliche in strutture di aggressione nonviolenta contro le dittature del mondo».

E i bombardamenti in Afghanistan? «Ora siamo in ballo e dobbiamo ballare: questi governanti e generali americani non sanno fare granché, ma le armi che hanno a disposizione sono queste. E noi nonviolenti non sappiamo offrire armi alternative. Avvertiamo, però: all’interno della nuova sacra alleanza fra America, Russia e Cina possono esserci i mostri di domani. Il leader cinese resta un assassino, e Bush che va da lui a Shanghai rischia di ripetere Monaco e Yalta».

I radicali hanno passato tutti gli anni ‘80 ad ammonire su Saddam Hussein, il decennio successivo a puntare il dito contro Slobodan Milosevic, e il giorno dopo che i talebani presero Kabul nel ‘96 già facevano le Cassandre.

Profeti inascoltati?
«È un nostro vizio antico e gigantesco», ironizza Pannella, «quello di occuparci di gente che non ci può votare. E c’è anche la garanzia che in Italia nessuno parli di coloro dei quali ci occupiamo».

Cioè?
«Quattro giorni fa cinque nostri esponenti sono andati nel Laos comunista e hanno fatto la stessa cosa che nello stesso luogo, nello stesso posto e nella stessa data avevano osato fare cinque studenti laotiani il 26 ottobre 1999: hanno esposto uno striscione con la scritta “Democrazia per il Laos”. Di quegli sventurati non si sa più nulla: se sono vivi, morti, in carcere, dove. Desaparecidos. Ma anche dei radicali gli italiani non hanno saputo quasi nulla. Eppure fra loro ci sono Olivier Dupuis, segretario del partito ed eurodeputato eletto in Italia, Bruno Mellano, consigliere regionale in Piemonte, il capo dei radicali russi Nikolai Kramov, oltre a Massimo Lensi e a Silvja Manzi. Se si fossero fatti rapire nello Yemen, tutti ne avrebbero parlato. Invece, silenzio totale da parte dei nostri boss tv: Vespa, Santoro, Biagi, Costanzo, anche Lerner».
Mauro Suttora

Wednesday, October 24, 2001

intervista a Ivan Illich

trimestrale Libertaria, ottobre 2001

NON SAPPIAMO PIÙ ASCOLTARE
di Mauro Suttora


"No, per favore, nessuna telecamera. Niente video. Spenga anche quel registratore".

E come faccio a intervistarla? Non vuole che le sue parole vengano riportate fedelmente?

"In questo momento desidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magnetofono".

Sono tutto orecchi.

"Ormai non siamo più capaci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecnici di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Così come anche tutti gli altri sensi".

L'impatto iniziale con Ivan Illich è disarmante. Ecco qui il padre dei movimenti ambientalisti di mezzo pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo che per primo nel 1971 teorizzò La convivialità come unica difesa di fronte all'alienazione della società consumista. Herbert Marcuse distruggeva, lui assieme a Erich Fromm ricostruiva una speranza invitando a Descolarizzare la società o promuovendo la "medicina dolce" con Nemesi medica (i titoli dei suoi libri più famosi, stampati a milioni di copie in tutto il mondo e in Italia da Mondadori, Elèuthera, Red). Da anni, però, Illich è sparito. Poche pubblicazioni (al massimo il testo di qualche rara conferenza), pochissimi convegni, nessuna intervista.

Coerente con se stesso e con il suo rifiuto dei mass media ("Inutili, anzi dannosi: forniscono un'informazione a senso unico filtrata, asettica e predigerita") è scomparso dalla scena pubblica. Ma a 71 anni questo geniale ebreo ex teologo cattolico nato a Vienna non ha rinunciato a coltivare una rete di rapporti "privati e privilegiati" in ogni continente (dall'università messicana di Cuernavaca a quella americana della Pennsylvania, a quella tedesca di Brema), accettando ogni tanto l'invito a riunioni o seminari.

L'ho incontrato alla Fiera delle utopie concrete, appuntamento autunnale a Città di Castello (Perugia) organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove Illich è tornato dopo nove anni. Quest'anno il tema dell'incontro era L'udito e l'ascolto: il primo di una serie di cinque, che con cadenza annuale fino al 2001 studieranno tutti i sensi dell'uomo. "Mi piace la stravaganza erudita di queste avventure intellettuali al di fuori delle mode dominanti", confessa Illich. "Ogni epoca ha trattato udito, vista, olfatto, gusto e tatto in modi diversi. Il tema centrale delle mie ricerche negli ultimi anni è stato proprio l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire e del godere, dell'amare e del morire. Allo stesso modo, in ogni periodo è esistita un'arte specifica dell'ascoltare, nonché un'arte dello sguardo".

E oggi?

Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio aveva visto "Kennedy, Reagan ed E.T. come vedo te". Il "vedere" evidentemente per lei si è staccato dall'incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dall'occhio sull'oggetto. Quest'atteggiamento è stato rovesciato da Keplero: l'occhio è diventato la porta d'ingresso per i raggi del sole che consegnano, "come i cavalieri della posta", la vista della cosa alla retina. È il principio della camera oscura. Ma oggi è in atto un ulteriore rovesciamento: tramite l'occhio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nell'azione sullo schermo. L'occhio è stato arruolato al servizio del medium.

Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira l'homo videns, che tutto vede (in tv), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la "perdita di senso" che sembra attanagliare sempre di più il cittadino contemporaneo. Si ripete così il paradosso da lei evidenziato vent'anni fa: malati "arruolati" al servizio dei medici, studenti "arruolati" al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.

Esatto. L'esempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici di soldi, è tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo è un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone più povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da lì per la cura. Oggi invece non c'è più ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda "come ti senti?" mi rispondesse con la pressione sanguigna e il livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo è proprio ciò che accade oggi.

La "realtà virtuale" oggi porta all'estremo la scissione fra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.

Sì. Sempre di più non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cui possano essere toccate. Sempre più spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il "senso comune", che rendeva possibile la percezione sensoriale dell'intonazione giusta, del rispetto, della proporzionalità sensata, appartiene ormai al passato.

Ma si possono distinguere, nella storia, periodi caratterizzati dall'uso privilegiato di un senso: l'epoca dell'olfatto, della vista, del tatto, dell'ascolto, della parola?

È difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di "attori") non avevano spettatori (theoretes), ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle cadenze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cercò invece di promuovere il "guardare" gli spettacoli, e pretendeva addirittura che nel suo stato ideale certi tipi di melodie fossero vietate del tutto.

Nulla sembra cambiato rispetto a quarant'anni fa, con le accuse al rock di essere la "musica del diavolo", o rispetto a oggi, con le polemiche degli odierni cinquantenni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.

"Certo. Ma già Aristotele criticò su questo il suo maestro Platone, perché secondo lui una limitazione al solo "guardare" non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia è invece mimesis praxeos, cioè "l'esecuzione coinvolgente in un'azione", una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore deve capire in modo quasi tattile".

Nell'Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola è testimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall'aumento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.

"Purtroppo non conosco l'Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l'artista-oratore nel teatro, nell'insegnamento, e anche in politica, può coinvolgere completamente l'ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l'esperienza di una nascita. Solo così può promuovere il pathei mathos, l'"imparare a soffrire" da coloro che hanno vissuto una forma di sofferenza..."

Con il rischio di cadere nella "tv del dolore"...

"... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica, sottolinea come la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore può servire come "segno" (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece l'orazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell'ascoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente".

Qual è il tipo di ascolto che lei, fondatore dell'ecologia moderna, considera più "sano"?

Quello della comunicazione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l'orecchio, ma anche la vista: "Ti do me stesso attraverso le pupille dei miei occhi".

Mauro Suttora       

Monday, August 20, 2001

Autocritica dopo il G8 di Genova

I NOGLOBAL NONVIOLENTI: BASTA CORTEI

di Mauro Suttora
Il Foglio, 20 agosto 2001

I nopglobal perdono i pezzi. Poco a poco ma inesorabilmente, in questi giorni stanno piovendo sui dirigenti del Gsf (Genoa Social Forum) le «disdette» da parte della «maggioranza silenziosa» del movimento. Quelle decine di migliaia di persone, cioè, che avevano accettato di sfilare a Genova anche dopo la morte di Carlo Giuliani e gli incidenti del 20 luglio, nonostante l’evidente e per molti irritante egemonia da parte di Rifondazione comunista (Vittorio Agnoletto) e delle Tute bianche di Luca Casarini.

In un primo momento, sull’onda dell’emozione per il blitz nelle scuole di via Diaz e contro le brutalità nella caserma di Bolzaneto, si era verificato un ricompattamento fra gli «estremisti» dei Centri sociali e Cobas e i «moderati» dell’area ecologista e cristiana. Tutti avevano salomonicamente condannato sia le violenze dei «Black bloc», sia quelle delle forze dell’ordine. 

Era stata accettata la pietosa bugia secondo la quale a lanciare molotov e a spaccare vetrine sarebbero stati soltanto i teppisti delle Tute nere, fingendo di non vedere che il povero Giuliani portava al braccio lo scotch per confezionare bottiglie incendiarie, e che come lui centinaia di ragazzi provenienti dal corteo delle Tute bianche si erano abbandonati al lancio di sassi. 

Aderenti al centro sociale torinese Askatasuna, pur avendo firmato l’impegno alla nonviolenza del Gsf, distribuivano addirittura bastoni da un camion.

Ora, però, bisogna organizzare il futuro di quello che Fausto Bertinotti ha pomposamente battezzato «movimento dei movimenti». Ma le associazioni cattoambientaliste non hanno più voglia di mescolarsi ai violenti, facendosi trascinare in ulteriori scontri di piazza. Svanisce quindi la speranza, da parte dei Centri sociali, di replicare Genova a Napoli il 26 settembre contro il vertice Nato, e il 10 novembre contro il vertice Fao. 

Se ci saranno cortei, vi parteciperanno soltanto le poche decine di migliaia dei soliti antiglobal di sinistra (rifondaroli, Tute bianche, e gli ancora più arrabbiati antimperialisti Cobas e del Network) che dal 1999 danno e pigliano botte in giro per il mondo, da Praga a Göteborg. Insomma, l’eventuale manifestazione di Napoli rischia di essere il replay minoritario dei 25mila menati dalla celere in aprile (sempre nella città partenopea, ma dal governo Amato di sinistra), piuttosto che dei 250mila di Genova.

Il primo a prendere le distanze è stato il presidente delle Acli Luigi Bobba: “E' stata una scelta radicalmente sbagliata volere lo sconfinamento nella "zona rossa"”. Le Acli sono un gigante con 800mila soci, e pur essendo un serbatoio di «compagnons de route» del Pci/Ds (il dirigente aclista Franco Passuello è stato addirittura segretario organizzativo pidiessino sotto Walter Veltroni) non sono disponibili a ridursi a «utili idioti» di Agnoletto.

Poi sono arrivate le critiche della rete Lilliput, che sotto il nome liliale nasconde una realtà poderosa: dal Wwf a Pax Christi, dai verdi agli scout, dai missionari di Mani tese ai pacifisti, dalla Campagna Sdebitarsi fino alle centinaia di negozi della catena del «commercio equo e solidale». Sono loro la vera spina dorsale dei noglobal, grazie alla loro attività quotidiana che, per dirla con Michele Serra, privilegia “gli scontrini agli scontri”.

Lilliput non solo si tira fuori, ma decreta il de profundis per Agnoletto & compagnia: “Il Gsf ha completato il suo mandato politico, e quindi il suo compito: la sua esistenza era e rimane finalizzata all’appuntamento dei G8, non oltre. Ci sembra negativa e impraticabile una prospettiva futura centrata sull’espressione di sé stessi solo attraverso l’organizzazione di “controvertici”. Inoltre, ad ogni eventuale futura mobilitazione dovrà accompagnarsi una più approfondita discussione rispetto alle forme che essa dovrà prendere. Questo costituirà una discriminante per ogni nostra futura partecipazione».

Abortisce così il tentativo in corso, da parte di Rifondazione e Centri sociali, di prolungare e moltiplicare il Genoa Social Forum in tanti Social Forum locali incaricati di far alzare la temperatura dell’autunno caldo. La rete Lillliput preferisce invece alla piazza il lavoro day by day, tutto riformista e lontano da proclami rivoluzionari: «L’obiettivo “un altro mondo è possibile” comporta non solo contestazione, ma anche capacità di proporre alternative e di ottenere risultati concreti».

Spiega Pasquale Pugliese, dirigente Lilliput: «Le "dichiarazioni di guerra" dei portavoce delle tute bianche che sono farneticanti. All'ultimo minuto si sono dichiarati pacifisti, ma qualcuno a vent’anni li ha presi sul serio: attenzione, si porta la responsabilità delle conseguenze delle proprie parole. C’è stata poi l'illusione, da parte del Gsf, di poter tenere insieme, ma separate e distinte in poco spazio, tutte le forme di protesta, dalla preghiera all'assalto alla zona rossa, dalle azioni dirette nonviolente ai vandalismi annunciati. Ma questo ha favorito l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti della barricata, di coloro che sguazzano nel torbido e danno sfogo, in queste occasioni dove si possono confondere nella massa, alla violenza più brutale di cui sono capaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per neutralizzarli».

E per settembre? «Dobbiamo abbandonare la rincorsa ai vertici del potere e uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della contemporaneità, delle forme di lotta, adottata a Genova: le forme che non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione e nell'immagine, fanno il gioco del potere. Non bisogna manifestare dove manifestano compagni di strada che non condividono le nostre forme di lotta».
Puntualizza Nanni Salio, docente universitario torinese, una delle menti più fini degli antiglobal lillipuziani: «Non si scherza e non si gioca con la violenza, neppure in forma verbale o "virtuale" come sarebbe, secondo Luigi Manconi, quella delle Tute bianche. "Le parole sono pietre", sosteneva Carlo Levi. La posta in gioco è troppo alta per illudersi che sia possibile affrontare la globalizzazione con vecchie formule politiche e di lotta. Occorre cambiare rotta, modificare il nostro stile di vita sia individuale sia collettivo per renderlo autenticamente equo e sostenibile. L'american way of life e il modello di economia ad essa sotteso sono largamente condivisi da ampi settori dell'opinione pubblica nei paesi ricchi, dalle élites in quelli poveri e, contraddittoriamente, perfino dallo stile di vita reale di molti degli stessi oppositori».

Cambiare se stessi, quindi. Ma la politica? «La rabbia, contrariamente a quanto sostengono alcuni agitatori politici, è segno di debolezza, impotenza, ribellismo sterile, e conduce facilmente all'insuccesso. Gli scontri avvenuti a Genova erano abbastanza prevedibili, alimentati da media che hanno irresponsabilmente enfatizzato proclami violenti, portando alla ribalta personaggi che ben poco avevano da dire. Con queste premesse, la scelta di indire una grande manifestazione, condotta secondo schemi tradizionali, è stata alquanto infelice».

«Vorrei piuttosto ricordare», continua il professor Salio, «l'episodio, segnalato solo da alcuni giornali, del poliziotto che ha ringraziato pubblicamente quel gruppo di una quindicina di giovani che lo hanno difeso da un assalto delle Tute nere, inginocchiandosi e coprendolo con i loro corpi. E' un esempio di nonviolenza attiva, del forte, del coraggioso, che avrebbe dovuto essere praticata da migliaia di persone per impedire le scorribande dei provocatori. La violenza, infatti, innesca una spirale perversa. L'abbiamo visto troppe volte, in ogni latitudine e nelle situazioni piu' disparate. La via maestra per spezzare questo circolo vizioso e' la nonviolenza attiva. In questi giorni abbiamo sentito troppe volte usare a sproposito la parola “nonviolenza” che, come tante altre, rischia di subire un degrado. Non bastano i proclami generici e gli slogan. Come ci insegna Aldo Capitini, siamo consapevoli del lungo cammino da compiere sul piano individuale e su quello politico. Ma non partiamo da zero».

Aggiunge Enrico Euli, il “trainer” sardo che ha organizzato le proteste di Lilliput a Genova: «Ho assistito con speranza allo sviluppo di tattiche creative e meno violente rispetto alle origini, da parte dei Centri sociali di cui Luca Casarini appare come portavoce. Sono fiducioso sul fatto che la riflessione tra le Tute bianche ci sarà e che la scelta fatta nel recente passato non sarà rinnegata, ma sono preoccupato da alcuni atteggiamenti che proseguono sui media in questi giorni. Temo una loro regressione verso il circuito perverso che mostrifica, crea capri espiatori, utilizza la violenza degli altri per giustificare la propria. Sarebbe un passaggio involutivo gravissimo che provocherebbe la crisi prematura e forse letale del movimento. E poi, non si possono mitizzare i caduti solo perché sono stati uccisi dal nostro avversario: se ci dissociamo dalle loro azioni in vita, dobbiamo farlo anche in morte. Il che non significa che non piangiamo e che non ci arrabbiamo per la vita spezzata di Carlo Giuliani».

L’ultimo colpo alle Tute bianche arriva da Gino Barsela, direttore del mensile Nigrizia (quello del missionario Alex Zanotelli), che nel numero di settembre scrive: «Il movimento antiglobal è composto da tante "anime" che sanno dialogare con la società quando si tratta di battersi giorno dopo giorno, su obiettivi specifici: una denuncia, un boicottaggio, una campagna di pressione. Questa eterogeneità – che è una ricchezza e un punto di forza - genera però debolezza nelle strategie e cortocircuiti di significato quando si sceglie la manifestazione di massa in piazza, dove l'espressione del dissenso si carica di valenze simboliche e politiche più difficili da orientare. A Genova ciascun'anima ha immaginato la manifestazione a modo suo, ma alla fine si sono imposti i comportamenti di una minoranza senza immaginazione. Il movimento, prima di confrontarsi di nuovo con la piazza, dovrà fare un bel po' di strada, maturare, acquisire maggiore coesione. Non potremo mai più stare nelle stesse piazze dove si esprime l'idiozia teppistica dei Black bloc. Né potremo più permetterci di essere tacciati di connivenza con i violenti. Di sicuro alcuni degli associati al Genoa Social Forum non hanno riflettuto abbastanza sulla disobbedienza civile nonviolenta».
Mauro Suttora

Tuesday, August 07, 2001

Due settimane dopo il G8 di Genova

NOGLOBAL: PARLANO I DURI

di Mauro Suttora
Il Foglio, 7 agosto 2001

Milano. «Assassini! Le vostre pallottole non fermeranno le nostre ragioni! Pagherete caro, pagherete tutto!» Questi gli slogan nel Centro sociale Vittoria (un capannone all’angolo delle vie Friuli e Muratori), dove l’altra sera i noglobal milanesi hanno fatto il punto della situazione. 

Quelli del Vittoria appartengono all’ala «dura»: considerano venduto perfino Luca Casarini con le sue Tute bianche. E non sono pochi: i centri sociali che rifiutano «la subordinazione al riformismo istituzionale» vanno dal milanese di via dei Transiti ai torinesi Askatasuna e Murazzi, dal collettivo autonoMolotov di Pistoia agli «antagonisti» di via dei Volsci a Roma, dall’ex Carcere di Palermo al Kollettivo autonomo La rivolta di Frosinone.

Un centinaio di «realtà» che, assieme ai Cobas, pur aderendo al Genoa Social Forum hanno tenuto a differenziarsi, fondando il «Network per i diritti globali». A Genova hanno manifestato separatamente dagli altri, e nella loro zona sono scoppiati i primi incidenti. 

Proprio sugli incidenti, il bilancio che fanno quelli del Vittoria è agghiacciante: «Carlo Giuliani non è morto per colpa di un carabiniere inesperto, ma perché il governo Berlusconi e i media hanno cercato e determinato le condizioni per arrivare al morto... Hanno alimentato le fiamme già accese della tensione e dell’aggressione... Compagni, la campagna di provocazione orchestrata per due mesi nei confronti del movimento è stata criminale».
 
Le analisi sembrano «wishful thinkings», profezie allo stesso tempo roboanti e vittimiste che si autoavverano. Tutte le lotte si saldano l’una all’altra, e più il quadro è fosco meglio è: «Eravamo in 300mila per dire no alla violenza della globalizzazione, del capitalismo, dell’imperialismo e dello Stato». 

I quali sono per loro natura «assassini», ben prima di Genova: «I potenti non avevano messo in conto, dopo il crollo del Muro, un’opposizione alle loro politiche assassine. Per questo è scattata la repressione più violenta, una deliberata aggressione fisica nei nostri confronti. Non è stata un’operazione improvvisata, ma preparata a tavolino, e non ha nulla da invidiare a quelle studiate sui libri della Germania nazista. Il morto non è stato causato per incidente, anzi, solo per fortuna e per caso non ce ne sono stati molti di più sulle strade e nelle caserme di Genova».

Nessuna autocritica da parte degli antiglobal? Come no, e pure «forte e dura, compagni: per i diffusi atteggiamenti di continuo appiattimento a destra come risposta agli attacchi delle istituzioni. E’ mancato un confronto sui contenuti, perché è stata privilegiata una continua e assillante riflessione solo sulle forme che la piazza avrebbe assunto, e su quello che in piazza non avrebbe dovuto accadere».

La violenza si trasforma nelle loro parole in innocua «autodifesa», e nel mirino finisce Vittorio Agno letto: «Si sono verificate inaccettabili dissociazioni e prese di distanza su scelte di autodifesa del corteo, in una catena di scaricabarile e di chiusura a sinistra: una politica che ha fatto solo il gioco di chi voleva disarmare e distruggere politicamente il movimento».

E i black block? «A dar retta ai media e alle esternazioni di qualche pacifista pacificato, pare che tutta la colpa degli scontri sia loro. Ma è una tesi risibile: lo dimostrano ampiamente i fatti, e il fallimento di ogni tipo di concertazione sulla gestione della piazza, da qualcuno caldamente auspicata...»

Nessuna critica alle Tute nere, quindi. Quelli del Network se la prendono invece con la sinistra istituzionale: «Assistiamo ai suoi goffi tentativi di cavalcare un movimento che ha chiaramente espresso radicalità e rottura non solo contro questo governo da paese sudamericano, ma contro un liberismo selvaggio e brutale che fino a ieri veniva avallato dal centro-sinistra, introducendo flessibilità e precarizzazione nel lavoro, costruendo campi-lager per i migranti, fino alla criminale guerra dell’imperialismo occidentale nel Kosovo».
 
Nessuna buona notizia per le prossime settimane: «Genova è stata una prova di forza, un avvertimento. Ma la partita centrale si giocherà a partire da settembre, quando si riapriranno le lotte per i contratti nelle fabbriche, per il diritto all’istruzione nelle scuole, contro l’attacco alle pensioni e le leggi repressive sull’immigrapressive sull’immigraantativo di chi si erge a custode del variegato movimento antiglobalizione... Rinasce il conflitto di classe, rifiutiamo il tentativo di chi si erge a custode del variegato movimento antiglobalizzazione». 

Altro che Fao, quindi: primo appuntamento di massa già il 21 e 22 settembre, per ricordare i due mesi dalla morte di Giuliani, che ovviamente «vive e lotta insieme a noi».

Nella sala del centro sociale Vittoria, strapieno di ragazzi e ragazzine giovanissimi, non borchiati e con pochi piercing, apparentemente figli più della borghesia che del proletariato, scrosciano gli applausi.

Vengono proiettati i video su Genova di Blob e Raitre: emozione quando si vede colare il sangue di Giuliani, risate quando Giovanna Botteri del Tg3 grida «Baciami il culo» a un dimostrante che la ostacolava. Walter Veltroni, così desideroso di accogliere gli antiglobal nella sua Roma a novembre, si prepari all’«accoglienza».
Mauro Suttora

Tuesday, July 17, 2001

Vertice G8 Genova: radicali filoglobal

di Mauro Suttora

Il Foglio, 17 luglio 2001

Figurarsi se si lasciavano scappare un’occasione così ghiotta. I radicali, sempre felici di cantare fuori dal coro, si lanciano a testa bassa nel dibattito sul vertice G8 di Genova.
 
La loro posizione è netta, radicale appunto: «Globalizzazione? Sì, grazie». È lo slogan del convegno che organizzano oggi a Roma, nella sala dell’Europarlamento, alla vigilia dell'apertura del vertice. 
Un motto che capovolge quello di un quarto di secolo fa: il famoso «Nucleare? No, grazie» di cui a lungo i radicali furono alfieri solitari in Italia, assai prima dei verdi e del referendum vittorioso contro l’atomo civile nel 1987.

Questa volta Marco Pannella ha buon gioco nell’inserirsi dentro una polemica in cui nessuno, tranne i radicali e Rifondazione comunista sul versante opposto, è disposto ad assumere posizioni estreme. Da una parte denuncia «l’esibizionismo rituale e inutile del vertice G8», mentre dall’altra riduce sarcasticamente il popolo di Seattle a «rumorosa eco, assicurata generosamente proprio da una multinazionale: quella mediatica». 

La prova? «In tv gli antiglobalizzatori hanno avuto cittadinanza pressoché esclusiva. Le voci liberali e liberiste sono state cancellate o relegate ai margini della comunicazione». Colpa dei media? Non solo: «Anche i politici, sia di destra che di sinistra, hanno giocato di rimessa, sulla difensiva».

Ci pensano i radicali, dunque, a colmare il vuoto e ad assumersi il ruolo dei pasdaran della globalizzazione. La quale, lungi dall’essere un male, «può produrre nel mondo maggiore sviluppo e libertà». Unica cautela dubitativa, quel «può».
 
Qualche radicale, per rendere ancora più incisivo il messaggio filoglobal, si era spinto fino a proporre un presidio a favore di McDonald’s, davanti a qualcuno degli sventurati punti vendita genovesi della polpetta Usa. Idea accantonata, troppo kamikaze, ma la sostanza resta. 

Così alcune delle migliori menti del liberismo italico (dall’ormai viceministro Mario Baldassarri all’eurodeputato FI Renato Brunetta, dal professor Lorenzo Infantino della Luiss ad Angelo Maria Petroni dell’università di Bologna) sono state convocate da Pannella e Bonino al contro-controvertice, in cui spiegheranno come la liberalizzazione degli scambi sia un fenomeno di inclusione e non di esclusione, un’occasione di riscatto per i più poveri e di aumento degli spazi di libertà per miliardi di persone.

Ai radicali ovviamente sta a cuore soprattutto la globalizzazione della democrazia e dei diritti della persona. Proprio ieri hanno festeggiato il terzo anniversario della nascita del Tribunale penale dell’Onu, da loro fortissimamente voluto (come quelli su ex Jugoslavia e Ruanda), e che entrerà in funzione quando altri 25 Stati ratificheranno il trattato.

Ma, fatalmente, è sui temi economici che si finisce per scivolare quando si parla di globalizzazione. Così l’iniziativa odierna dei radicali rappresenta una loro rentrée sulla trincea liberista e libertaria. 
Dopo le disastrose incertezze della campagna elettorale (in cui Emma Bonino si era ridotta in extremis a sollecitare solidarietà a sinistra, da Franca Rame e dintorni, disorientando così l’elettorato che l’aveva premiata con l’otto per cento nel '99), i pannelliani tornano alle battaglie per la modernizzazione economica che hanno caratterizzato le loro lotte degli anni Novanta. 

Con la sua proverbiale icasticità concreta, ora la Bonino denuncia che «ogni bovino europeo riceve un dollaro al giorno di sussidi, cioè più del reddito con cui tentano di sopravvivere centinaia di milioni di persone».

Insomma, i radicali non vogliono farsi schiacciare a destra, e attualizzano la loro campagna degli anni Ottanta contro la fame nel mondo puntando il dito contro gli sprechi dell’assistenzialismo. Da bravi libertari, non pretendono neanche che la politica «governi» la globalizzazione, ma si limitano ad auspicare che la «accompagni». 

«Gli intellettuali liberali hanno il dovere di dire le cose come stanno, contro il millenarismo dei rimasugli delle culture egemoni, il cattolicesimo e il marxismo», spiega il professor Gaetano Quagliariello, editorialista del Messaggero e relatore al convegno assieme a esponenti della sinistra come il senatore ds Franco Debenedetti, e liberisti classici come Carlo Pelanda e Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society. 

Iniziativa fuori tempo massimo? «Macchè, il timing è perfetto», assicura l’eurodeputato radicale Benedetto Della Vedova, «noi qui e loro lì a Genova. Quanto alle presunte vittime della globalizzazione, gli africani per esempio, l’apertura delle relazioni commerciali è l’ultimo dei loro problemi».

Saturday, June 02, 2001

Di Pietro perde l'unico senatore

IL COGNATO GLI RUBA IL SENATORE DELLA VAL SERIANA

di Mauro Suttora
Il Foglio, 2 giugno 2001

Tutta colpa del cognato. Antonio Di Pietro ha perso dopo sole due settimane l’unico senatore che era riuscito a far eleggere, per caso, il 13 maggio. Valerio Carrara, 51 anni, chimico di Oltre il Colle (Bergamo), sembrava aver conquistato quasi per sbaglio il suo seggio.

Invece dietro di lui c’è Gabriele Cimadoro, cognato bergamasco di Tonino, ex democristiano, ex ccd, eletto deputato con Silvio Berlusconi nel ‘96, passato all’Ulivo con Mastella nel ‘98, accolto nell’Asinello da Di Pietro nel ‘99, infine in rotta con l’ex pm dal 2000, quando quest’ultimo si stacca dai democratici di Francesco Rutelli e Romano Prodi.

Da tempo Cimadoro meditava vendetta. La trova quattro mesi fa, quando i dipietristi cominciano a raccogliere le firme per presentarsi al voto autonomamente dal centro-sinistra. Alla rapida ricerca di candidati per ogni collegio, i seguaci di Tonino non vanno troppo per il sottile e accettano anche di selezionare dei perfetti sconosciuti.

Come questo Carrara, deboluccio in quanto a referenze politiche: può esibire soltanto un assessorato nel proprio piccolo Comune dal ‘94 al ‘97 e una militanza nella Federcaccia. Si iscrive all’Osservatorio per la legalità dipietrista, partecipa a una certa Commissione per la sburocratizzazione e oplà, eccolo in pista.

Perfetto cavallo di Troia, Carrara viene accettato come candidato dagli ignari colonnelli dell’ex senatore del Mugello. Cimadoro fa convergere su di lui tutti i voti dei suoi amici cacciatori ed ex democristiani della Val Seriana, e il gioco è fatto: il chimico risulta il candidato dipietrista più votato al Senato in Lombardia, con una percentuale del 4,7.

Ridotto in gramaglie per il mancato raggiungimento del 4 per cento al proporzionale della Camera, Di Pietro si aggrappa a quest’unico eletto. Il quale, fra l’altro, vale anche 1.200 milioni di rimborso elettorale (l’ex finanziamento pubblico ai partiti): pochi, in confronto ai 16 miliardi che sarebbero arrivati col superamento della soglia-ghigliottina alla Camera, ma comunque preziosi per riempire le esauste casse del movimento.

Niente da fare: istigato da Cimadoro, Ferrara nei primi giorni post-voto prende le distanze da Tonino. E ora arriva la rottura tanto precoce quanto definitiva: “Mi iscrivo al gruppo misto come indipendente. In questi giorni Di Pietro non mi ha mai cercato direttamente. Ha mandato avanti qualche suo luogotenente, gente di cui ho molto poca considerazione”.

E all’accusa di tradimento, dopo essersi fatto eleggere grazie ai consensi di Italia dei Valori, replica: “Gran parte dei voti che ho raccolto sono miei, non di Di Pietro: gente che mi ha detto e votava per me al Senato, ma per altri movimenti alla Camera”.

Ora il senatore Carrara potrebbe perfino votare la fiducia al governo Berlusconi: “Prenderò in seria considerazione questa possibilità. Di Pietro aveva una battaglia personale contro Berlusconi, non contro il centro-destra. E io fra Lega, An e Forza Italia, mi sento più vicino a Forza Italia”.

Poveri dipietristi: pensavano di avere dato il voto più antiberlusconiano possibile, e ora invece si ritrovano con il loro unico parlamentare eletto che rischia di finire nella Casa delle libertà. Comunque, nonostante lo scoramento per il 3,9 per cento e un milione e mezzo di voti buttati via, i fans di Tonino proseguono il loro cammino: si riuniranno in congresso il 16 giugno a Roma. Avranno diritto di voto tutti i candidati a Camera e Senato, più gli eletti.

Questi ultimi, per la verità, sono pochissimi: neanche alle comunali di Torino e Roma Di Pietro è riuscito a raggiungere il quorum minimo. E’ stato eletto con il 5 per cento soltanto a Milano, dov’era candidato sindaco, assieme a Letizia Gilardelli (ex Psi e Pds) e ad Adriano Ciccioni (ex radicale e verde).

Il congresso sarà anche l’occasione per fare un po’ di conti all’interno del movimento. La sconfitta è arrivata da regioni che hanno dato all’ex pm soltanto il 2,5 per cento, come il Lazio e la Toscana. Sotto il 4 per cento sono rimaste anche Liguria, Emilia, Campania e Calabria. Bene invece la Puglia (dove si è impegnato l’unico altro europarlamentare dipietrista, Pietro Mennea), con il 5 per cento, l’Abruzzo con il 6 e il Molise con il 14. Il Nord (Piemonte, Lombardia, Triveneto) ha regalato a Di Pietro il 4 per cento: voti soprattutto leghisti e radicali, che ora Tonino cercherà di far pesare all’interno del centro-sinistra, dove Elio Veltri cerca di ancorare il movimento.
Mauro Suttora

Thursday, May 03, 2001

Per chi votano i gay?

SORPRESA: PRIMO BERLUSCONI. PARLA ROBERTO SCHENA

di Mauro Suttora
Il Foglio, 3 maggio 2001

I gay italiani votano a destra o a sinistra? Il dibattito è esploso sulle tre riviste mensili degli omosessuali: Babilonia, Pride e Guide Magazine. E ha rivelato spaccature impensabili, almeno stando al panorama delle candidature per le politiche del 13 maggio. Dove, infatti, la sinistra fa il pieno dell’“offerta”, con almeno cinque esponenti dell’ufficialità omosessuale italiana pronti a entrare in Parlamento: il fondatore di Arcigay Franco Grillini con i Ds, Gianpaolo Silvestri con i verdi, e ben tre candidati con Rifondazione. Nella Casa delle libertà, invece, il deserto.

Giovanni Dall’Orto, direttore della rivista Pride, ha accusato Babilonia di pencolare verso destra soltanto per avere osato ospitare un intervento di Giuliano Ferrara. E Natalia Aspesi gli ha subito fatto eco su Repubblica.

Babilonia è il giornale storico del movimento gay italiano. Infatti, dopo gli antesignani radicali del Fuori di Angelo Pezzana (del quale proprio in queste settimane si festeggia il trentennale della nascita), dagli anni Ottanta le lotte di liberazione sono state prese in mano dall’Arcigay (galassia Pci). Fino al giugno 1999 Babilonia, con le sue 15mila copie, era l’unico giornale omosessuale.

Quell’anno Roberto Schena fonda Pride. L’anno scorso lascia Pride a Dall’Orto e trasforma Guide Magazine, fino ad allora una semplice guida ai locali, nel terzo mensile gay italiano. Tutti sulle 15 mila copie, anche se Pride e Guide Magazine vengono distribuiti gratis nelle centinaia di locali gay, perché vivono tranquillamente di sola pubblicità.

L’effervescenza editoriale del mondo gay (stimato in Italia in due-tre milioni di individui) è testimoniata anche dalla nascita di vari siti Internet. Il più seguìto, www.gay.it, è stato acquistato per due miliardi da Seat-Pagine Gialle.

Schena, principale artefice di questa moltiplicazione di riviste (e di dibattito), non è affatto di sinistra. Anzi: è il capo delle redazioni cultura, spettacoli e sport della Padania, il quotidiano della Lega Nord. Ha in mano un buon terzo del giornale. E nel tempo libero confeziona Guide Magazine.

«L’attuale confronto è nato dagli articoli di Ferrara sul Foglio e su Panorama», spiega Schena, «in cui la destra viene invitata a liberarsi dalla vecchia paccottiglia omofoba. Ma sono stati soprattutto i dati di un sondaggio elettorale del sito gay.it ad avere mandato in tilt la sinistra».

Roba da non credere: Silvio Berlusconi risulta primo col 25 per cento, davanti a Francesco Rutelli col 24. Terza Emma Bonino: 14 per cento. Segue all’11 Fausto Bertinotti, mentre Valter Veltroni incassa un misero sei, superato perfino da Gianfranco Fini col sette. Umberto Bossi e Antonio Di Pietro prendono il tre per cento, e gli altri candidati raccolgono il restante sette per cento.

Sommando questi consensi, la Casa della Libertà conquisterebbe il non disprezzabile 35 per cento, mentre l’Ulivo senza Rifondazione si fermerebbe al 30.

Sul numero di aprile di Guide Magazine Schena, in perfetta par condicio, ha ospitato un articolo pro-sinistra di Sergio Lo Giudice, presidente di Argigay, e uno in cui il teologo milanese Giovanni Felice Mapelli nega che i Ds possano farsi paladini dei gay: «La loro cultura è tutt’altro che liberale, sono frenati da un eccesso di opportunismo: in Europa vengono scavalcati dai loro colleghi socialisti. In cinque anni di governo del centrosinistra sono naufragati tutti i progetti di legge che riguardavano le coppie di fatto, la discriminazione per orientamento sessuale, la procreazione assistita omologa ed eterologa, l’adozione da parte delle coppie sposate e quella dei single».

Ma Schena come si trova in un partito, la Lega, che negli ultimi due anni ha dato una forte sterzata verso i valori tradizionali cattolici, con Bossi che non perde occasione per ribadire con toni anche offensivi la sua totale contrarietà alla minima apertura nei confronti dei gay?

«Mi trovo benissimo: sono omosessuale dichiarato da sempre, ma non ho mai dovuto nascondere alcunché. Lavoro alla Padania dalla sua fondazione e nessuno mi ha discriminato, anzi. Insomma, sono l’esempio vivente che la politica della Lega non è rivolta contro i gay in quanto tali. Bossi sta facendo scelte tattiche sulle unioni civili che personalmente non condivido. Ma anche Ppi e Democratici, nell’Ulivo, hanno le sue stesse posizioni. Mi dispiace per i consensi gay che il centrodestra potrebbe facilmente avere, ma che sciupa perché non sa coltivare i rapporti. La giunta Albertini ha ottime relazioni con Dolce & Gabbana, Armani e tutto il mondo della moda: basterebbe imitare il modello Milano».
Mauro Suttora

Tuesday, May 01, 2001

Digiuno radicale

Il Foglio, 1 maggio 2001

di Mauro Suttora

C’è un modulo da riempire, intitolato «Adesione al grande satyagraha radicale». Si compila scrivendo nome, cognome e indirizzo, data di nascita e professione. Poi bisogna indicare le caratteristiche dello sciopero: data di inizio, durata e tipo. Si può scegliere fra fame, sete, autoriduzione dei farmaci e «altro». Finora hanno risposto in trecento, tutti elencati sul sito internet www.radicali.it.

Soltanto Emma Bonino e tal Stefano Aiello, nascosti nell’ordine alfabetico del computer, hanno scelto fame+sete. Però Aiello non ha mangiato e bevuto solo per un giorno. Sulla durata del digiuno della Bonino, invece c’è scritto: illimitato. Ma per quanto tempo si può smettere di bere? «Poche decine di ore», concordano gli esperti. Neppure Gandhi, l’inventore dei digiuni come arma politica, rinunciò mai all’acqua.

Sui manifesti elettorali della Lista Bonino si invoca «Libertà della ricerca». Ma forse, con uno di quei calembour di cui Marco Pannella è maestro («Giustizia giusta», «Vita del diritto e diritto alla vita», «Scienza e coscienza»), bisogna capovolgere lo slogan e annunciare che i radicali sono alla «Ricerca della libertà». Però questa non è una notizia: è da quarant’anni che la cercano, la libertà. E ne trovano sempre troppo poca, in questa Italia conformista. Né ha il sapore della novità lo sciopero della fame: Pannella ne ha fatti 18, cominciando con un digiuno a Parigi per gli «insoumis» contro la guerra d’Algeria, poi la Cecoslovacchia nel ‘68, e l’anno dopo ce ne volle uno anche per far approvare la legge sul divorzio.

Questa volta il «grande vecchio» radicale, che domani compie 71 anni (auguri) è rimasto fuori dalla mischia. Con bypass multipli e ischemie alle spalle, sarebbe suicidio. Sul «forum» di internet un iscritto lo ha sollecitato: «Fai lo sciopero del fumo, Marco». Tentativo fallito.

Alla voce «altro» Lucio Berté, candidato radicale nel collegio Lombardia Due, ha scritto: «Staziono 24 ore su 24 davanti all’Osservatorio di Pavia». Che non ha nulla a che fare con le stelle, ma molto con l’obiettivo dell’attuale «lotta» radicale (guai a chiamarla «protesta», loro si arrabbiano): la disinformazione. Quell’osservatorio, infatti, cronometra lo spazio dato da Rai e Mediaset ai politici. E i radicali da mesi producono dossier su dossier sulla propria «cancellazione», sul proprio «annientamento». Poi li portano a Carlo Azeglio Ciampi chiedendogli di farsi valere, almeno lui. Ma il Presidente risponde sempre (affettuosamente) alla Bonino che egli al massimo può segnalare la questione ai presidenti delle Camere. I radicali, invece, vogliono che Ciampi ammetta che «qualcosa» non ha funzionato, nella Tv di Stato.

Solo questo? «Solo questo», assicura la Bonino. Nessuno spazio in più per i radicali? «No. Solo più dibattito sui veri temi della campagna elettorale». Che magari sono proprio quelli individuati da Adriano Celentano: eutanasia, donazione degli organi. Sarebbe una manna, per i radicali, poterne discutere in prima serata. Invece il monologo del Molleggiato, senza contraddittorio, è stato sale sulle loro ferite.

Così ora la Bonino parla con i bollettini medici dell’ospedale San Paolo: «Disidratazione, dolori muscolari, fotofobia, cefalea, diuresi contratta, acidosi metabolica...»
Il metabolismo: il rischio principale, nei digiuni, è che a lungo andare salti. E i danni irreversibili? «Quelli non si possono prevedere in anticipo», ammette il medico personale di Emma, che surrealmente si chiama Augusto Magnone. C’è un altro medico personale che partecipa a questo digiuno: Ennio Boglino, assistì Pannella nei suoi scioperi storici degli anni ‘70. Ora è gravemente ammalato, va a avanti a morfina, ma ha voluto pure lui autoridursi la terapia del dolore.

Tre cappuccini al giorno, 150 calorie: questa è la formula dei digiuni radicali, che valsero a Pannella l’epiteto di «Gandhi di via Veneto». Oggi invece nessuno prende più in giro i pannelliani. Brutto segno: anche l’assuefazione degli italiani è diventata irreversibile?

Loro, i radicali, non si danno pace, e durante gli scioperi della fame e della sete diventano se possibile perfino più attivi. Altro che il giaciglio dell’ashram dove si accoccolava il Mahatma. «Noi siamo inermi ma non inerti», tuona Pannella. Indomabili, bisogna ricoverarli coattivamente e inflebarli, com’è capitato ieri a Biagio Crescenzo di Salerno, diabetico che si era ridotto l’insulina. A Roma Antonio Brivio fa il «walk-around»: gira attorno alla Rai di viale Mazzini con un cartello.

Invece il quindicenne Alessandro Rosasco di Genova alle voce «altro» si è inventato lo «sciopero della parola»: da quattro giorni sta sempre zitto. Proprio come parecchi italiani vorrebbero ridurre i radicali. Perché nessuno ha il coraggio e il cattivo gusto di ammetterlo, ma l’auspicio di qualcuno è per una fine come quella dei venti prigionieri turchi, o degli irlandesi di Bobby Sands vent’anni fa. Quelli ci hanno messo sei mesi per farsi morire. Emma perde un chilo al giorno. Ma pesa solo 50 chili. E la sete è assai più rapida della fame.

Friday, April 27, 2001

Lo strano anticlericalismo radicale

ANGIOLO BANDINELLI SPIEGA PERCHE' PANNELLA IN REALTA' È RELIGIOSO

di Mauro Suttora
Il Foglio, 27 aprile 2001

Dalla mezzanotte di stasera Emma Bonino smetterà di bere. Lo sciopero della sete, al contrario di quello della fame, può andare avanti solo per poche decine di ore. Poi si muore per disidratazione. Cosa vuole la Bonino? Che il presidente Carlo Azeglio Ciampi riconosca pubblicamente che in Italia c’è disinformazione. 

Assieme a lei Luca Coscioni, capolista radicale in Lazio, Umbria ed  ed Emilia-Romagna, attuerà un nuovo tipo di sciopero: quello delle cure. «Ridurrò progressivamente le mie terapie», annuncia Coscioni, reso immobile e muto dalla sclerosi laterale amiotrofica.

Coscioni non è l’unico simbolo della nuova lotta radicale, quella per la «libertà della scienza». In Puglia, nel collegio di Putignano (Bari), è candidato Camillo Colapinto, anch’egli malato di sclerosi. A Vittorio Veneto (Treviso) il distrofico Marco Zardetto così motiva la sua candidatura: «La ricerca genetica in Italia è un settore in cui non mancano i cervelli ma, purtroppo, non mancano nemmeno i tribunali della Santa Inquisizione». 

Il riferimento è ai divieti cattolici sull’uso di cellule staminali di embrioni «sovrannumerari» per la cura di malattie con origine genetica (Parkinson, Alzheimer, diabete, ecc.), e sulla clonazione terapeutica.

Sempre in Veneto, corre per la lista Bonino a Padova Emiliano Vesce. Suo padre Emilio (caso 7 aprile, poi deputato radicale) è in coma irreversibile da sei mesi. Questa tragedia rimanda a un’altra grande questione di cui i pannelliani sono alfieri solitari in Italia: quella dell’eutanasia. 

E a Torino il candidato sindaco radicale è Silvio Viale, ginecologo verde che propugna la pillola del giorno dopo e l’aborto farmaceutico (grazie alla pillola Ru 486 che permette di evitare l’intervento chirurgico).

Sono tutti temi che, assieme al sì della lista Bonino alla fecondazione assistita, alle biotecnologie e alla ricerca sugli Ogm (Organismi geneticamente migliorati) fanno dei radicali l’unico partito in urto frontale con la Chiesa oggi in Italia. E infatti il loro principale slogan elettorale è: «Decidi tu o il Vaticano? Libera il sesso, la scienza, la vita».

Insomma, i pannelliani sono tornati a uno dei loro primi grandi amori: l’anticlericalismo.
«Togliamo innanzitutto ogni significato negativo a questa parola», commenta Angiolo Bandinelli, già segretario e parlamentare radicale, oggi candidato della Lista Bonino a sindaco di Roma. «Io per esempio apprezzo molto l’anticlericalismo dell’Ottocento, che per la prima volta dopo mille anni permise ai ceti subalterni di conquistare un’educazione senza passare per le parrocchie. C’erano i circoli socialisti e quelli del mutuo soccorso, ma perfino i circoli ginnastici, pieni di magliette a strisce orizzontali e baffi a manubrio, contribuirono a quella che fu una vera e propria liberazione».

Sì, ma oggi che senso ha opporsi a una Chiesa in declino? 
«Da troppo tempo si fingeva di credere che tra Stato e Chiesa tutto potesse essere ricondotto alle idilliache formule spadoliniane del “Tevere più largo”», risponde Bandinelli, «e invece grazie ai radicali si è riaperto non un “vulnus” laicista né una “piaga” rosminiana, ma un tema su cui l’attenzione non dovrebbe mai scemare. Soprattutto in un paese così peculiarmente di frontiera, in bilico tra Stato e Chiesa-Stato».

Secondo Ernesto Galli della Loggia si può essere laici senza essere anticlericali. 
«E invece l’anticlericalismo», obietta Bandinelli, «è un dovere essenziale per l’uomo di fede. Il quale non può non avvertire un dissidio, quando non una lacerazione, tra il suo credere, che è un fatto appartenente all’intimità della coscienza, e l’istituzione che mondanamente governa questa fede e ne detta le norme per i suoi affiliati. Non c’è istituzione sacra che non debba fare i conti con l’anticlericalismo dei suoi adepti, come suo unico, possente e indispensabile correttivo».
 
«La riforma protestante», continua Bandinelli, «riteneva che il dissidio fosse incolmabile e che la fede del singolo dovesse liberarsi dalle pastoie dell’istituzione. I cattolici ritennero che il nodo non dovesse invece essere sciolto. Ma anche fra i cattolici non sono mancati possenti richiami a un forte, irresolvibile anticlericalismo. A nostro avviso, questo “segnale di pericolo” dovrebbe oggi, per loro, essere ancor più fortemente sentito. C’è quindi da sperare che il dibattito di questi giorni apra nuovi sbocchi alla attiva consapevolezza degli “anticlericali” di fede...»

Lontano dagli accenti truci dell’anticlericalismo garibaldino e anarchico («Con le budella dell’ultimo papa/impiccheremo l’ultimo re»), il pur laicissimo Partito radicale si definisce fin dalla sua fondazione, nel 1955, «partito dei credenti e dei non credenti». 

«Per me è stato importante un numero di Esprit, la rivista del filosofo cattolico Emmanuel Mounier che trovai nella stazione di Modane nel '47 aspettando un treno», ricorda Marco Pannella nel libro «Pannella & Bonino spa», appena pubblicato per le edizioni Kaos. Dove si scopre che il leader radicale deve perfino il proprio vero nome - Giacinto - a un sacerdote: glielo inflissero in onore di uno zio monsignore e letterato (al quale Teramo ha dedicato una via), che ospitò su una sua rivista articoli di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. 

«Può darsi che io non abbia animosità anticlericali perché la persona migliore della mia famiglia fu questo prete, che era stato liberale e non popolare sturziano», spiega Pannella.

La sponda cattolica ricercata dai radicali era quella dei tormentati seguaci di Jacques Maritain e Georges Bernanos. Ma dopo il sì di Palmiro Togliatti al Concordato fascista e la continua ricerca da parte del Pci (ingraiani compresi) dell’«incontro fra le masse cattoliche e quelle comuniste», nell’Italia democristiana degli anni ‘50 e ‘60 c’era poco spazio per l’illuminismo radicale. 

Perfino all’interno del Pr l’indomabile Ernesto Rossi (autore degli sferzanti «Sillabo» e «Manganello e aspersorio», ristampati l’anno scorso sempre da Kaos) era considerato un «enfant terrible» dai sussiegosi «Amici del Mondo».

In questo clima paludoso Pannella recuperò l’anticlericalismo e l’antimilitarismo dei socialisti libertari di inizio secolo, e nel 1965 lanciò due campagne di legalizzazione: per il divorzio, e per l’obiezione di coscienza al servizio militare. Le considerava due chiavi per perforare il regime dc, ma a sinistra trovò scarsi consensi. 

Gli unici dirigenti Pci a dichiararsi pubblicamente divorzisti furono infatti Luciana Castellina, Vittorio Vidali, Umberto Terracini, Fausto Gullo e Massimo Caprara: tutti, per un verso o per l’altro, eretici. I sessantottini liquidarono le lotte per i diritti civili come «piccoloborghesi». E anche dal mondo cattolico i consensi arrivarono col contagocce: i cristiani di base, del dissenso e del no (dom Giovanni Franzoni) vennero subito egemonizzati dal Pci.

Nel '70 e nel '72, dopo due digiuni di Pannella, «passarono» le leggi su divorzio e obiezione. Il Vaticano raccolse immediatamente le firme per il referendum contro lo scioglimento del matrimonio, e i radicali risposero fondando la Liac (Lega italiana abolizione Concordato). Le adesioni erano prestigiose: Leonardo Sciascia, Eugenio Montale, Ignazio Silone, Ferruccio Parri, Alessandro Galante Garrone, Eugenio Scalfari, Lino Jannuzzi, Livio Labor (presidente Acli).

Esattamente come oggi, anche nel ‘74 la sinistra e i laici «perbene» (Pri, Pli, Psdi) aborrivano il conflitto con i cattolici, proponendo fino all’ultimo al segretario dc Amintore Fanfani un compromesso per evitare il referendum sul divorzio. 

La vittoria divorzista del 13 maggio ‘74 va quindi interamente ascritta ai radicali. I quali subito raddoppiarono, e raccolsero le firme per il referendum sull’aborto con l’Espresso di Scalfari. L’abrogazione del Concordato fascista fu invece impedita nel '78 dalla Corte costituzionale, che considerò l’intesa Mussolini-Vaticano un trattato internazionale, e quindi non sottoponibile a referendum.

«A questo punto Pannella ha un problema», spiega Bandinelli, «perché con la legge sull’aborto si è inimicato l’intero mondo cattolico. E vuole ristabilire un dialogo sui temi della difesa della vita. Contribuisce a questo obiettivo innanzitutto la campagna contro la fame nel mondo». 

Quando viene eletto papa Wojtyla, il leader radicale lo saluta affettuosamente: «Dio ce lo ha dato, guai a chi ce lo tocca». Simpatia ricambiata: Bandinelli va in Vaticano con il consiglio comunale di Roma (di cui fa parte) e viene presentato come esponente del «partito radicale di Pannella». Giovanni Paolo II gli sorride: «Ah, il nostro amico Pannella!»

Evidentemente le marce radicali contro la fame nel mondo (1979-1985) fecero breccia nel cuore del Papa, che nell’82 si spinse fino a salutare i manifestanti pannelliani giunti in piazza san Pietro. Che differenza rispetto alla Pasqua del ‘67, quando i radicali avevano srotolato davanti alla basilica uno striscione con la scritta «Divorzio, aborto, pillola», e si facevano infiammare dalle conferenze del fondatore dell’Aied Luigi De Marchi su «Sessuofobia e clericalismo».

L’ultimo conflitto Pannella-Vaticano si consuma nell’81, quando l’Italia vota i due referendum contrapposti sull’aborto: quello liberalizzatore dei radicali, e quello abrogativo del Movimento per la vita. 

Perdono entrambi, e rimane la legge sull’aborto di stato. Ma anche in quell’occasione Pannella tiene a precisare: «Gli unici veri credenti siamo noi e quelli del Movimento, perché ambedue crediamo nei valori e non nel potere. Onore al papa che va al macello col suoi referendum, meglio lui della sinistra fascista e golpista».

Dopodiché, vent’anni di armistizio, se non di pace. Sì, vari screzi sulla droga, ma niente di più. Tanto che Gianni Baget Bozzo nel ‘96 può sentenziare: «Il profeta Pannella, come il prete radicale Romolo Murri a inizio secolo, è in realtà una figura interna alla cristianità italiana, perché mira a una riforma del cattolicesimo». 

Ancora un anno fa sui depliant elettorali di Emma Bonino campeggiava la foto dell’udienza che lei e Pannella ottennero dal Papa nel 1986. Compunti e commossi, i due leader radicali gli illustravano i risultati della loro campagna contro la fame nel mondo.

Oggi Pannella si scaglia contro le gerarchie ecclesiastiche «che sacralizzano embrioni invisibili perfino al microscopio più potente della Terra, così come in passato sacralizzavano i cadaveri vietando le autopsie». 

«Ma anche Marco è un prete», provoca l’editorialista Massimo Fini, «basta contare tutte le volte che usa parole come “vita”, “verità”, “testimonianza”, “scandalo”, “dar corpo a...”»
Mauro Suttora
   

Wednesday, April 25, 2001

Spazzatura di Napoli in Germania

Abbiamo seguito il treno che porta in Germania l'immondizia campana

Così i tedeschi trasformano in oro la spazzatura di Napoli
   «Bruciando i vostri rifiuti ricaviamo energia elettrica che poi rivendiamo», dicono nell'inceneritore di Krefeld, dove stiamo mandando 40 mila tonnellate provenienti dalle pattumiere dei paesi vesuviani. «E dire che, per smaltirli, pagate 300 lire al chilo!» Replica il commissario governativo: «Siamo costretti a spedirle all'estero perché molte regioni italiane non le vogliono»
       dal nostro inviato Mauro Suttora
  Krefeld (Germania), 25 aprile 2001 
  Chissà che cosa sarebbe successo se l'ingegnere tedesco Ludwig Ramacher in marzo non fosse andato per lavoro a Crispiano, in Puglia, dove la ditta Intini sta collaborando con la Trienekens di Krefeld (Germania) nella costruzione di un impianto che smaltisce frigoriferi vecchi. «Ero lì in quei giorni, e sui giornali leggevo delle rivolte scoppiate per la spazzatura in Campania», racconta lui, «quando a Gianluca Moro, titolare delle società Magico e Unità di Misura di Milano, col quale siamo in rapporti da tempo, è venuta l'idea: perché quei rifiuti non ve li prendete voi?»
   Detto fatto. Nel giro di pochi giorni l'inceneritore della città di Krefeld ha presentato un'offerta ad Antonio Bassolino, presidente della regione Campania: 185 lire per ogni chilo smaltito. È stato firmato un contratto, e sono già cominciati i primi trasporti con i treni che vanno e vengono da Napoli alla Germania.
   Sembra un'assurdità, l'immondizia che dev'essere impacchettata in sacchi verdi neanche fosse materiale di valore, e spedita a duemila chilometri di distanza solo per essere bruciata in un forno. Ma è stata l'unica soluzione per smaltire le montagne di spazzatura (centomila tonnellate, ormai) che si sono accumulate nelle province di Napoli e Salerno, e che avevano provocato quasi la rivoluzione fra gli abitanti vicini alle discariche che non li volevano più.
  Sembra anche una barzelletta, o uno scherzo del destino, che i napoletani vadano a svuotare le loro pattumiere nella ricca e meticolosa Germania. Vi immaginate quante proteste ci sarebbero state se i rifiuti fossero stati accolti da un Paese solo un po' meno sviluppato? «Ecco, ora andiamo a inquinare anche il Terzo mondo», avrebbero strillato molti italiani. 
  Invece, niente. Neanche i tedeschi hanno storto il naso di fronte a queste importazioni puzzolenti: soltanto qualche articolo sui giornali della Renania (il Land dove si trova Krefeld, vicino a Dusseldorf) in cui ci si preoccupa solo per l'eventualità che mischiati alla spazzatura urbana siano nascosti anche rifiuti tossici provenienti da qualche industria, e per la mafia. Sì, perché anche in Germania è arrivata la notizia che i problemi della spazzatura in Campania sono causati dal controllo camorristico sul lucroso business dello smaltimento rifiuti.
    Che sulla spazzatura si possano far soldi, d'altra parte, ce lo dimostrano anche i dirigenti dell'inceneritore Trienekens, in una saletta dei loro (pulitissimi) uffici accanto all'impianto. «Ogni anno bruciamo circa 350 mila tonnellate», spiega il dirigente Ulrich Schafer, «cioè la spazzatura sia domestica che industriale prodotta dall'equivalente di sei milioni di abitanti. Ma i rifiuti sono un buon combustibile, e producono calore, il quale a sua volta genera vapore. Con il vapore muoviamo turbine che generano energia elettrica: un megawatt ogni due tonnellate di spazzatura. E vendiamo l'elettricità al prezzo di 50 mila lire al megawatt».

Insomma, i tedeschi trasformano la spazzatura in oro. In questo caso, si può ben dire, «l'oro di Napoli», perché dalla Campania ne stanno arrivando almeno 40 mila tonnellate. Il che, facendo due calcoli, significa un incasso di quasi sette miliardi e mezzo. Più un altro miliardo tondo tondo grazie all'elettricità prodotta. Fra l'altro, se la stessa elettricità venisse prodotta da un forno italiano l'introito sarebbe di cinque miliardi, perché da noi il prezzo dell'energia elettrica è quintuplo. Ma l'ingegner Ramacher non pone limiti alla provvidenza: «Con la Campania non abbiamo fissato una quantità di spazzatura precisa da smaltire, la nostra disponibilità arriva fino a 250 mila tonnellate».

Possibile che in tutta Italia non sia stato possibile trovare un posto dove buttare la spazzatura napoletana? L'emergenza rifiuti, infatti, sta costando decine di miliardi alla Campania. Al costo dell'incenerimento (185 lire al chilo, come si è detto) vanno aggiunte le spese di trasporto: altre 120 lire al chilo. Totale: più di 300 lire, le quali alla fine verranno pagate dai contribuenti con un aumento delle tasse sui rifiuti (pagate in base alla superficie delle abitazioni: si va dalle due alle oltre quattromila lire al metro quadro, che significa quasi mezzo milione all'anno per un appartamento di cento metri quadrati).

«Le centomila tonnellate dell'emergenza», ci spiega da Napoli il subcommissario Giulio Facchi, «verranno mandate per un quaranta per cento in Germania e per un venti per cento in altre regioni italiane. Il resto, cioè 40 mila tonnellate, lo stiamo smaltendo qui in Campania. Ma avevamo l'esigenza di far presto, perché con i primi caldi non si può tenere la spazzatura in strada. E purtroppo alcune regioni, come la Lombardia e il Lazio, si sono rifiutate di aiutarci».

Infatti, sembra incredibile, ma anche sull'immondizia si è scatenato un litigio politico: le regioni governate dalla destra non hanno accettato quella proveniente da una regione di sinistra come la Campania di Sassolino. E quindi le uniche discariche disposte ad accogliere i rifiuti di Napoli sono tutte in zone rosse: Marche, Umbria, Emilia, Toscana.

Precisiamo che fra i prezzi praticati in Germania e quelli delle discariche italiane non c'è una grande differenza: si viaggia sempre sulle 300 lire al chilo. «I tedeschi infatti hanno costruito i loro impianti vicino alle ferrovie», spiega Facchi, «cosicché a spazzatura può arrivare in treno e i costi diminuiscono. In Italia, invece, dobbiamo sempre utilizzare i camion, che sono più cari dei vagoni ferroviari».

Un'altra grande differenza fra noi e la Germania sono gli inceneritori: in Italia bruciamo appena il 6 per cento della spazzatura, contro il 35 per cento nel resto d'Europa. Nella trentina di impianti funzionanti da noi si smaltiscono appena due milioni di tonnellate di rifiuti urbani, cioè la stessa quantità che da sola la Trienekens tratta nei suoi dieci impianti. In totale, la Germania (con 80 milioni di abitanti) incenerisce 12 milioni di tonnellate: sei volte più dell'Italia (60 milioni di abitanti).

In Italia impazza ancora, dopo un quarto di secolo, la «sindrome di Seveso»: tutti gli inceneritori sono bloccati dalle popolazioni dei luoghi in cui dovrebbero essere costruiti perché si pensa che producano diossina, come successe nel 1976. «Ma con le tecnologie di oggi la diossina è un problema inesistente», sorride l'ingegner Ramacher mentre ci fa visitare l'impianto di Krefeld, «in Germania abbiamo un limite massimo di 0,1 nano-grammi per metro cubo d'aria, ma le nostre emissioni non raggiungono neanche il dieci per cento di quella quantità: è cosi poca che non riusciamo neanche a misurarla».

L'altro grande scandalo, che ci tiene lontani dall'Europa, è la raccolta differenziata. La Germania ormai ha ridotto quasi della metà la spazzatura da smaltire, perché recupera quasi tutto: non solo carta, vetro, lattine e plastica, come da noi, ma anche tutti gli scarti alimentari umidi, che trasforma in concime. «È per questo che nel nostro forno abbiamo trovato lo spazio per i vostri rifiuti», dice Ramacher, «perché grazie al riciclaggio quelli tedeschi stanno diminuendo». 

Così, oltre che dall'Italia, l'impianto di Krefeld può bruciare immondizia proveniente pure da Belgio e Olanda, che però distano poche decine di chilometri. Viene riciclata perfino la cenere che rimane dopo la termodistruzione: il 5 percento, ovvero cinquanta chili ogni tonnellata, che sono utilizzati per la pavimentazione stradale.

In Italia, invece, la percentuale della raccolta differenziata è appena dell'1l per cento, un quarto rispetto alla Germania. Ma, a sua volta, l'Italia è divisa in due. La Lombardia, infatti, ricicla oltre il 30 per cento (a livelli europei, quindi), mentre la Campania è all'1,5 per cento, e nell'intero Sud il recupero è quasi inesistente: finisce tutto in discarica.

Visitando l'impianto di Krefeld ci accorgiamo che le puzze tanto temute (dagli abitanti che in Italia si oppongono a ogni apertura di discariche, inceneritori e impianti di riciclaggio) non esistono: le montagne di spazzatura, prima di essere gettate nei tre forni Babcock, vengono conservate in un enorme locale chiuso e sigillato. Soltanto quando un addetto alza per qualche secondo una saracinesca (per farci curiosare dentro), esce una zaffata insopportabile. Attorno all'impianto (dal nome impossibile: «Mullundklarschlammverbrennungsanlage») ci sono boschi, giardini e ville immerse nel verde.

I cinquemila operai che lavorano negli impianti Trienekens guadagnano in media quattro milioni di lire netti al mese. Gli inceneritori sono società miste: il 49 per cento alla famiglia Trienekens, il 51 ai Comuni o al Land. Ma gli abitanti di Krefeld, quanto pagano lo smaltimento della loro spazzatura? Sorpresa: «Ogni chilo, 324 lire». Quasi il doppio dei napoletani? Ci spiegano che la spazzatura italiana è un'«utilità marginale», che sene solo a saturare l'impianto. Ma alla fine non capiamo se siamo noi a fare un favore a loro, o loro a noi.
Mauro Suttora