Friday, October 20, 2000

Antonio Russo ucciso in Cecenia

settimanale Diario

20 ottobre 2000

di Mauro Suttora

Milano. De mortuis nisi bene? No, si può anche parlar male di Antonio Russo, 40 anni, da Francavilla al Mare (Chieti). Aveva un caratteraccio, sembrava un barbone, un disadattato che vagava per il mondo, non era equilibrato nei suoi giudizi politici, parteggiava sempre sfrenatamente per una delle parti in causa, prima di essere un giornalista era un radicale.

Ma mi piaceva proprio per questo. E anche per un particolare solo apparentemente secondario: non lavorava assieme agli altri giornalisti. «Pour exister il faut qu’ils se mettent à plusieurs»: il gregge stigmatizzato da Jean-Paul Sartre nella Nausea è la triste normalità dei giornalisti italiani sui fronti di guerra. Tutti in gruppo, sempre: un po’ perché è pericoloso, un po’ perché qualcuno non sa bene le lingue, un po’ per non rischiare di prendere buchi. Ma soprattutto per comodità, viltà, pigrizia, conformismo.

Antonio Russo invece era un lupo solitario. Non era un fighetto con la sahariana e le note spese facili: anche perché Radio Radicale non ha i soldi per mandare i suoi reporter negli alberghi a cinque stelle. E neanche in quelli a tre. Cosicché lui si faceva ospitare da qualche abitante del luogo di cui diventava amico, e si infrattava. Nel senso che rimaneva sul posto per mesi. È successo così dappertutto: la Colombia dei narcos, l’Algeria degli sgozzati, il Ruanda dei trucidati, la Sarajevo dei cecchinati.

SENZA TESSERA

Si immedesimava nella vita degli abitanti del posto, perché la condivideva. Dopo quasi un anno trascorso nel Kosovo, aveva perfino imparato l’albanese. Con la sua faccia patibolare, con quella cicatrice rimediata chissà dove, con quegli stracci di vestiti che indossava, era diventato lui stesso un kosovaro. Non per nulla riuscì a nascondersi per molti giorni a Pristina, fra i rastrellamenti serbi e sotto le bombe Nato, e poi scappò in Macedonia sul treno dei deportati senza essere individuato.

Sua madre lo aspettava in Italia, ma lui non aveva mai voglia di tornare. Mandava lunghi reportage per telefono a Radio Radicale, e confesso che quando li ascoltavo di primo mattino a volte mi assopivo, cullato dal suo accento abruzzese. Era buffo quando tentava di applicare al conflitto kosovaro o a quello ceceno (dispute fra bande medievali, essenzialmente) analisi raffinate e usava locuzioni come «si ipotizza in ambienti diplomatici…».

No, lui quegli ambienti proprio non li frequentava, una volta lo cacciarono da una conferenza stampa nel migliore albergo di Pristina perché… sembrava un albanese. E perché non aveva la tessera da giornalista. Come tutti i free lance e i cooperatori delle Ong che sognano di farlo, il giornalista, inseguiva l’iscrizione all’Ordine. Ma poi partiva sempre.

L’ultima volta per la Cecenia: la fine del millennio l’ha festeggiata lì, fra le nevi del Caucaso, attaccato al telefono con Radio Radicale. Dieci mesi dopo era ancora da quelle parti, sempre in quei posti inutili che non fanno più notizia. Ma lui si affezionava a quelli che gli offrivano un letto e un pranzo. E ce li raccontava.

Mauro Suttora

Thursday, August 17, 2000

Alba Parietti

Cerchiamo di sedurre le grandi seduttrici: 1) Parietti

Macché mangiauomini! Sei una dolce Alba solitaria

Oggi, 17 agosto 2000

Galeotta fu l' intervista: la showgirl si lascia andare a confessioni intime sui suoi amori col nostro cronista. Lui perde la testa e la insegue, innamorato e speranzoso, fino in Sardegna. E li' succede che...

di Mauro Suttora

È simpatica, calda, accessibile, disponibile. Da dieci anni esatti sta facendo impazzire gli italiani, da quell’indimenticabile estate in cui si appollaiò su uno sgabello di Telemontecarlo e cominciò a discettare di calcio. Fra le cosce di Schillaci e le sue, non ci fu battaglia. I nostri calciatori persero Italia ‘90, ma lei i Mondiali li vinse. E ha continuato a vincerli per tutto questo decennio.

Alba Parietti ormai è un classico, fa parte del paesaggio, anzi quasi dell’arredamento. «E certo», scherza lei, «mi sono trasformata in un elettrodomestico, sto dentro la tv e la gente si è abituata a vedermi lì dentro. Infatti quando mi incontrano per strada mi danno del tu, Alba di qua, Alba di là, sono convinti di conoscermi personalmente, sanno tutto di me, seguono con assiduità le mie vicende sentimentali... Paesaggio, arredo? No, no: io ormai per molti faccio parte addirittura della famiglia».

Confesso: anch’io. Anche io, come buona parte dei maschi italiani, sono segretamente innamorato di Alba. E spero che il direttore di Oggi e l’editore della Rizzoli non mi licenzino, se ammetto di avere usato questa intervista per motivi personali. Chissà se per causa di Alba sarò radiato dall’Albo: quello dell’Ordine dei giornalisti, che vieta di trarre in inganno l’interlocutore, spacciandosi per un altro. Io ieri pomeriggio, in quell’afoso bar della periferia di Milano, ho mentito ad Alba quando mi sono presentato come giornalista. In realtà di fronte a lei c’erano soltanto un cuore che batteva, una mano che tremava e un uomo che sudava.

«Perché non intervisti la Parietti?»: questa è la domanda che tutti i cronisti vorrebbero sentirsi rivolgere dal proprio direttore. A me era già capitato una volta. Fu nove anni fa, quando la interrogai sull’argomento «soldi»: chiedevo a dei personaggi famosi qual era la cifra mensile di cui si sarebbero accontentati per vivere di rendita. Lei rispose testualmente: «Tre miliardi». Ma subito dopo aggiunse: «Beh, no: ammetto che è una risposta un po’ paracula».

Sincera e brutale come sempre, Alba. Però quella fu un’intervista al telefono, durò solo un quarto d’ora. Invece questa volta ho un’ora di tempo. A tu per tu. Mi sono fatto dare il suo numero di telefonino dalla segreteria, l’ho chiamata, ha subito risposto lei in persona. Pensando a tutte le divette che si circondano di addetti stampa, manager, agenti e segretarie, la sua semplicità mi ha fatto subito un’ottima impressione. Niente filtri inutili, andiamo al dunque.

«Un’intervista? Va bene. Dove e quando?». Speravo che Alba si trovasse nella villa che, come tutte le estati, affitta in Costa Smeralda. Aereo, mare, sole, già immaginavo un romantico incontro al tramonto. Invece, che sfortuna: «Sono rientrata per pochi giorni a Milano, dopodomani devo posare per un fotografo, ci vediamo lì?» E subito, oltre all’indirizzo, mi dà il numero di telefono dello studio, un altro numero di riserva e il cellulare del fotografo. Stordito da tanta folgorante efficienza, azzardo: «Lei è una bravissima segretaria...» «Di me stessa? Sì, lo so, non ho voglia di farmi organizzare la vita da qualcun altro. Così è tutto meno complicato, no?»

Come no. Mi preparo meticolosamente al rendez-vous. Mi vesto sportivo, niente giacca, niente cravatta, niente calze. È estate, e poi leggo in una vecchia intervista che il suo fidanzato storico, Stefano Bonaga, ha detto: «Non spendo mai più di 400 mila lire all’anno per il mio guardaroba». Le piacciono gli uomini un po’ «scaciati». Ho chiesto all’archivio tutto quello che hanno su di lei. Mi rispondono: «Ma ti si è fuso il cervello? Non possiamo mica mandarti giù un’enciclopedia di fotocopie. Accontentati degli articoli degli ultimi sei mesi».

Così scopro che ha regalato 15 milioni per il restauro della biblioteca di Tolstoi in Russia. Allora vado nella libreria Rizzoli e le compro un libro di Tolstoi. Mentre sono in auto per andare da lei (dall’altra parte della città, sulla circonvallazione), mi accorgo che ho dimenticato penna e taccuino. Accosto, parcheggio, compro una bic da un tabaccaio. Per la carta fa niente, scriverò sul retro di una fotocopia dell’archivio. A piazzale Brescia mi fermo davanti a un fioraio, le compro una rosa rossa. Pensate che sia scemo? E allora il mio collega di stanza, che si è eccitato pure lui e mi ha dato una rivista anarchica con dedica da regalarle («Fatti fotografare con lei mentre gliela dai»)?

Arrivo nello studio del fotografo. Alba è in posa da due ore per le foto da protagonista della commedia che debutterà il 3 ottobre al teatro Manzoni di Milano («Nei panni di una bionda»). Quando finisce, una tenda si apre e lei appare. Stupenda. Bellissima, più di come la vediamo nelle foto e in Tv. Le offro la rosa, mi ringrazia, il fotografo ci immortala. Il libro di Tolstoi. «Andiamo in un bar per l’intervista?» Certo. Usciamo. Ma prima invita tutti (fotografo, assistente, segretarie): «A casa mia domani, alle sei». Camminiamo per cinquanta metri fra la polvere delle macchine. Entriamo in un bar di viale Ranzoni. Un gruppo di uomini al banco si volta per guardarci. Diciamo che guardano lei. Quanto a me, mi scrutano per indovinare se sono un amico o un fidanzato.

«Ci sediamo qui?»
No, meglio dentro, un po’ più appartati. Lei forse pensa che voglia garantire l’esclusiva, io in realtà desidero guadagnare intimità.
Fa molto caldo, ma è meglio non stare vicino alla vetrina con Alba Parietti accanto. Chiedo al barista di far girare la ventola sul soffitto. E due spremute d’arancia. Prima domanda: da dieci anni lei ha un gran de successo, non esce mai dalla classifica delle prime 5-10 donne più desiderate dagli italiani. Come si sente?

Mi guarda con occhi incredibili da gatta. «Grande successo? Guardi, contrariamente a ciò che sembra io sono pigra e poco ambiziosa. Il su. Il successo è arrivato casualmente, e grazie a un decimo del talento che avevo. Perché in realtà sono una persona scostante e interessata soprattutto alla mia vita privata. Se fossi una studentessa, direbbero il classico “È brava, ma non si applica”. Nel momento in cui ottengo qualcosa non mi interessa più, è già superato. Ho avuto la fortuna di godere di un successo forte, violento, spaventoso. Tutto sommato l’ho assaporato e mi ha fruttato poco. Ma sono orgogliosa di averlo ottenuto senza raccomandazioni, senza protettori politici o di letto...»

Mentre parla, mi accorgo di avere commesso un errore: non ho il registratore. Non lo uso quasi mai, perché di solito gli appunti scritti bastano per ricordarsi la sostanza di un’intervista. Però Alba sforna a raffica concetti non banali, parla bene e denso. Difficile starle dietro con la penna. Lei se ne accorge e mi chiede: «Ce la fa a scrivere?» Mento: «Certo, e poi se una cosa è importante mi resta in testa».

Ma il registratore sarebbe stato prezioso anche perché avrei potuto guardarla in viso mentre parlava. Avete presente le gatte che socchiudono gli occhi quando fanno le fusa? Ma forse è meglio così: lo sguardo di Alba non è sostenibile a lungo. Almeno per me. Lei intanto continua, inesauribile: «...Sono sopravvissuta a detrattori, mitomani, profittatori e chirurghi estetici. Ora sto leggendo Schopenauer..»
Alt! Pure lei?
«Perché?»
Anche Vasco Rossi due anni rivelò di esser alle prese con Schopenauer.
«Sospetto che abbiamo lo stesso fornitore».
Non le conviene usare la parola «fornitore» se c’è di mezzo Vasco Rossi...
«Ma no», sorride, «penso che sia Bonaga ad aver dato i libri di Schopenauer sia a me che a lui. E anche a Patty Pravo».
Ma saranno dei mattoni.
«Macché, senta che titoli attraenti: L’arte di ottenere sempre ragione, L’arte di essere felici, L’arte di insultare...»

Senta, visto che nel 2001 compie i suoi primi 40 anni, perché non scrive anche lei un libro?
«Nessuna crisi degli “anta”, al contrario di molte donne per me l’età è una bandiera al valore. Ho il privilegio di essermi rifatta il seno e le labbra e di averlo dichiarato...»
Ora è «in» dichiararlo.
«Sì, ma quando l’ho ammesso io, no. Mi hanno sputt... Io faccio quello che diventa di moda dopo due anni. Per esempio, le signore bene milanesi...»
Squilla il suo telefonino: «Pronto, amore della mia vita! Sto facendo un’intervista, ci vediamo a cena? Dove vuoi tu: al Torre di Pisa, da Bice...» Tristezza improvvisa: allora è già impegnata, non ho speranza... Chi era?
«Una mia amica. Dov’eravamo?»
Le signore milanesi.
«Ah, quelle! Sono sempre lì paurose che qualcuno gli rubi il marito, ti invitano a casa a colazione, a pranzo, a cena, ma se c’è il marito si ingelosiscono».

Tutti sanno che la Parietti è reduce da una storia d’amore con il finanziere milanese Jody Vender. E il passatempo preferito delle sciure bene meneghine lo scorso inverno era quello di scommettere se sarebbe finita prima la relazione fra loro due, oppure quella fra Marco Tronchetti Provera e Afef Jnifen. Tifando accanitamente contro entrambe le belle estranee, bollate come «arriviste». Acqua passata, per Alba: «No, non detesto nessuno. Non mi viene voglia neanche di ricordarmi come si chiamano. Odio soltanto le persone che ho amato, e dopo un po’ le riamo».

All’inizio di luglio ha festeggiato il compleanno assieme a due o tre suoi ex. A proposito: un regista, un attore... Ha mai provato con un giornalista? Ma la domanda mi muore in gola: troppo diretta. Mi esce invece un neutrale: perché è così buona? Ride: «Sono una persona di cui non si può fare a meno. E io non posso fare a meno degli altri. Non riesco a stare da sola. Devo telefonare, o leggere».
Beh, si legge da soli.
«No, si possono anche leggere cose l’uno all’altro, ad alta voce».
Mamma mia.
«Perché, lei non l’ha mai fatto?»
E perché tu continui a darmi del lei?
«Ah, davo del tu a tutti, poi mio padre si arrabbiò quando lo diedi a uno al Maurizio Costanzo Show, diceva che era un tipo poco chiaro».
Chi era?
«Parretti».
Ma avete il cognome quasi uguale.
«Boh, era sospettato di qualcosa».

L’ora sta finendo. Mi sto abituando ad Alba, mi sembra quasi naturale avere accanto la donna che è collocata in cima alla lista dei pensieri proibiti degli italiani. Sì, magari possiamo tradirla sa per una slava di passaggio, ma nessuna «ova» o «enko» potrà mai placarci la voglia di strapparti a tutti quegli stranieri, attori famosi o avvocati di successo, a tutti quei ricconi che ti conquistano e dopo un po’ finisce, e non si riesce neanche a capire bene se sei tu a lasciare loro, o viceversa.

Senti, Alba, ho letto che siccome ti senti sola la tua tournée teatrale in autunno si limiterà a Milano dove abiti, a Bologna dove c’è Bonaga, e a Torino che è la tua città.
«No, hanno aggiunto anche Napoli, Palermo, Verona e Viterbo. Ma io, sì, ho paura di stare da sola. Spero di farcela. Di notte prima di addormentarmi scrivo».
Se nessuno ti risponde ti posso scrivere io. Tu che scrivi?
«Lettere. Scrivo tantissimo. Ho scritto anche un giallo. E mando pure i messaggi sul telefonino».
Pubblichiamo qualche lettera?
«Dopo morta».
Il programma più bello che hai fatto in questi dieci anni?
«Galagoal e Macao. Ma la mia specialità sono gli Uno contro tutti da Costanzo».

La porto sull’argomento prediletto (da me, ma abbastanza anche da lei): l’amore. L’uomo ideale?
«Non ho la puzza sotto il naso».
Cioè?
«Non dev’essere né ricco né bello...»
Beh...
«Perché, Bonaga è ricco o bello?»
È affascinante.
«Appunto. Il mio uomo ideale è intelligente e spiritoso. E poi c’è la famosa pelle...»
Prego?
«No, non quella del divano. Intendo la chimica. Quella o c’è o non c’è, scatta subito».
Quindi io non ho speranza?
Sorride: «Chissà».
Allora ecco il mio numero di telefono: chiamami quando ti senti sola. Magari una sera, da Viterbo...

Mi ha già richiamato due volte. La prima voleva sapere se questo articolo avrà la copertina. La seconda, dopo cinque giorni, era già tornata in Sardegna. «Che coincidenza, anch’io vado spesso in Sardegna», le ho detto.
«Ma guarda, quando vieni?»
Presto...
«Vediamoci!»
Certo. Poi mi ha chiesto ancora se la sua foto andrà in copertina.

Alla fine l'ho richiamata io. Lei è in Sardegna, è stupita. Volo a Olbia. Mi faccio «soffiare» da un paparazzo il nome dello yacht su cui è ospite: Atlantica, dell'industriale Manuli. Affitto un canotto a Capriccioli, la «abbordiamo» (nel vero senso della parola) all'isola di Mortorio, di fronte a Porto Cervo. Il risultato lo vedete nelle foto di quest'articolo. In spiaggia, niente da fare. Ma alla fine, per educazione, ci fa salire sullo yacht.

Alba è in uno dei suoi (rari) momenti da single, tento il tutto per tutto. Al tramonto, eccomi con un'altra rosa rossa in mano davanti al suo residence di Porto Cervo, a cala Romantica (!) Lei è spiritosa, la butta sul ridere. La intercetto di nuovo mentre prende un aperitivo in Piazzetta, un'altra rosa smisurata, gliela offro in ginocchio. La gente assiepata per chiederle autografi mi applaude. In Costa Smeralda si sparge la voce della mia corte assidua, finisco nella rubrica mondana di Maramalda, sul quotidiano Unione Sarda...

Sono tornato a Milano, proprio mentre scrivo questo articolo Alba mi chiama. Batticuore. Vuole sapere di nuovo quali foto mettiamo. Ma io lo so che è soltanto una scusa.

Mauro Suttora

Friday, August 11, 2000

Intervista a Pannella: Mondo, Romiti, Scalfari

CHI È IL VERO EREDE DEGLI AMICI DEL MONDO: ROMITI, SCALFARI O PANNELLA?

di Mauro Suttora

Il Foglio, 2000

Cesare Romiti, presidente della Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera), ha riesumato assieme al direttore editoriale Paolo Mieli l’associazione «Amici del Mondo». L’omonima rivista economica rizzoliana non ha più nulla a che spartire con il glorioso settimanale fondato da Mario  Pannunzio nel 1949, e che per quasi vent’anni fu la bandiera della cultura laica in Italia. Rimane, tuttavia, il prestigio di un nome e di una tradizione che i nuovi promotori tenteranno di ravvivare.

Gli Amici del Mondo, in particolare, affiancarono il giornale organizzando, dal ‘55 al ‘60, dieci convegni che fecero storia nell’asfittico panorama culturale di allora, dominato dagli opposti integralismi dei democristiani bigotti e dei comunisti stalinisti.

Eccone i titoli: Lotta contro i monopolî, Petrolio in gabbia (1955); Processo alla scuola, I padroni della città (‘56); Atomo ed elettricità, Stato e Chiesa (‘57); Stampa in allarme (‘58); La crisi della sinistra, Verso il regime (‘59); Le baronie elettriche (‘60).

L’instancabile organizzatore dei convegni era Ernesto Rossi, colonna del settimanale, antifascista con 12 anni di carcere e confino sulle spalle (suo fu, con Altiero Spinelli, il «Manifesto di Ventotene», vangelo del federalismo europeo) e brillante polemista (inventò la definizione «Padroni del vapore» con cui bollò gli industriali privati monopolisti, protezionisti e in perenne ricerca di assistenza da parte dello stato).

I liberali di sinistra avevano il Mondo sul versante giornalistico. Su quello culturale agitavano le acque con i Convegni. Su quello politico nel 1955 ruppero con il Pli di Giovanni Malagodi infeudato alla Confindustria, e fondarono il Partito radicale: «Avete il potere? Malagodetevelo!», proclamarono andandosene l’ex segretario Bruno Villabruna, il conte Nicolò Carandini, l’ex ministro Leone Cattani, l’avvocato Mario Paggi e due ventenni: Eugenio Scalfari e Marco Pannella. A sua volta, con 40 anni di anticipo su Forza Italia il direttore Pannunzio precettò tutti i giornalisti e i collaboratori del Mondo facendoli iscrivere al nuovo partito, così come Silvio Berlusconi avrebbe arruolato i dirigenti di Publitalia. Ma con esiti ben diversi: alle politiche del ‘56 il Pr alleato al Pri di Ugo La Malfa ottenne un misero 1,4%. Prestigiosi ma pochi, insomma: anche il Mondo non vendette mai più di 80mila copie.

Ciononostante, oggi sono in molti a contendersi l’eredità ideale di quella lobby liberaldemocratica una e trina, che aveva sede proprio di fronte a Montecitorio, nell’ultimo palazzo di via Colonna Antonina: al secondo piano la redazione del Mondo, al terzo la sede radicale.

L’iniziativa di Romiti e Mieli, infatti, ha irritato Eugenio Scalfari, che si ritiene il continuatore unico e universale degli Amici del Mondo, e che sul suo Espresso ha tuonato: «Dubito che possano condividere, sia pure alla lontana, il lascito culturale degli "Amici del Mondo" nomi come quelli di Pellegrino Capaldo, Cesare Geronzi, Cesare Romiti, Lucio Rondelli, Letizia Moratti, Paolo Savona: degne persone, che meglio figurerebbero però nel consiglio di Mediobanca (molte ne fanno parte) o nell'Opus Dei o in una Fondazione dell'Assobancaria. Ernesto Rossi sarebbe perplesso d'una così eterogenea diffusione delle sue idee. E certi clericali a 20 mila carati legati a Comunione e Liberazione farebbero rivoltare nella tomba un laico rigoroso come Pannunzio. Qualcuno confonde le carte in maniera vergognosa. Basta ricordare che il laicismo, ai limiti dell'anticlericalismo, era la bandiera del nostro gruppo».

«Sette», l’allegato del Corriere della Sera di Romiti, ha replicato all’offensiva di Scalfari con un’intervista al giornalista Giovanni Russo, uno dei pochissimi Amici del Mondo presenti sia nella prima versione che nella seconda. E Russo, contrariamente a Paolo Sylos Labini che ha subito abbandonato polemicamente i nuovi Amici vista la preponderanza dei banchieri sugli intellettuali, ha difeso l’operazione romitiana.

Fra la «destra» di Romiti e la «sinistra» di Scalfari, proviamo a sentire cosa pensa di questa disputa Pannella, che sembra il più titolato a farlo. Fondatore del Partito radicale nel ‘55 e segretario dal ‘62, il Marco nazionale è stato infatti il più devoto discepolo di Ernesto Rossi fino alla morte: nel ‘67 al capezzale c’erano lui, Gianfranco Spadaccia e Angiolo Bandinelli. E quando morì Pannunzio, un anno dopo, i parenti non vollero Scalfari al funerale.

«Non mi interessano queste assurde polemiche sulle eredità contese», risponde il leader radicale, «il ripescaggio degli Amici del Mondo è un’operazione artificiosa e falsa».

Ma il primo convegno in programma, con una relazione di Alberto Ronchey, sarà sul finanziamento ai partiti: è un vostro cavallo di battaglia.

«Appunto. E a noi radicali, che ci battiamo contro il finanziamento pubblico da 26 anni, non è arrivato neanche un invito».

Pannella, come mai lei non ha scritto neanche un articolo sul Mondo? Eppure poi il giornalista lo ha fatto, è stato corrispondente per il Giorno da Parigi dal ‘59 al ‘62.

«Ogni sera, per tre anni, scendevo dalla sede del partito radicale al piano di sotto, in redazione. E Pannunzio, con quel suo sorriso da toscanaccio, mi diceva: “Pannella, scelga, faccia il giornalista invece che il politico: la ricetta per scrivere buoni articoli è espellere tutto l’Emile Zola che ci portiamo dietro, e metterci dentro al suo posto tanto Gustave Flaubert“».

Ma Pannella nella seconda metà degli anni ‘50 era già capo di tutti gli universitari italiani riuniti nell’Unuri (si misurava con i comunisti Luciana Castellina e Achille Occhetto, e con il socialista Bettino Craxi). E quando Scalfari, vicesegretario radicale, abbandonò il partito per entrare nel Psi nel ‘62, furono lui e Rossi a mantenerlo in vita.

«Ernesto Rossi già nel ‘53 scriveva che i sindacati erano ormai diventati così burocratici e succubi della grande industria, che conducevano una politica reazionaria. Altro che articolo 18! Se fosse vivo, oggi lui ne farebbe cento di referendum contro questi sindacati della “concertazione”».

Ma è veramente Scalfari l’erede principale della tradizione del Mondo?

«Eugenio è soltanto l’erede di se stesso. Lui nel ‘55 fondò l’Espresso con Arrigo Benedetti, e quando al Mondo un articolo veniva scartato perché considerato troppo sensazionalista, si consigliava all’autore di provare con l’Espresso. Fra i due settimanali c’era una leale concorrenza, i Taccuini di Dodo Battaglia sul Mondo polemizzavano sempre contro i cugini dell’Espresso... Ma, ripeto, non voglio entrare in queste dispute».

Poi però Pannella ci racconta per un’ora le vicende del Mondo, e intuiamo che la sua ritrosia è dettata soltanto dal pudore, oltre che dall’immenso orgoglio di avere per quasi mezzo secolo perpetuato le battaglie di quel partito radicale, il «braccio» politico del leggendario settimanale che stava al piano di sotto.

«Il vero motore del Mondo, dei convegni degli Amici e del partito radicale era Ernesto Rossi. Lui, così lieto di esistere, della letizia di un fanciullo, aveva previsto tutto: il corporativismo di stato, la mano pubblica che dà profitti a quella privata, il clientelismo. La sua battaglia contro la Federconsorzi dimostrò che non c’era stata alcuna rottura fra l’Italia di Mussolini e quella democristiana, cioè del fascismo democratico.
Esattamente come oggi non c’è rottura fra prima e seconda Repubblica: siamo solo al secondo tempo della prima. Eppure né Rossi né Pannunzio venivano considerati veri politici, neppure da certi radicali. Erano due borghesi con una qualità insolita per un borghese: il disinteresse per il denaro. Perché di denaro non avevano bisogno. Non avrebbero saputo come spenderlo. Il consumismo non era affar loro... E poi c’erano Mario Paggi, Mario Ferrara, Panfilo Gentile - fu lui e non Maranini a coniare il termine “partitocrazia... Non viene ricordato Alfredo Mezio, e l’altra colonna del Mondo, Giulia Massari, vivente e silente... Tutto il resto, compreso il bravo Giovannino Russo che grazie al Mondo si fece assumere al Corriere della Sera, era solo condimento».

I radicali degli anni ‘50 (fra i quali l’attuale ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro e il garante della Privacy nonché ex presidente del Pds Stefano Rodotà, oltre agli scomparsi Franco Libonati, Leopoldo Piccardi, Leo Valiani e Guido Calogero) hanno sempre sostenuto che il partito, dopo che negli anni '60 passò in mano ai giovani come lei, Spadaccia, Bandinelli e Massimo Teodori, divenne un’altra cosa.

«Ma non avremmo potuto concepire le battaglie per i diritti civili», risponde Pannella, «senza la vicinanza e l’esortazione costante di Ernesto Rossi. La vergognosa biografia di Peppino Fiori ha sfigurato la sua memoria. L’editore Laterza ha mandato al macero i suoi libri, da “I padroni del Vapore” agli atti dei convegni degli Amici del Mondo. Ma negli anni ‘60, quando eravamo considerati drogati, omosessuali, scostumati, avevamo sempre Rossi al nostro fianco. Fu lui a tenere per i radicali il discorso alla prima marcia antimilitarista Perugia-Assisi di Aldo Capitini, nel 1961».

E poi l’anticlericalismo: l’editore Kaos ha appena ristampato un libro di Ernesto Rossi, “Il Sillabo”, che sbeffeggia la dottrina cattolica utilizzando soltanto brani delle encicliche papali.

«Ernesto è morto l’8 febbraio ‘67, quando avevamo appena inventato insieme l’“anno anticlericale”, che a certi benpensanti sembrava tanto di cattivo gusto. Andammo in piazza San Pietro a chiedere divorzio, aborto e pillola. Ma lui scomparve pochi giorni prima di pronunciare il suo discorso alla manifestazione inaugurale al teatro Adriano di Roma l’11 febbraio, anniversario del Concordato. Sì, molti, allora come oggi, ci rimproveravano di sporcare un nome, quello del partito radicale, e una tradizione elegante ed austera. Anche Ernesto Rossi veniva giudicato da certi suoi amici una persona squisita, purissima, onestissima, bravo giornalista, ma che di politica non capiva nulla. Perché voleva l’abrogazione del Concordato, azioni di rottura, denunce dei compromessi contro i “padroni del vapore”».

Oggi, sorpresa, sono invece alcuni padroni del vapore a contendersi l’eredità di Ernesto Rossi. Curioso destino. Forse perché anche lui, come scrisse Arrigo Benedetti di Pannella, era «uno di quegli italiani seri nell’intimo che non temono di essere presi per buffoni».

Mauro Suttora

Tuesday, August 01, 2000

Le regine di Sardegna

Il capo dell'Anas si chiama Elisa, il direttore degli Sheraton è Lucilla, a far funzionare il porto di Olbia ci pensa Tiziana...
La Costa Smeralda ha un segreto: un manipolo di donne ai posti di comando

di Mauro Suttora

mensile Capital, agosto 2000

Anche quest'anno Porto Cervo e Porto Rotondo stanno facendo il pieno di vip e miliardari dall'intero pianeta. È un fenomeno unico al mondo, un pezzo di terra e mare che si sveglia soltanto per due mesi e consuma l'estate nel lusso più sfrenato, fra ville, feste e yacht.
Ma dietro, chi c'è? Chi sono le persone che fanno funzionare alla perfezione la Costa Smeralda, prezioso giocattolo che fattura centinaia di miliardi?
Capital ha scoperto che negli ingranaggi di questa collaudata macchina per le vacanze operano in posizioni chiave varie donne. Eccole.

Ristoranti
Rita Denza, ristorante Gallura

Re e principi, da Paola di Liegi a Juan Carlos, emiri arabi come Zaki Yamani e Al Waleed, attori di Hollywood, sportivi, politici, industriali: nei (pochi) tavoli del ristorante Gallura sono passati tutti i vip della Costa Smeralda negli ultimi 40 anni. E lei, Rita Denza, a 65 anni è sempre lì , cordiale e indaffarata fra la cucina e le due sale nel centro di Olbia.

"I miei genitori rilevarono il Gallura quando emigrarono da Napoli nel 1923", racconta la signora Rita, parente dell'autore di Funiculi' funicula' ,Luigi Denza. "Ho ereditato il ristorante da loro, ma sono un'autodidatta", si schermisce, "e mi limito a offrire ai clienti quello che i pescatori vendono a me al mattino. Non mi piacciono i prodotti surgelati, anche perché la Sardegna possiede tutto, tranne i salmoni: perfino le trote salmonate del Coghinas, oltre ad aragoste, ostriche selvagge, cozze, tartufi, cannolicchi..."

Strade
Elisa Boi, ingegnere Anas

Sorpresa: l'ingegnere capufficio della sezione Anas di Sassari è una donna. Elisa Boi, 30 anni, di Nuoro, si è laureata in ingegneria all'università di Cagliari e dirige i lavori sulle strade statali nel Nord della Sardegna. Adesso è impegnata con lo svincolo del porto di Olbia, croce e delizia non solo dei turisti in partenza e arrivo con i traghetti, ma anche dei personaggi che corrono da Porto Cervo e Rotondo verso l'aeroporto, e che a volte rimangono imbottigliati a Olbia.
Il viadotto risolverà ogni problema, permettendo alle auto dei traghetti di raggiungere direttamente la statale che porta verso Arzachena, Palau e la Costa Smeralda, senza interferire con il traffico locale.

"I lavori del viadotto sono a buon punto", assicura l'ingegner Boi, "è stata già aperta una corsia di collegamento diretto. Abbiamo subito un rallentamento perché sottoterra sono stati rinvenuti i preziosi resti di alcune navi romane: è il secondo ritrovamento più importante mai avvenuto in Italia. Ma speriamo di risolvere tutto al più presto".

Feste
Marella Giovannelli, giornalista

È lei la regina del gossip, l'arbiter elegantiarum delle feste che cullano fino all'alba i "costacei", ovvero i vip giunti in Sardegna per nuotare e farsi notare. Sotto lo pseudonimo di Beatrice Moss, implacabile, ogni giorno secerne trenta righe agrodolci sul quotidiano dell'isola, l'Unione Sarda, per dare la pagella agli eventi e ai vestiti esibiti la notte precedente.

Nata a Olbia, collegio alle Marcelline di Milano, la Giovannelli ha esordito come interprete simultanea in russo, francese e inglese. Dieci anni fa è tornata in Sardegna con il compagno imprenditore, Gianni Marzi: vivono tutto l'anno nella villa che fu di Claudia Cardinale a Porto Rotondo.
In gennaio si sono sposati, e Pietrangelo Buttafuoco l'ha inserita nel suo catalogo delle "donne notevoli d' Italia" sul Foglio, notando l'allusivo cartoncino d' invito alle nozze: "Marella e Gianni..."
Anche Gian Antonio Stella l'ha immortalata nel proprio ultimo libro, Chic, citando una sua sferzante descrizione di Daniela Santanché, pierre di An: "Impanata di paillettes..."

Alberghi
Lucilla De Luca, Ciga Sheraton

I malcapitati giornalisti che sperano in lei per carpire "soffiate" sugli ospiti eccellenti dei quattro alberghi Ciga Sheraton in Costa Smeralda (Cervo, Cala di Volpe, Romazzino e Pitrizza) non ottengono nulla, se non la sua gentilezza: la responsabile relazioni pubbliche della catena che gestisce Porto Cervo difende inflessibile la privacy dei vip.

Romana, 35 anni, Lucilla De Luca è approdata sulla Costa nel '95, e da allora è diventata quasi la factotum degli "americani" subentrati l'anno prima all'Aga Khan. Il suo compito principale: "destagionalizzare". Traduzione: attirare turisti anche fuori stagione. Ecco quindi regate veliche in ottobre, tornei di golf in primavera, congressi in gennaio, ritiri invernali per calciatori nordeuropei...

Traghetti
Tiziana Murgioni, portuale

Fra i 140 portuali di Olbia lei è l'unica donna: Tiziana Murgioni, 33 anni, single ("Sono allergica ai mariti"), sarda nata a Torino ma tornata nella sua isola a 19 anni. Comincia a lavorare alle cinque e mezzo del mattino, quando al terminal approda il primo traghetto, quello della Grimaldi. Poi arrivano le corse notturne di Tirrenia, Moby Lines, Sardinia ferries, e lei è lì sui piazzali fino alle due del pomeriggio a dirigere il traffico delle auto che sbarcano e si imbarcano.

Perché ha scelto un mestiere così maschile? "Ho lavorato per dieci anni alla Granisarda, una società per la spedizione del granito. Quando è entrata in crisi, mi hanno 'assorbita' nella Compagnia portuale".
Ma fa tutti i lavori che eseguono i maschi, o è esentata da qualcosa?
"Sono specializzata nella movimentazione delle automobili che arrivano senza guidatore: quelle nuove, a noleggio, in polizza..."

Aeroporti
Anna Maria Savoia, vicequestore Olbia

D'estate la vicequestore Anna Maria Savoia comanda 60 uomini. Pugliese, 40 anni, sposata con due figlie, è in Polizia dal 1988 e a Olbia dal '92. "Nei giorni di punta in agosto da Olbia transitano 50mila turisti", spiega. L' aeroporto d'estate diventa il piu' importante d'Italia per gli aerei privati: "In certi giorni ci sono più di cento movimenti, oltre ai voli di linea e ai charter".

Tutti i vip, anche quelli che poi vanno nei megayacht ancorati a Cala di Volpe, arrivano in aereo. La brutta novità, per loro, è che dall'anno scorso è chiuso l'eliporto di Porto Cervo per l'eccessivo rumore. Quindi niente trasferimenti in elicottero: anche Silvio Berlusconi e l'Aga Khan devono passare in auto per le forche caudine di Olbia, mettendoci a volte un'ora per coprire 40 chilometri.
Mauro Suttora


Thursday, July 27, 2000

Russia contro radicali all'Onu

IL DAVIDE PARTITO RADICALE SFIDA LA RUSSIA GOLIA ALL'ONU

Il Foglio, 27 luglio 2000

di Mauro Suttora

Davide contro Golia. La vicenda della grande Russia che pretende l’espulsione dall’Onu del minuscolo Partito radicale transnazionale è solo apparentemente balzana. Due le accuse di Mosca: avere fatto parlare in aprile il dirigente ceceno Akhiad Idigov alla Commissione Onu per i diritti umani di Ginevra, e incassare soldi da trafficanti di droga e armi. Sarebbe incredibile, per un partito dichiaratamente antiproibizionista e nonviolento. E non era mai successo, in più di mezzo secolo di vita dell’Onu, che uno Stato attaccasse così a fondo una Ong (Organizzazione non governativa): neanche ai tempi della guerra fredda. Cosicché Le Monde venerdì scorso liquidava la questione con il titolo: «La Russia cerca di soffocare le voci di dissenso sulla Cecenia».

Non è detto, però, che non ci riesca. Perché il ruolo conquistato dai radicali durante gli ultimi cinque anni nel prestigioso consesso di New York è lo stesso giocato da 40 anni in Italia: quello dei rigorosi, strenui, provocatori ma preziosi rompiballe. Nel 1995 hanno ottenuto lo status di Ong di prima categoria: il più importante, concesso soltanto a una sessantina di organismi al livello di Croce Rossa, Caritas e Lega Islamica.
La seconda categoria è invece quella delle organizzazioni che hanno competenza in aree specifiche (come Amnesty International per i diritti umani, o Greenpeace nell’ecologia). In cambio, il Pr si è impegnato a non presentarsi più in elezioni italiane. Poco male: è stato sostituito dalle liste Pannella e Bonino. Ma è comunque la prima volta al mondo che un partito politico si tramuta in Ong.

Il debutto radicale all’Onu, il primo agosto 1995, nella «Sottocommissione per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze», avviene regalando la parola a Isak Chishi Swu, presidente dei Naga, un popolo perseguitato di tre milioni di persone al confine fra Cina, India e Birmania, ai quali nel 1947 Gandhi aveva incautamente promesso l’indipendenza.

Da allora i radicali hanno portato lo scompiglio nelle moquettate e ipocrite sale delle Nazioni Unite, dove tutti iniziano i loro educati discorsi con un politicamente correttissimo «Mister chairperson» (per non discriminare fra men e women). Hanno installato un loro ufficietto a Manhattan, proprio di fronte al Palazzo di Vetro. E hanno offerto la parola ai dissidenti di tutto il mondo, senza sottilizzare troppo sulle buone ragioni di ciascuno: una specie di «diritto di tribuna», un po’ come faceva Marco Pannella trent’anni fa quando firmava i giornali extraparlamentari, da Lotta Continua a Re Nudo, permettendone così la pubblicazione pur non condividendone i contenuti.

Per questa difesa «a priori» delle minoranze la vedova russa del Nobel Andrei Sacharov, Elena Bonner, oggi appoggia i radicali. Dall’Irak al Sudan, dall’Indonesia (per Timor Est) all’Ucraina (tatari di Crimea), decine di Stati del Terzo mondo - ma anche del secondo e del primo - in deficit di democrazia, si sono sentiti accusare pubblicamente, con toni raramente utilizzati in precedenza da autorevoli ma felpat e organizzazioni come Amnesty International.

Nel mirino dei pannelliani sono finite in particolare Cina e Russia, la prima per la repressione dei dissidenti e dei tibetani, la seconda a causa della guerra in Cecenia. La Campagna a favore del Tibet e del Dalai Lama è stata addirittura una delle quattro priorità del partito radicale transnazionale dal '95 a oggi, assieme a quelle contro la pena di morte («Nessuno tocchi Caino»), per la nascita del Tribunale penale Onu («Non c’è pace senza giustizia») e per il Kosovo.

Fino all’anno scorso l’uomo dei radicali all’Onu è stato il triestino Marino Busdachin (oggi c’è Marco Perduca), che i russi conoscono bene: prima di trasferirsi a New York, infatti, Busdachin è stato per anni il rappresentante radicale in Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. I rapporti fra il Pr e i governi di Mosca (comunisti o postcomunisti che fossero) hanno costantemente variato dal burrascoso al plumbeo.

Perfino ai tempi del Vietnam, infatti, gli antimilitaristi radicali finivano nelle galere italiane come obiettori di coscienza, ma di fronte ai vietcong comunisti tenevano a distinguersi dal resto del Movimento della pace, egemonizzato dal Pci e dai gruppuscoli marxisti: si limitavano ad appoggiare i bonzi che si bruciavano a Saigon, invocando inutilmente una «terza via» neutrale fra Usa e Hanoi. 

Nel '68, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, Pannella corse a farsi arrestare a Sofia (Bulgaria), assieme agli aderenti della War Resisters International di Bertrand Russell. E anche dal '79 all'85, in piena bagarre pacifista contro i missili nucleari di Comiso (Ragusa), i radicali si tennero fuori dai cortei che chiudevano gli occhi sugli SS20 filosovietici.

Uno strenuo anticomunismo «da sinistra», insomma, che culminò nell’urlo pannelliano dell’84: «Mosca delenda est!» (mentre Washington era soltanto «mutanda ac servanda»). Così nel ‘90, appena la perestroika gorbacioviana lo permise, il Pr già «transnazionale» (e con il nuovo simbolo di Gandhi che aveva rimpiazzato la rosa nel pugno) aprì subito una sede a Mosca, che diventò la base degli obiettori di coscienza russi.

L’impegno radicale in Russia culminò nel '95 con un congresso internazionale antimilitarista a Mosca, organizzato assieme all’Associazione delle madri dei soldati (diciottenni di leva scaraventati a morire in Cecenia) e finanziato dalla Fondazione Soros. Scopo: legalizzare il servizio civile. Davanti a centinaia di partecipanti, il radicale russo Nikolai Kramov (obiettore con anni di carcere sulle spalle) disse, buon profeta: «La guerra in Cecenia, in corso dal '91, andrà avanti e si moltiplicherà fino a quando i veri padroni del nostro Paese rimarranno i militari».

I radicali hanno pagato anche un prezzo di sangue per le loro attività in Russia. Sei anni fa il dirigente italiano Andrea Tamburi è stato colpito a morte da sconosciuti a meno di cento metri dal commissariato centrale di Mosca, ed è deceduto tre giorni dopo in un ospedale, registrato sotto altro nome. L’anno dopo è stato aggredito e ferito alla testa Kramov, poi Sergej Vorontsov, iscritto radicale russo. Infine, trauma cranico e fratture multiple per l'anziano scrittore Valentin Oskotskij, membro della Commissione per la Grazia presso la presidenza della Federazione Russa, dell'associazione "Nessuno tocchi Caino", nonché direttore della rivista Literaturnye Vesti e docente alla facoltà di giornalismo dell'università di Mosca. Nessuno degli aggressori (appartenenti probabilmente ai servizi segreti, dei quali l’attuale presidente russo Vladimir Putin era dirigente) è mai stato arrestato.

L’altra bestia nera dei radicali all’Onu, oltre alla Serbia di Slobodan Milosevic, è la Cina. Ospite del Pr, il massimo dissidente cinese Wei Jingsheng ha preso la parola più volte per accusare il suo governo: l’ultima volta lo scorso 17 aprile a Ginevra, alla Commissione dei Diritti umani. Il 4 giugno 1999 i radicali sono stati gli unici in Italia a ricordarsi del decimo anniversario della strage di Tien an men, con una protesta di fronte all’ambasciata cinese a Roma. E notevole imbarazzo hanno sempre causato gli incontri ufficiali «strappati» dai radicali a palazzo Chigi e al Quirinale per il Dalai Lama.

Sfortunatamente per il Pr, la Cina è attualmente uno dei 54 membri (a rotazione triennale) dell’Ecosoc, il Consiglio economico e sociale dell’Onu nel cui ambito lavorano le Ong. E quindi si schiererà sicuramente contro i radicali, assieme a Bielorussia, Cuba, India, Indonesia, Vietnam e Sudan, oltre ovviamente alla Russia. Ma all’Onu votare non «fa fino», viene considerato un trauma, si preferiscono sempre le decisioni prese «per consenso». I radicali invece insistono: «Meglio dividerci, confrontarci. E anche scontrarci».

Il Pr è forte per il prestigio personale di Emma Bonino, che bazzica l’Onu dal '79. Da quando, cioè, iniziò la crociata di Pannella contro la fame nel mondo. La Bonino ormai, dopo vent’anni nell’Europarlamento e un quadriennio trionfale da commissario Ue per i diritti umani, dà del tu a Henry Kissinger e al gotha della diplomazia internazionale. Grazie a lei è nato il Tribunale Onu per i crimini in Jugoslavia, e sta nascendo quello permanente. Da tempo la Bonino è in corsa per una poltrona di peso in àmbito Onu.

Ma c’è un altro italiano con il grado di direttore generale, oggi all’Onu: il sociologo Pino Arlacchi, già senatore ulivista (lasciò il suo posto ad Antonio Di Pietro), che guida dal '97 l’Ufficio per il controllo della droga a Vienna. Cioè proprio l’organismo contestato più di ogni altro dal Pr, che non condivide il proibizionismo adottato dall’Onu in materia. Ogni volta che a Vienna c’è un dibattito sulla droga, i radicali prendono la parola per contestare Arlacchi: «Dal ’97 la produzione di droga nel mondo è aumentata», constatano, «e nell’Afghanistan dei talebani da lui lautamente finanziati è addirittura raddoppiata: oggi Kabul fornisce il 75 per cento dell’oppio mondiale». 

In effetti, la strategia Onu di offrire ai coltivatori di oppio e coca incentivi finanziari per cambiare produzione ha funzionato soltanto in Perù e Bolivia («Ma narcotizzando il mercato, che crollerebbe appena l’Onu non pagasse più», obiettano i radicali), e non in Birmania e Colombia. E questo ci porta alla seconda, inverosimile accusa lanciata contro i radicali: quella di essere finanziati dai grandi spacciatori di droga. 

Finora Mosca non ha sostanziato le sue contestazioni. Ma è facile immaginare che si riferisca anche all’appoggio dato dal segretario del Pr, il belga Olivier Dupuis (eletto europarlamentare un anno fa nella Lista Bonino), ad alcuni membri del «Consiglio andino dei produttori di coca». Maruja Machaca, Evo Morales e Roger Rumrill erano infatti finiti in prigione in Bolivia nel '95, dopo un tour europeo in cui avevano proposto la depenalizzazione della coltivazione della coca come alternativa allo sradicamento coatto effettuato dai raid militari. Dupuis scrisse al presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada, chiedendone la scarcerazione. 

Ma quella era un’iniziativa alla luce del sole. Ed è da trent’anni che i radicali contestano in ogni sede il proibizionismo sulle droghe. Lo sapeva anche la Russia, quando nel '95 votò sì all’ammissione del Pr all’Onu.
Mauro Suttora 

Friday, May 19, 2000

Libertari: destra o sinistra?

LIBERTARI

di Mauro Suttora 
Il Foglio, maggio 2000

I libertari sono di destra o di sinistra? Si sta sviluppando in Italia, con un quarto di secolo di ritardo rispetto agli Usa, il dibattito sulle libertà individuali. Ma, contrariamente a ciò che pensano Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione, i libertari italiani del Duemila si ritrovano più a destra che a sinistra. E così nascono come funghi gruppi di anarco-capitalisti, libertari della Lega, libertari radicali, libertari per il libero mercato...

A Milano, in concorrenza alla libreria Utopia di largo La Foppa, regno degli anarchici storici di «A-rivista anarchica» e della rivista «Libertaria», è nata la libreria Libertaria di Fabio Massimo Nicosia, capofila dei «free market libertarians» che hanno come esponenti italiani i professori Raimondo Cubeddu dell’università di Pisa, Carlo Lottieri e Marco Bassani.

Accanto alla tradizionale casa editrice Eleuthera (anarchici di sinistra) prosperano le edizioni Liberilibri di Macerata (libertari di destra, hanno pubblicato l’opera di David Friedman, figlio del Nobel Milton) e l'editore anarcoleghista Leonardo Facco di Treviglio (Bergamo).
Il Saggiatore ha appena ristampato il classico del 1974 dell’harvardiano Robert Nozick «Anarchia, stato, utopia», ma i libertari/liberisti italiani si rifanno più alla scuola «austriaca» (Carl Menger, Ludwig Von Mises, il Nobel Friedrich Von Hayek e il loro discepolo americano Murray Rothbard, ripubblicati da Liberilibri, Rubbettino e Ideazione di Domenico Mennitti, ex An).

Il «Circolo» milanese di via Marina, che fa capo a Marcello Dell’Utri (Forza Italia) riempie la sua sala con le conferenze organizzate da Massimiliano Finazzer Flory: accanto al filosofo Giulio Giorello discettano sul libertarismo di mercato (privatizzazioni, droga, diritti individuali) esponenti anarchici come Pietro Adamo e radicali come Angiolo Bandinelli e Iuri Maria Prado. Il professor Sergio Ricossa, maitre-à-penser dei liberali italiani, si dichiara apertamente e non provocatoriamente «anarchico». Si moltiplicano interessanti riviste (Enclave a Bergamo, Elite a Napoli) e vivaci siti Internet (radicali.it, libertari.org, i veneti di Libertarissima, i leghisti di Padania libera, liste di discussione italiane sul sito Usa onelist.com), con chat lines affollate da saputi e tignosi ventenni.

Quale sarà lo sbocco politico di tutto questo ribollire in ambito culturale, universitario e di filosofia politica ed economica? Che paradossalmente diventi proprio la tendenza libertaria il mastice giovanile e «militante» di un nuovo Polo allargato a Lega e alla lista Bonino, in contrapposizione al conservatorismo catto-statalista di destra e sinistra?

«Per dire se i libertari sono di destra o di sinistra bisogna prima definire i termini “libertario”, “destra” e “sinistra”», premette il professor Angelo Panebianco. E non dice un’ovvietà, perché attorno al significato stesso di queste tre parole il dibattito è apertissimo. «I libertari sono dei liberali estremisti, come gli anarcoliberali della scuola di Chicago di Friedman non accettano lo Stato nemmeno nella qualità di “male necessario”, e vogliono limitarlo fino a farlo scomparire. Sono fautori di una distruzione della sfera pubblica in quanto tale, e di una privatizzazione integrale. Quanto alla distinzione fra destra e sinistra, mentre oggi in Italia lo statalismo è presente in entrambe, per il liberalismo questo è già più difficile. Ma, così com’è sempre stato impossibile collocare gli anarchici sull’asse destra-sinistra, anche per i libertari c’è questa difficoltà».

Secondo la famosa definizione di Von Hayek i liberali si collocano al terzo lato di un triangolo i cui altri due lati sono occupati da socialisti e conservatori. È uno schema che si può applicare anche all’Italia, con i radicali «terzo polo» fra Centro-sinistra e Centro-destra? «Veramente certi libertari americani considerano perfino Hayek un pericoloso statalista», spiega Panebianco. «Quanto ai nostri radicali, non sono dei “libertarians” in senso proprio, perché non hanno mai considerato la politica come un àmbito che va distrutto, a beneficio del mercato. Anzi, tutta la storia di Marco Pannella testimonia il primato della politica. Le posizioni liberiste in economia della lista Bonino, poi, sono quelle dei liberali classici, e non mi sembrano affatto estremiste: i radicali italiani, per esempio, non parlano di privatizzare le prigioni, come chiedono i libertari».

Quindi l’ondata di libertarismo è confinata al dibattito accademico? «Sicuramente dopo la caduta del Muro di Berlino il pensiero liberale, comprese le sue versioni libertarie più spinte, ha dominato la scena mondiale», dice Panebianco. «Non così in Italia. Però oggi anche da noi un ventenne destinato a una carriera intellettuale è più attratto dai pensatori liberali che non da quelli marxisti che monopolizzavano la scena venti o trent’anni fa».

Quasi quarant’anni fa, nel 1962, Pannella diventò segretario radicale e puntò sui temi libertari per rivitalizzare un partito che fino ad allora era soltanto liberale, anche se propugnatore delle «aperture a sinistra». «Pannella recuperò dalla grande tradizione anarchica l’anticlericalismo e l’antimilitarismo, due parole vietate dalla cultura dello Stato etico, fosse esso fascista, cattolico o comunista», spiega Angiolo Bandinelli, già segretario e parlamentare del Pr. «L’anticlericalismo sfociò nella legge sul divorzio del ‘70 e nella vittoria del referendum quattro anni dopo, l’antimilitarismo nella legalizzazione dell’obiezione di coscienza al servizio militare conquistata nel '72».

In quegli stessi anni nascono anche i «libertarians» americani, sull’onda del rifiuto della coscrizione obbligatoria per il Vietnam. «E all’inizio si collocavano nell’ambito dell’estrema sinistra», dice Nicosia, che sta per pubblicare «Il sovrano occulto» da Franco Angeli, «perché allora la destra negli Stati Uniti era statalista. Fu solo più tardi, con l’avvento di Ronald Reagan e con l’influenza di Milton Friedman, che i repubblicani si convertirono allo slogan “meno Stato”».

I libertari americani hanno come punto di riferimento Henry David Thoreau. Quelli europei, invece, Pierre-Joseph Proudhon, con il suo celebre motto «la proprietà è un furto». Niente di più diverso, e questa differenza si riverbera ancor oggi sui movimenti dei due continenti. 

«Noi anarchici siamo di sinistra, se per sinistra si intende l’obiettivo dell’uguaglianza, della libertà e l’esaltazione della diversità», sostiene Luciano Lanza, direttore della neonata rivista «Libertaria» dopo aver fondato «A-Rivista anarchica» nel ‘71 e avere diretto il trimestrale «Volontà» dal 1980 al ‘96. «Ma non siamo di sinistra se per sinistra si intende quella oggi egemone, cioè statalista. Insomma, è corretto dire che l’anarchismo non è né di destra né di sinistra, perché la sua dimensione si realizza in un al di là della politica come viene comunemente intesa, cioè lotta per la conquista del potere».

«Anche gli anarco-capitalisti rifiutano la politica parlamentare», precisa Nicosia, «perché intendono rimpiazzarla con il libero mercato basato sul diritto di proprietà». «Ma risolvere la politica nell’economia è quanto di peggio possa succedere», obietta Lanza. «La nostra non è certo una posizione conservatrice», ribatte Nicosia, «anzi è rivoluzionaria, perché un vero libero mercato spazzerebbe via tutti gli interessi consolidati monopolistici e oligopolisti del grande capitalismo familiare e mafioso italiano». 

In polemica con il protezionismo della Confindustria perfino un acceso liberista come il radicale Ernesto Rossi 40 anni fa si schierò per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. «Ma era una contraddizione solo apparente», lo giustifica Bandinelli, «perché una delle principali caratteristiche dei radicali italiani è sempre stata il pragmatismo anglosassone, estraneo alla tradizione idealistica e ideologica italica».

Niente totem né tabù, insomma, e così il partito radicale, diventato il principale interprete del libertarismo nostrano, conclude nel 1981 la stagione delle lotte per i diritti civili con il referendum sull’aborto. Ma c’è un filo rosso che collega i diritti di libertà personale degli anni Settanta a quelli economici degli anni Novanta l’antiproibizionismo, ovvero la quintessenza del libertarismo. «E la sinistra non è mai stata antiproibizionista, né allora né oggi», attacca Nicosia, «perché per esempio, nonostante tutte le posizioni per la legalizzazione della droga dei Ds o del ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, gli statalisti hanno sempre in mente un “servizio pubblico” che deve proteggere il “povero“ cittadino, come i drogati da assistere tramite i burocrati dei Sert in alternativa all’internamento nelle comunità terapeutiche».

«Ma ormai abbiamo così introiettato il diritto dello Stato a intromettersi nei nostri affari privati, con la scusa di “proteggerci”, che accettiamo il casco obbligatorio per i motociclisti, e i tifosi non possono neanche più urlare quello che vogliono negli stadi», si ribella Aldo Canovari di Liberilibri. Così i libertari rispondono con provocazioni «Privatizziamo il chiaro di luna», è per esempio il titolo di un libro di Lottieri, il quale sostiene l’ardita tesi secondo la quale il liberismo spinto sarebbe la migliore ricetta anche per l’ecologia.

parte finale non pubblicata dal Foglio:

«Ma queste rischiano di essere dispute astratte fra professori universitari», taglia corto Bandinelli. Che sintetizza «Oggi gli unici coerenti sono i radicali, libertari sia sul versante dei diritti individuali economici, sia su quello dei diritti della persona, sulla scia del socialismo umanista pre-marxista che rivendicava il diritto di ciascun individuo a essere uomo libero».

Risultato: la lista Bonino è vista con il fumo negli occhi sia dalla sinistra, che li accusa di «liberismo selvaggio», sia dalla destra cattolica che invoca il «diritto alla vita». Per non parlare delle posizioni stataliste-corporative, presenti in egual misura nella sinistra sindacale e nella destra populista che difende i commercianti, i taxisti e perfino la centrale del latte di Roma. 

«Trent’anni fa abbiamo conquistato la libertà di divorziare per i coniugi che non si amano più», protestano i radicali, «oggi con il referendum contro il reintegro intendiamo ottenere la libertà di divorzio anche nel mondo del lavoro». Ma sinistra e destra rispondono all’unisono «Troppa libertà, cari libertari».
Mauro Suttora

Saturday, April 22, 2000

Il Castello d'Oria (Brindisi) e i Martini Carissimo

STORIA DELLA FAMIGLIA MARTINI CARISSIMO E DEL CASTELLO D’ORIA (BRINDISI)

di Mauro Suttora

Milano, aprile 2000



Introduzione

Centinaia di migliaia di visitatori, attratti dall’esposizione nel Duomo di Milano del grandioso ciclo pittorico dei «Teleri della vita del beato Carlo e dei quadri dei miracoli di san Carlo», hanno letto la didascalia che, sull’attiguo pilone, illustra una grande tela dipinta da Gian Battista Crespi detto il Cerano: «Vende il principato d’Oria per il prezzo di 40 mila scudi i quali incontinente distribuisce ai poveri».

Oria? E dov'è mai questo paese, sede di un principato? E perché san Carlo Borromeo fu il suo signore? Domande legittime, perché gran parte dei milanesi ignora un antico, anche se breve, legame che un tempo unì la metropoli lombarda alla terra di Puglia.

Come gran parte delle città e dei borghi pugliesi, anche Oria ha radici lontane, risalenti alla civiltà messapica. Rifiorì nel Duecento sotto Federico II, al quale si deve il castello a pianta triangolare, che accoglie nel cortile interno la cripta dei santi Cristante e Daria (sec IX), forse appartenente alla prima cattedrale.

Oria era un piccolo ma ricco principato, a 35 chilometri da Brindisi, al centro di un fertile entroterra, che dopo varie vicissitudini nel 1562 venne dato dal re di Spagna al conte Federico Borromeo. Questi, defunto dopo pochi mesi, lasciò in eredità il principato al fratello minore Carlo, cardinale e arcivescovo di Milano.

La morte del fratello turbò profondamente Carlo, già ai vertici degli onori presso la Curia romana: da quel momento iniziò a dedicarsi «apertamente e decisamente al disprezzo completo di questa vita e a quella sacra disciplina di più severa condotta, che da tempo si era affacciata alla mente», come scrive il suo biografo Carlo Bascapè.

Preso possesso dell’arcidiocesi milanese nel 1565, ben presto il contatto con la popolazione portò l’arcivescovo Carlo a immedesimarsi nella grave miseria in cui versava gran parte del suo gregge. Scelta per sé una vita di assoluto rigore - vesti povere, digiuni e penitenze - , man mano destinò i suoi molti averi ai bisognosi e agli appestati.

Tra queste benemerite azioni, la vendita del principato d’Oria nel 1567 ha un posto rilevante. Ecco come descrive il munifico gesto un altro suo biografo, G. P. Giussano:
«E poi vendé il suo Prêcipato d’Oria nel Regno di Napoli per quaranta mila scudi, e nel far il compartimento per darli parimenti a simili luoghi bisognosi, Môsignor Cesare Specciano, che all’hora era Preposito della casa, errò di due mila scudi, che aggiunse di più, e dicêdolo al Cardinale, per ritirarli indietro, gli rispose che non occorreva, poiché era errore molto giovevole a poveri, e così in un sborso solo fece limosina di quarantaduemila scudi».

Un episodio che unisce terre e popoli lontani, e che sottolinea l’animo generoso e la santità di un vescovo tanto caro ai milanesi, ma che ha forse qualche tito lo per farsi ricordare e amare anche dalla popolazione di Oria.

Architetto Ernesto Brivio, storico della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano

Cerano: San Carlo vende il principato d'Oria (Duomo di Milano)


L'ORIGINE DELLA FAMIGLIA CARISSIMO

Tutto cominciò con il cavaliere bolognese Gesualdo Storletti. Quando egli partì verso le Crociate in Terra Santa, si fregiò il petto di una croce d’oro in campo rosso per testimoniare la sua fede religiosa, e sotto vi aggiunse la parola «Carissima». Gesualdo tornò a Bologna vittorioso nel 1222, e in seguito suo figlio Giovanni, in segno di devozione, abbandonò il cognome Storletti per quello di Carissima.

Com’è successo per molti casati, nel corso dei secoli il cognome si modificò: dalla forma originaria di Carissima si passò al Carissimi, e infine all’attuale Carissimo. Si verificò anche una dispersione geografica in tutta Italia, perché la famiglia da Bologna si estese in Sicilia, a Parma e a Benevento.

I CARISSIMO A TRAPANI

Il primo a recarsi a Palermo, allora fiorentissima sede dell’imperatore Federico II, fu Pascotto Carissima. Da lì nel 1248 Pascotto si trasferì a Trapani dove gli nacque un figlio, Tomeo, padre a sua volta di Pirrone.

Pirrone ebbe sei figli. L’unica femmina, Smeralda, si sposò nel 1349 con Palmerio Spinola, gentiluomo genovese residente a Trapani, e generò un altro Palmerio, che troviamo «giurato» a Trapani nel 1409 assieme al cugino Tommaso Carissimo.

Gli altri fratelli di Smeralda dal 1392 aiutarono re Martino d’Aragona a domare i baroni ribelli, e furono ricompensati con feudi: quelli di Calatafimi e Sant’Ippolito andarono ad Antonio Carissimo, mentre le isole Egadi (Favignana, Marettimo e Levanzo) finirono ad Aloisio assieme alle tonnare di San Niccolò e San Leonardo.
Le concessioni furono confermate da re Alfonso V d’Aragona a Melchiorre Carissimo, figlio di Aloisio, nel 1445. Ma nel 1516 questo ramo si estinse, per la morte dell’unico erede maschio.

I CARISSIMO A BENEVENTO

Contemporaneamente ai Carissimo siciliani, ecco Pietro e Giovanni Carissimo, soldati così valorosi del regno di Napoli da ricevere in ricompensa alcuni feudi nel Beneventano da parte del re francese Carlo d’Angiò (1266-1285), fratello del re di Francia.

Al 1350 risale un documento che attesta la presenza in Benevento città del cavalier Giacopo Carissimo. Un suo discendente, Bartolomeo, sposò Beatrice, figlia del principe Morra della stessa famiglia di papa Gregorio VIII. Rimasto vedovo, Bartolomeo si risposò con Prudenzia Visconte contessa di Mirabella. Dal nuovo matrimonio nacque Giannantonio, che nel 1557 era Governatore del tempio della SS.Annunziata a Benevento.

I CARISSIMO A PARMA

Il ramo parmense dei Carissimo è presente in città dalla seconda metà del XIV secolo con Paolo, che fu consigliere generale nel 1387. Il ricordo dell’illustre casato è perpetuato nella toponomastica cittadina con l’intitolazione del borgo dove sorgeva il palazzo Carissimo, sovrastato da una torre: diritto allora concesso soltanto a pochi nomi dell’alto patriziato.

Della famiglia restano la tomba con epigrafe di Pirro, capitano che servì valorosamente lo Stato di Milano, nella chiesa di Santa Cristina a Parma (1480). Inoltre nel bellissimo Duomo (all’interno del quale ottennero il diritto di sepoltura) troviamo le lapidi di Battista Carissimo (morto nel 1598), di Pietro Maria e di Vincenzo , scolpite dal D’Agata.

Un altro Carissimo, il nobile magistrato Alessandro, fece da modello per Leonardo da Vinci quando questi dipinse il suo capolavoro, l’Ultima Cena di Santa Maria delle Grazie a Milano: il Codice Forster II attesta che la mano di Cristo era la sua. Ottaviano, capitano di cavalleria, guidò nel 1551 una spedizione contro Pico della Mirandola.

Tra le religiose ricordiamo Sandrina e Cabrina, che nel ‘500 furono Badesse di Sant’Ulderico di Parma. Ma anche questa famiglia si estinse verso la fine del Seicento per mancanza di eredi maschi, dopo aver goduto per vari secoli gli onori di vari uffici e cariche nobiliari.

IL CASTELLO DI ORIA

Per una coincidenza quasi magica della storia, qualche anno prima che Pascotto Carissimo giungesse da Bologna a Palermo, presso la corte di Federico II di Svevia, quest’ultimo durante uno dei suoi frequentissimi viaggi si era recato in Puglia, e fermandosi a Oria nel 1222 aveva ordinato la costruzione di un castello. Hanno così inizio due vicende parallele, quelle della famiglia Carissimo e del castello di Oria, che si incroceranno soltanto sei secoli dopo.

Oria si trova nel centro della penisola Salentina, lungo la via Appia che nel suo ultimo tratto collega Taranto a Brindisi, e il mar Jonio all’Adriatico. La leggenda racconta che sia stata fondata attorno al Mille avanti Cristo da un gruppo di soldati cretesi reduci da una spedizione in Sicilia, e approdati in Puglia dopo una tempesta.

La posizione geografica centrale di Oria le ha fatto subìre nel corso dei secoli innumerevoli assedi (compreso quello di Annibale), battaglie (come quella fra Ottaviano e Marco Antonio durante la guerra civile) e saccheggi (da parte di goti, longobardi e saraceni). Il luogo dove l’imperatore Federico II fece costruire il castello svevo è quello di un’antica acropoli dei messapi, i primi abitanti della Puglia. Alcuni resti delle mura messapiche sono sepolti sotto il castello.

Ai tempi di Roma su quel colle sorgeva il tempio di Saturno, che nel 58 dopo Cristo fu trasformato in chiesa cristiana da Sant’Oronzo. Nell’880 il vescovo Teodosio vi eresse la chiesa dei santi Crisante e Daria, di cui esiste ancor oggi l’ipogeo nel cortile del castello, ai piedi della torre del Salto.

Il castello ha pianta triangolare, con il vertice orientato verso Nord. Lunga 103 metri e larga 68, la costruzione è imponente per la sua vastità, per l’altezza (166 metri sul livello del mare) e per i suoi muraglioni larghi quattro metri, che raccolgono una piazza d’armi con una capienza di cinquemila persone.

Su una delle torri, rotonde e altissime, fa mostra di sè ancor oggi l’aquila degli Imperiali marchesi di Oria e principi di Francavilla, che furono gli ultimi feudatari fino alla fine del Settecento. Federico II ordinò la costruzione di numerosi castelli nel suo regno sia per esigenze di difesa esterna, sia per controllare meglio le eventuali rivolte popolari. Soggiornò spesso in quello di Oria anche dopo l’inaugurazione, cui prese parte, nella primavera del 1230.

Quando l’imperatore muore nel 1250, l’erede è suo figlio Corrado. Ma il principato di Taranto, che comprendeva Oria, andò al figlio naturale Manfredi. E quando Oria, assieme a tutte le città della Puglia meridionale (Brindisi, Taranto, Lecce, Otranto, Mesagne) nel 1255 gli si ribella, ecco che il castello subisce il primo dei suoi numerosi assedi.

IL PRIMO ASSEDIO

Sotto la guida di Tommaso d’Oria, uno dei migliori comandanti dell’epoca, gli oritani rinchiusi nel castello fecero fronte alle truppe dell’imperatore per mesi, sventando anche un tentativo nemico di penetrazione attraverso un cunicolo sotterraneo, finché Manfredi non dovette togliere l’assedio per andare a fronteggiare l’esercito del Papa che era entrato in Puglia.

Clamoroso fu anche l’inganno con il quale Tommaso d’Oria riuscì a uscire dal Castello, grazie a un salvacondotto concesso dall’imperatore convinto che il suo avversario volesse recarsi a Brindisi per trattare la resa. Invece l’indomito capitano ne approfittò per incitare i brindisini a mandargli aiuti, e poi tornò a chiudersi nel castello.

Ma l’imperatore non poteva permettere che un simile schiaffo restasse impunito, anche perché aveva bisogno di impressionare i baroni, che non gli furono mai fedeli. Così, vinte le truppe papaline, Manfredi dispose un secondo assedio con forze ancora più numerose. Ma fu il tradimento dei brindisini e non la resa di Tommaso d’Oria a far entrare l’esercito imperiale nel castello. Il giorno dopo il corpo del valoroso comandante penzolava appeso a uno spalto.

LA PRINCIPESSA MARIA D’ENGHIEN

Nel 1403 le mura del castello d’Oria assistettero mute al dramma della principessa Maria d’Enghien. Vedova del principe di Taranto Raimondello Orsini, preferiva vivere a Oria anziché a Taranto. E si trovava proprio nel castello quando ricevette la proposta di contratto di nozze che le offriva Ladislao d’Angiò-Durazzo, re di Napoli dal 1400.

Lei all’epoca aveva trent’anni, era bella, i suoi possedimenti erano vasti e il popolo l’amava (non capitava spesso ai governanti, né allora né oggi). Ladislao non poteva vincere con la forza, e allora cercò le vie del cuore con l’attraente vedova. La sventurata disse sì, e lui subito le fece recapitare l’anello nuziale nel castello d’Oria. Ma poi rimase deluso riguardo ai tesori di Raimondello, che sperava fossero maggiori. Così imprigionò la povera Maria d’Enghien nella residenza di Castelnuovo a Napoli.

Soltanto trent’anni più tardi, dopo la morte di Ladislao (1414) e di sua sorella Giovanna II che gli era subentrata come regina di Napoli (1435), Maria potè riacquistare la libertà. Sua figlia Caterina divenne moglie di Tristano di Chiaramonte e solo allora, dopo una vita di espiazioni e di pianto, a sessant’anni, riuscì a tornare nel Salento e a rivedere il suo amato castello d’Oria. Quel castello dov’era stata felice da giovane, dove aveva sentito l’ansia di un’ambizione nascente e di una vanità che le proveniva dall’età, dalla bellezza e dai vasti possedimenti.

Pochi anni più tardi, nel 1440, il castello d’Oria ospitò Isabella di Chiaramonte, nipote di Maria d’Enghien, e la storia si ripetè: questa volta la giovane andò a Napoli per sposare Ferrante, figlio naturale e successore del re Alfonso d’Aragona che riuscì a unificare tutto il Sud, Sicilia compresa, sotto il suo scettro. Ma il destino di Isabella fu meno triste di quello di sua nonna.

L’ASSEDIO DELLA REGINA GIOVANNA

Torniamo ai fatti d’arme: quasi due secoli dopo il primo assedio del 1255, la grande storia italiana passa di nuovo per il castello d’Oria. Nella notte del 28 agosto 1433 i soldati della regina di Napoli Giovanna II d’Angiò-Durazzo, comandati dal conte Jacopo Caldora, dal principe di Salerno e dal conte di Tricarico, invasero Oria che non aveva voluto arrendersi. Il figlio di Maria d’Enghien Giovanni Antonio Orsini, infatti, appoggiava più gli aragonesi che gli angioini.

La città subisce un saccheggio totale, violenze inaudite e un incendio. Le fiamme lambiscono le mura del castello, dentro al quale si sono rifugiati gli oritani. Inizia un altro assedio, che però questa volta finisce bene per Oria. Arriva infatti a liberarla l’Orsini, che sorprende alle spalle gli assedianti.

L’ASSEDIO SPAGNOLO

E arriviamo così al 1503, nell’epoca in cui l’Italia era diventata terra di conquista per Francia e Spagna. Il gran Capitano spagnolo Consalvo sconfisse i francesi D’Ambigny nella battaglia di Seminara (Reggio Calabria) e il duca di Nemours in quella di Cerignola (Foggia), diventando così padrone dell’intero regno di Napoli.

Ma nel castello d’Oria era rimasta un’ultima guarnigione francese. Allora ventimila soldati spagnoli dotati di ben venti cannoni (allora rarissimi, l’artiglieria era stata appena inventata) circondarono la città. I cannoni furono issati sul colle di San Basilio che si eleva di fronte al castello, e da lì partivano i colpi. L’assedio durò oltre un mese, con sanguinosi tentativi d’assalto.
I cittadini si erano trasformati in soldati, asserragliandosi come settant’anni prima nella fortezza, e compirono vari atti eroici.

Dopo averle provate tutte il comandante degli assedianti spagnoli Pedro De Pace ordinò di far scoppiare un mina. Ma l’imperizia degli artificieri fece sì che l’ordigno procurasse morti da entrambe le parti. Per tutto il mese d’agosto del 1503 l’assedio continuò, e alla fine si trovò una soluzione: i francesi furono liberi di uscire dal Castello, che venne consegnato agli spagnoli. La città dovette accettare il dominio spagnolo, ma in cambio gli abitanti non subirono angherie e ritorsioni.

Intanto Oria era stata separata dal principato di Taranto, ed era diventata capoluogo del marchesato che comprendeva anche Manduria e Francavilla Fontana.

DAL MARCHESE BONIFACIO A SAN CARLO BORROMEO

Nel Cinquecento il castello d’Oria ospitò un altro grande infelice: il marchese Gian Bernardino Bonifacio. Era un uomo dottissimo, ma entrò in urto con il vicerè e con l’arcivescovo di Oria perché usurpò diversi beni di privati. Lo accusavano di essere un individuo strano ed eretico, anche se tutti gli riconoscevano un gran carattere. Molti scrittori lo hanno descritto come un uomo pieno di vizi e nemico della Chiesa.

Così nel 1557 il marchese Bonifacio dovette andare in esilio volontario e abbandonare Oria. Amante della libertà e curioso di vedere il mondo, andò a Venezia e poi si spinse fino in Germania e Inghilterra. Morì a Danzica nel 1597 vecchio, cieco e poverissimo. Ancor oggi, visitando il castello, una porta alta e stretta in una delle stanze che guardano a Ovest ci mostra la dimora di quest’uomo singolare.

Intanto, nel 1562 il regno di Napoli conferì il principato d’Oria, assieme al titolo di principe, alla famiglia del cardinale milanese Carlo Borromeo. Il futuro San Carlo tenne il principato per cinque anni finché, non avendo altri mezzi per aiutare i poveri di Milano, lo vendette per 40 mila scudi che distribuì agli indigenti in un sol giorno.

Il quadro che raffigura la vendita del castello e dei possedimenti di Oria viene esposto assieme ad altri all’interno del Duomo di Milano ogni anno da ottobre a gennaio, in occasione delle festività di San Carlo (4 novembre), Sant’Ambrogio (7 dicembre), e di quelle natalizie.

Nel Seicento e Settecento il castello d’Oria andò parzialmente in rovina. Nel 1825 fu comprato dalle monache Benedettine, che ne occupano ancor oggi una parte. Nel 1866, con l’incameramento dei beni religiosi da parte dello Stato, il castello passò al Comune di Oria.

BENEVENTO

Negli stessi secoli, invece, in quel di Benevento la famiglia Carissimo si espande. Avevamo lasciato Giannantonio nel 1557 come governatore del tempio beneventano della Santissima Annunziata. Da lui nacquero due figli.
Il primo, Girolamo, dopo la laurea a Napoli nel 1575 divenne un eccellente avvocato e coprì importantissimi uffici nella città di Benevento. L’altro, Giuseppe, all’inizio del XVII secolo possedeva diversi feudi: Cirritello, Lucita, San Marco, Cocuozzolo, Gambarota e Staffili.

Morto Giuseppe senza eredi, tutti i possedimenti passarono a Girolamo e ai suoi tre figli: Bartolomeo, Antonio e Scipione. Ma questi dovettero sostenere un lungo e aspro conflitto con il patriziato beneventano sul valore e l’uso dei loro diritti nobiliari. Alla fine, nel febbraio 1619, una sentenza definitiva della Sacra Rota sotto il pontificato di Alessandro VIII li reintegrò fra i nobili di Benevento con il titolo di Patrizi.

Bartolomeo Carissimo si sposò con la baronessa Claudia del Tufo, ed ebbe cinque figli. Com’era usanza a quel tempo, le tre femmine non maritate si fecero suore. E una di loro, Beatrice, diventò badessa del monastero di San Vittorino. Il primogenito Giuseppe fu eletto consigliere comunale per il ceto patrizio nel 1671 e si distinse fra i migliori avvocati del foro napoletano.
Anche suo figlio Ferdinando, che sposò in successione due vedove, fu avvocato, ma a Roma presso la Sacra Rota. L’altro figlio Carlo, anch’egli consigliere comunale nel 1688 e nel 1695, fece costruire per la famiglia il magnifico palazzo Carissimo a Benevento, che ancora oggi è fra i più grandiosi edifici della città.

Lo zio Ottavio, invece, secondogenito di Bartolomeo, si diede alla guerra e combattè valorosamente per il re Filippo V, ma anche la sua unica figlia femmina Claudia finì nel convento di San Vittorino, dove successe alla zia come madre badessa.
Molte vocazioni, in quell’epoca, fra i Carissimo: Scipione, fratello di Claudia, coprì successivamente le cariche di canonico, primicerio e arciprete della Chiesa metropolitana di Benevento.

Il terzo figlio di Ottavio, Domenico, si diede invece alla vita pubblica. Diventò console di Benevento e nell’anno giubilare 1675 fece adornare di stucchi la porta Ruffina, la più frequentata della città perché è in direzione di Napoli, decorandola con le statue di San Bartolomeo e di altri santi protettori. Nel 1738 un altro Carissimo, Pietro, ricopre la carica di consigliere comunale.
Ma alla fine del Settecento suo nipote Gennaro decide di lasciare Benevento e di trasferirsi in provincia, a Foiano di Val Fortore, verso il confine con la Puglia.

FOIANO DI VAL FORTORE

Durante il tranquillo soggiorno nel suo feudo di Foiano, Gennaro si dedicò all’amministrazione degli interessi di famiglia, e ne fece prosperare il patrimonio. L’esempio paterno fu seguito con ottimi risultati anche dal figlio Nicola Antonio, che nacque a Benevento nel 1818 e morì a Foiano nel 1902.

Ma Nicola Antonio non si limitò alla cura dei propri affari privati: sotto il nuovo regno d’Italia occupò diverse cariche pubbliche. Per molti anni fu sindaco di Foiano, e più volte consigliere provinciale. Dalle sue nozze con Anna Saveria Magno nacquero ben nove figli. Fra questi il quintogenito Alessandro sposò nel 1881 la nobile Concetta Margarita di Francavilla Fontana.

Il terzogenito Gennaro nacque a Foiano nel 1846. Dopo il liceo classico si laureò in legge all’università di Napoli, e nel 1869 entrò in magistratura. Per dieci anni fece il giudice di Tribunale a Napoli, Bari, Firenze e Viterbo. Ma nel 1879, a soli 33 anni quindi, lasciò la carriera di magistrato dopo il matrimonio con Elena Martini, figlia del senatore Tommaso e della contessa Isabella Gattini di Matera.
E qui le due storie, quelle della famiglia Carissimo e del castello di Oria, si uniscono: Elena Martini, infatti, apparteneva a una delle famiglie più in vista della cittadina salentina.

I MARTINI CARISSIMO A ORIA

Gennaro Carissimo si impegnò nell’amministrazione del vasto patrimonio delle famiglie Carissimo e Martini. Nei suoi possedimenti sviluppò la coltivazione intensiva dell’ulivo e introdusse nuove colture, come il mandorlo e il pistacchio.
Per combattere la cronica penuria d’acqua fece installare una pompa alimentata da un motore a vento alto trenta metri: un’idea così ingegnosa e avveniristica che gli valse il Cavalierato del lavoro. Così riuscì a render fertile una zona fin ad allora abbandonata, al di là del santuario di San Cosimo presso Oria.

Seguendo le orme del suocero Tommaso Martini, nobile nominato senatore nel 1892, Gennaro Carissimo si dedicò alla vita pubblica diventando sindaco di Oria nel 1906 (riconfermato nel 1910) e vicepresidente della provincia di Terra d’Otranto (corrispondente alle attuali provincie di Brindisi, Taranto e Lecce).
Amministrò l’ospedale Martini, fondato a Oria dal suocero, e vi spese di tasca sua 40mila lire (circa mezzo miliardo ai valori attuali). Liberale, appoggiò a livello nazionale i governi di Giovanni Giolitti, finché nel 1913 il re Vittorio Emanuele III lo nominò senatore.

La sua vita privata, però, fu subito funestata da un gravissimo lutto: la morte nel 1884 della moglie Elena, che tre settimane prima aveva dato alla luce la figlia Maria Isabella. Due anni dopo Gennaro Carissimo si risposò con la sorella di Elena, Mariannina, e da essa ebbe altri quattro figli.

Intanto il castello d’Oria era stato acquistato nel 1825 da Elena Martini, zia del senatore Tommaso e badessa del monastero di San Benedetto. Ma con l’avvento dell’unità d’Italia e la soppressione delle corporazioni religiose, il castello divenne proprietà del comune di Oria.

Il primogenito maschio del senatore Carissimo, Giuseppe, nacque nel 1889. Dopo il liceo classico a Lecce e la laurea in Legge a Roma cambiò il proprio cognome in quello di Martini Carissimo, come aveva voluto il nonno materno nel suo testamento.

La famiglia Martini può vantare origini antiche quanto i Carissimo: nel 1020 infatti il capostipite, nobile capitano dell’esercito spagnolo, si stabilì a Brindisi. Nei secoli seguenti i Martini si trasferirono a Oria, dove per secoli godettero dei privilegi nobiliari. Fra i più insigni della famiglia si ricorda Giovan Carlo Martini (1717-1760), erudito arciprete di Oria, buon poeta e fecondo scrittore di versi in latino e in italiano.

LA RINASCITA DEL CASTELLO

Nel 1933 avviene la permuta fra il palazzo dei Martini Carissimo nel centro di Oria e il Castello svevo. In cambio di quello che ormai è un rudere, il municipio oritano ottiene la proprietà di un prezioso edificio, che adibisce a sua sede.

Fra le clausole del contratto, c’è quella che impegna l’avvocato Giuseppe Martini Carissimo a restaurare il Castello «come meglio crederà, dandone avviso alla Soprintendenza delle Antichità e Belle Arti». Martini Carissimo, inoltre, «farà visitare le torri nei giorni e nelle ore che egli stesso vorrà designare a quei cittadini e forestieri che vi si recheranno a scopo culturale e storico».

Il Castello svevo era completamente «diruto», e Giuseppe Martini Carissimo dovette impegnare ingenti fondi personali per ripristinarlo. Per ringraziarlo di quest’opera re Vittorio Emanuele gli concesse il titolo di conte di Castel d’Oria.

Così, dopo avere ospitato nel corso dei secoli gli Hohenstaufen i D’Angiò, gli Enghien, i Del Balzo Orsini, i D’Aragona, i Bonifacio, i Borromeo e gli Imperiali, il castello è passato alla famiglia Martini Carissimo. La storia della quale, come abbiamo visto, si è intrecciata con personaggi illustri quali l’imperatore Federico II e Leonardo da Vinci, Pico della Mirandola e san Carlo Borromeo.

Al conte Giuseppe Martini Carissimo va il merito di avere saputo tutelare il poderoso castello dal degrado, e di averne fatto un importante punto di riferimento culturale.
Dopo i restauri il castello e l’intera cittadina di Oria, con il suo Centro di documentazione sulla civiltà messapica (1000 a.C.), sono diventati mete di autorevoli studiosi e turisti provenienti da tutto il mondo.
Oltre alla suggestione del ricordo federiciano, infatti, per chi visita Oria e il suo castello si aggiunge la possibilità di una presa di contatto con importanti testimonianze di vita e di cultura che coprono l’arco di tre millenni di storia.

Mauro Suttora

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Tuesday, April 11, 2000

Alberto Mingardi

Il Foglio, 11 aprile 2000

di Mauro Suttora

Mandello Lario (Lecco). Qui, nel paese della Moto Guzzi, vive un piccolo mostro. Si chiama Alberto Mingardi. Un bel film di un regista svizzero, Alain Tanner, si intitolava «Jonas, che avrà vent’anni nel Duemila». Mingardi invece ha 18 anni, ma ha già scritto sette libri. Abita con il padre dentista e la mamma casalinga, ma è collegato costantemente con il mondo attraverso il computer. Anzi, no: ormai è obsoleto pure quello, adesso c’è il telefonino «wap», con Internet e la posta elettronica che arrivano direttamente sul display.

Si definisce «anarcocapitalista»: «Così metto assieme due parole brutte», gongola. Risultato: lo detestano sia gli anarchici, sia i capitalisti. I primi, perché gli anarchici in Italia sono prevalentemente collettivisti, si sentono di sinistra e piuttosto che far comunella con Mingardi e i suoi «maggiori» (i premi Nobel per l’economia Friedrich Von Hayek, Milton Friedman e James Buchanan) scappano a sognare la rivoluzione con gli autonomi dei centri sociali. I secondi, i capitalisti, lo detesterebbero se leggessero i suoi libretti: «Fragole di dinamite», «Anarchici senza bombe», «Copia pure» (contro i diritti d’autore), «Le ragioni del non voto», pubblicati dalla Stampa Alternativa di Marcello Baraghini.

Tutto è cominciato tre anni fa, quando il quindicenne Mingardi, studente del liceo classico Manzoni di Lecco, torna a casa e legge un editoriale di Sergio Ricossa sul Giornale che suo padre compra ogni giorno. Da allora si entusiasma per il liberismo, compra e legge parecchi libri (da Ludwig Von Mises a Murray Rothbard, da David Friedman - il figlio di Milton - a Bruno Leoni), oltre ovviamente a quelli del suo idolo Ricossa. Infine, conosce un singolare gruppo di libertari leghisti raccolti attorno a Leonardo Facco, giornalista della Padania ed editore in proprio a Treviglio (Bergamo).

La scorsa estate si fa mandare a Torino da Facco a intervistare Ricossa per conto del trimestrale «Enclave», rivista che propugna l’anarcocapitalismo. E lì scocca la scintilla. Alberto, emozionatissimo, pensa che il professore pensi: «Ma adesso mandano a intervistarmi anche i bambini?» Invece Ricossa non solo lo apprezza, ma dopo l’intervista accetta volentieri anche la proposta di pubblicare presso l’editore Facco una raccolta dei suoi articoli sul Giornale. Il libro è corredato da un saggio introduttivo di Mingardi e da una lunga intervista-dialogo fra i due, sotto il titolo «Da liberale a libertario, cronaca di una conversione».

Ma l’intraprendente ragazzo non si ferma qui. Dopo aver prefato Ricossa, si fa da lui prefare un proprio libro, «Estremisti della libertà»: una raccolta di interviste ai principali protagonisti del libertarismo internazionale, tutte raccolte esclusivamente via Internet dal «virtual boy» lariano. Così siamo a sei libri. E il settimo? «Si intitola ‘Fuga dallo Stato’ e uscirà, sempre per Facco editore, dopo l’estate», spiega Mingardi.

«Alberto è diventato il bastone della vecchiaia di Ricossa, assieme sono imbattibili», commenta Fabio Massimo Nicosia, proprietario della libreria Libertaria di corso di Porta Romana a Milano. Spiega l’economista torinese: «Oggi tutti si dichiarano liberali, perfino gli ex comunisti. Quindi, per marcare la differenza, io mi definisco libertario. Anche perché se si resta liberali si fa un buco nell’acqua: perfino il grande Luigi Einaudi ammise alla fine che le sue erano “prediche inutili”».

Giordano Bruno Guerri è un altro intellettuale conquistato dall’energia contagiosa di Albertino. A forza di ascoltarlo, durante le vacanze di Natale fa si è fatto trascinare da lui fino in Costa Rica, dove un gruppo di visionari statunitensi ha fondato «Laissez-faire City»: una città libertaria in cui, grazie a Internet, si sperimenta in concreto una vita senza tasse, senza leggi se non quelle del libero mercato fra individui adulti e consenzienti, e dove i ricchi americani trovano conveniente investire i propri capitali per ragioni fiscali.
Una specie di terra promessa tropico-equatoriale dell’utopia della scuola di Chicago friedmaniana, dopo gli esperimenti riusciti in Cile, quelli un po’ meno riusciti nell’Argentina di Carlos Menem (che cercò di privatizzare le strade), e gli approcci abortiti con il presidente peruviano Albert Fujimori. Ai libertari il Costa Rica sta simpatico, oltre che per il clima e le onde del Pacifico, anche perché è l’unico Paese al mondo senza esercito.

Ma, attenzione, questi disincantati anarchici di destra non sono pacifisti: «Crediamo nella difesa individuale, nel libero porto d’armi come negli Stati Uniti, e nelle milizie private». Che sostituiranno gli eserciti statali, come ai tempi dei mercenari lanzichenecchi? «Perché no? Ciascuna comunità potrà scegliere sul mercato fra varie agenzie di protezione cui appaltare la difesa interna ed esterna».

Un ulteriore incontro eccellente ha catapultato tre mesi fa Mingardi a Potsdam (Berlino), all’esclusivo congresso mondiale della Mont Pélerin Society, una specie di Trilaterale o Aspen dei liberisti, fondata da Von Hayek nel 1947 e composta da professori universitari, grandi industriali e ambasciatori. Agli incontri a porte chiuse di questo think tank si può accedere solo per invito, e per essere ammessi come soci bisogna avere partecipato a tre meeting. Gli unici membri italiani sono Ricossa, Antonio Martino e i professori Angelo Maria Petroni, Domenico da Empoli ed Enrico Colombato.

In questo caso il pigmalione di Mingardi è stato Martino, al quale la figlia Alberta, ingegnere a Milano e convinta libertaria pure lei, ha presentato il liceale prodigio. «Mingardi è un ragazzo straordinario», conferma Martino, «siamo in costante contatto tramite posta elettronica. Questa nuova generazione di libertari si sta moltiplicando rapidamente, e il fenomeno è ancora più significativo in quanto fino a pochi anni fa certi autori e le loro idee erano del tutto sconosciuti in Italia. Un grosso merito in questa opera di divulgazione ce l’ha Aldo Canovari, editore di Liberilibri, che ha tradotto in italiano i principali testi del libertarismo classico e contemporaneo».

Anche Canovari è un fan di Mingardi: «L’ho visto in azione a un convegno della destra qui a Macerata, ha pronunciato un intervento spiritoso e brillante che ha fatto rizzare i capelli al povero Marcello Veneziani. Il libertarismo di mercato è l’approdo ineluttabile del dibattito politico, e non solo a destra: c’è un interesse vivissimo pure a sinistra per le nostre idee, ho ristampato il libro di Bruno Leoni, e perfino il mattoncino da 350 pagine di Rothbard vende bene».

Rothbard è l’autore preferito, la bandiera sventolata più di ogni altra dai neolibertari italiani. Anche da Mingardi. Perché? «Perché è riuscito a fondere la grande tradizione della scuola economica austriaca di Mises e Hayek con l’individualismo americano». E qui in Italia, da che parte pendete? La Lega? «Non solo», precisa Mingardi: «Se proprio votiamo, possiamo farlo anche per Forza Italia o per la lista Bonino».

«Per un libertario non è incongruente essere contemporaneamente leghista, liberale o radicale», commenta il professor Massimiliano Finazzer Flory, animatore del Circolo culturale di via Marina a Milano (area Forza Italia), dove la scorsa settimana il professor Lorenzo Infantino della Luiss ha celebrato l’opera di Mises nel quadro di una serie di conferenze sul pensiero lib-lib-lib (liberale, liberista, libertario). Vota Bonino, per esempio, Marco Faraci, altro enfant prodige del libertarismo: pisano, 24 anni, laureando in Ingegneria elettronica, reaganian-thatcheriano sfegatato, è lui l’organizzatore del miglior sito italiano sull’argomento: «Capitalismo e libertà» (www.freeweb.org/politica/capitalismo).

Ottimo è anche un altro sito libertario: il «www.libertari.org» fondato da Mingardi, che ha spedito in America i 70 dollari per la registrazione, ma che non disdegna di imperversare su tutte le liste di discussione di area anarchica e radicale: «Però il miglior forum è il nostro», precisa, «non è moderato e volano gli insulti».
Instancabile poligrafo, quando gli abbiamo telefonato a Lecco Mingardi stava scrivendo un articolo sulle pensioni private per il Borghese di Vittorio Feltri. «È stato proprio a causa di un altro mio pezzo uscito sul Borghese, dal titolo “La pornografia renderà libera la donna”, che una mia fidanzata, turbatissima dopo la lettura, mi ha lasciato», scherza.

Vicedirettore della rivista Élites dello psichiatra napoletano Mauro Maltonato, redattore di Enclave, Albertino collabora anche con l’Opinione di Arturo Diaconale e ha distillato un saggio su Ayn Rand per l’ultimo numero dei Quaderni Radicali di Giuseppe Rippa. Non pago e poco pagato, trova anche il tempo di scrivere (in inglese) per il Laissez-faire City Times: «Che mi dà cento dollari ad articolo», esulta. Soldi che finiscono (subito) in libri americani ordinati via Internet, e nei viaggi: dopo Costa Rica e Berlino, nell’ultimo week-end Mingardi è corso a Lucca per un seminario sulla “scuola austriaca” organizzato dai professori Dario Antiseri e Raimondo Cubeddu.

E il liceo? Fra tre mesi c’è la maturità, nel primo quadrimestre Alberto ha avuto 8 in storia e 6 in filosofia («La mia prof è una comunista sfegatata, viene a scuola col Manifesto, ma ammetto che sopportarmi è difficilissimo: è la mia preferita»), e in italiano, greco e latino naviga sul 7. Università? «Sono indeciso fra economia e commercio e scienze politiche. Mi piacerebbe andare a Stanford, ma costa 60 milioni l’anno». Hobbies? «Faccio regate sul lago con l’Hobycat 16, un catamarano, suonavo il piano ma non ho più tempo, continuo ad ascoltare cantautori come De André e Vecchioni, mi piacciono perfino quelli di sinistra, e poi Wagner».

Nelle settimane scorse ha abbandonato la virtualità, è uscito dal suo computer e si è misurato per la prima volta con una vicenda politica concreta: la protesta di Moreno Simionato, un agricoltore di Domodossola che si è ribellato alle angherie burocratiche. Anche come organizzatore politico, assieme al suo amico Carlo Stagnaro, ha dato ottima prova di sè: è riuscito a coinvolgere parlamentari come Marco Taradash e Sandra Fei, il caso è stato quasi risolto. E così il tanto detestato Stato ha dovuto indietreggiare per la prima volta davanti ad Albertino Mingardi, che ha 18 anni nel Duemila. Non sarà l’ultima.

Mauro Suttora