Saturday, February 28, 1987

Vita da malato di Aids

Malati e società: che cosa succede a chi dichiara di essere contagiato dal virus più temuto del secolo, l'Aids

VITA DA UNTORE

Un giornalista dell'Europeo, Mauro Suttora, ha viaggiato una settimana per l'Italia fingendo di essere affetto dalla malattia. Cacciato dai ristoranti, dai bar e dagli alberghi, rifiutato dai dentisti, evitato dai taxisti, accolto quasi ovunque con diffidenza, ma a volte con insospettata solidarietà.
Ecco le reazioni della gente di fronte allo spettro dell'Aids

di Mauro Suttora
foto di Piero Raffaelli

Europeo, 28 febbraio 1987



"Portatore sano? No, no, allora niente. La camera non gliela posso dare".
 Lo sguardo del portiere si irrigidisce nello spazio di un secondo, appena udita quella parola.
 "Guardi che ho detto portatore sano, non malato di Aids . In ogni caso, non è contagioso..."
"Ci sono gli ospedali per queste persone".
"Ma l'ho solamente voluta avvertire per correttezza , perche' possiate adottare alcune minime precauzioni di pulizia".
"Io un portatore sano non lo prendo".
 Dall'altra parte del bancone, nella morbida e lussuosa sala della reception foderata di legno, c'è una persona che in un baleno è riuscita a prendere una decisione gravissima e irreversibile. Neanche l' ombra di un dubbio, di un' incertezza.
"Allora mi faccia parlare con il direttore".
"Il direttore adesso non c'è".

Lo guardo negli occhi: ecco, si è volontariamente arruolato in un suo immaginario esercito, costituito lì per lì, sul momento: quello dei difensori delle persone sane contro gli appestati dell'Aids .
"Niente camera, allora?"
"No. Se volete una camera, portatemi un certificato di buona salute".
Non teme che dalla sua bocca possano uscire sciocchezze come questa, vuole soltanto che io e il mio amico untore ce ne andiamo il più presto possibile.
"Ma avete ricevuto delle istruzioni?".
"Mi dispiace".
Non parla più. Forse si è accorto dell'arbitrarietà della scelta presa, ma questo non fa che incaponirlo ulteriormente. Nessuna marcia indietro gli è più possibile. Buonasera.

Non siamo in un alberghetto di provincia. Siamo al Ciga Diana Majestic, nel centro di Milano, la città più europea d'Italia e quindi anche la più colpita dall'Aids. Hotel di lusso, a Porta Venezia: qui dormono ogni sera, a 141mila lire per notte, star del cinema e della musica internazionale, industriali, professionisti, businessmen americani e tedeschi, giapponesi e brasiliani. E quello che abbiamo riportato è il testo letterale del dialogo con il receptionist che era di turno lunedì 9 febbraio alle quattro del pomeriggio.

Eravamo entrati in due, io sorreggevo un amico e l'ho fatto accomodare su un divano della hall. Poi sono andato al banco e ho chiesto se erano disponibili due camere singole per una notte.
"Certo, signore".
"Le avete sullo stesso piano, vicine?".
"Vediamo... sì, sono una accanto all'altra".
"Molto bene. Volevo pero' avvertirla che c' e' un piccolo problema: il mio amico e' portatore sano di Aids".
E a questo punto e' scattato il rifiuto totale, immotivato.

All'hotel Diana Majestic di Milano, che ci ha rifiutati
Ho girato per una settimana nelle tre principali citta' d'Italia, Milano, Roma e Napoli, simulando da solo o con altri la condizione di malato di Aids o di sieropositivo. Ho avuto l'assistenza di Luca Lindner dell'agenzia Tbwa (la stessa che in Gran Bretagna conduce per conto del governo la campagna di informazione sull' Aids) che ha progettato e contribuito a realizzare il servizio, con l'aiuto di alcuni attori (i quali pero' non hanno influenzato le reazioni dei nostri ignari interlocutori). Il fotografo dell'Europeo Piero Raffaelli ci ha seguiti e ha documentato le situazioni da "candid camera" che abbiamo creato.

Non avevamo nessuna tesi da dimostrare, né alcun criterio statistico da rispettare. Abbiamo semplicemente voluto fare un viaggio per scoprire a quali problemi pratici può andare incontro oggi, in Italia, un malato di Aids o anche semplicemente un sieropositivo dichiarato, che voglia condurre una vita normale. Abbiamo raccolto i commenti e le reazioni spontanee della gente.

Diciamo subito che non abbiamo mai incontrato cattiveria ma soltanto, a volte, ignoranza, diffidenza o indifferenza. Nessuno ha gridato "All' untore!". Anzi , spesso abbiamo trovato solidarieta'.
Sara' bene, pero', che anche le associazioni degli albergatori e dei ristoratori, cosi' come hanno gia' provveduto a fare quelle dei dentisti o dei barbieri, diano indicazioni precise per l' accoglienza ai colpiti dall'Aids. I quali , se lo vogliono , avranno pure il diritto di viaggiare e di trovare un posto per dormire e mangiare.

Certo, forse finora il problema concreto non si è mai posto. Ma l'Aids colpira' 1200 cittadini italiani entro la fine di quest' anno, e diecimila da qui al 1990. E poi ci sono i portatori sani , che in quanto a contagiosita' sono equivalenti ai malati , e che gia' adesso sono 150 mila in Italia. Apartheid anche per loro? Solo qualche precauzione?
Quello che bisogna evitare, in ogni caso, è il loro silenzio rispetto alla propria condizione di potenziali diffusori della malattia . E invece abbiamo constatato che spesso a questi sfortunati conviene tenere la bocca chiusa.



Milano, lunedì 9 e martedì 10 febbraio

Tenere la bocca chiusa: me l'ha consigliato anche quel tassista che mi aveva imbarcato assai malvolentieri sulla sua auto gialla in piazzale Loreto a Milano la sera di lunedì. Vari tentativi prima erano andati a vuoto. Io e un amico ci avvicinavamo a un parcheggio di taxi, lui chiedeva di farmi salire da solo e di pagarmi la corsa . Prima che aprissi la porta per sedermi, pero', aggiungeva la fatidica frase: "Per onestà la devo avvertire che è malato di Aids. Comunque non c'e' pericolo di contagio".
Per tre volte abbiamo ricevuto un rifiuto. E questo significa anche perdere la possibilita' di salire su un qualsiasi altro taxi che aspetta in fila dietro al primo. Infatti il sospetto vola in un attimo, e non c'è affatto bisogno che sia Aids: da molti anni ormai sono gli eroinomani le bestie nere dei tassisti di ogni città.

Allora abbiamo cambiato tattica, attuando un approccio più deciso: il mio amico ha fornito l'avvertimento Aids soltanto dopo che mi ero già sistemato nel sedile posteriore. A quel punto , anche per il tassista meno desideroso di trasformarsi in ambulanza era quasi impossibile dire di no , riaprire la porta e farmi scendere . Cosi' , borbottata qualche protesta ("Non è per me, è per quelli che si siederanno lì dopo"), il tassista di piazzale Loreto è partito.

Piove , scivoliamo fra le luci dei negozi che stanno chiudendo . Ai semafori il silenzio carico di sospetto che ci separa si fa ancora piu' pesante. Dopo cinque minuti gli parlo: "Senta, stia tranquillo, non c'è nessun pericolo..."
"Io non so niente, non voglio sapere niente".
Passa un altro minuto, lunghissimo, di silenzio. Poi e' lui a rivolgermi la parola : "È malato da molto?".
"L'ho saputo qualche settimana fa. Adesso, per me e' solo questione di mesi. Ho smesso di studiare , ma cerco di vivere normalmente".
"L'ha preso da una donna di strada?"
"No".
"Stia tranquillo. Vedrà che fra poco troveranno un vaccino, e lei sicuramente si salverà. Pero', per adesso, le posso dare un consiglio? Non dica niente a nessuno. Prenda tutte le precauzioni necessarie per se' e per gli altri , ma non dica che ha l'Aids . Cosi', almeno , avra' la vita tranquilla . Io , per esempio , all' inizio mi ero spaventato. Non volevo caricarla, sa ? Insomma , se io fossi in lei me ne starei zitto".

Forse ha ragione. Un esempio? Le camere d'albergo: a Milano non è cosi' semplice trovarle disponibili per un malato di Aids. Curiosamente, abbiamo scoperto che la situazione in questo campo varia molto da zona a zona . In via Napo Torriani , per esempio , la strada vicino alla stazione Centrale zeppa di hotel di buon livello, non ci sono molti problemi.
Su sei tentativi , soltanto il direttore dell'Augustus ci ha risposto di no. Il portiere del San Carlo, albergo a tre stelle , si e' salvato in corner rimettendo la decisione al direttore , che pero' in quel momento era assente. Nell'hotel Bernina un si' condito da un certo fastidio : "Queste cose non le deve dire a me".

La mattina di martedì entriamo in un altro hotel di prima categoria vicino alla stazione Centrale: lo Splendido di viale Andrea Doria. All'avvertimento sull'Aids il portiere abbassa gli occhi e scompare: va ad avvisare il direttore in una stanza dietro. Il conciliabolo è lunghissimo. Dopo cinque minuti buoni il sospirato verdetto: "Sì, per una notte abbiamo posto. Con molti sforzi".
All' hotel Virgilio in via Giovanni da Palestrina, una nota ironica che frusta l'amico del malato : " Non abbiamo singole, pero' posso offrirvi una doppia. Per noi non c'e' alcun problema , semmai per lei", e sorrisetto ammiccante.

Niente da fare, invece, a Porta Venezia . Anche l' hotel accanto al Diana , il Promessi Sposi , ci dice di no . Con molta gentilezza , pero' , e spingendo sul tasto del " non ci metta in difficolta " . " Sa , siamo un albergo piccolo , solo 28 camere , e non abbiamo molte cameriere . . . Comunque la ringrazio per la sua correttezza " Se avessimo insistito , povera cameriera : quante volte le avrebbero fatto disinfestare letto , camera e bagno ?

Un'altra zona nera per i malati di Aids a Milano e' quella di via Broletto: sia l'hotel Centro ( " non e' per lei , ma per gli altri clienti"), sia lo Star in via dei Bossi ("mi mette in imbarazzo") ci mandano via: non li impietosisce neanche il nostro " ma e' il quarto albergo che non ci accetta".

Curiosa situazione, invece, in via San Raffaele, una piccola traversa di piazza Duomo: il Casa Svizzera pretende un improbabile permesso che dovrebbe rilasciare l'ufficio di igiene ; dieci metri piu' in la' , invece, al Grand Hotel Duomo (4 stelle) non ci sono problemi.

Passiamo da piazza Repubblica per controllare meglio la situazione nei Ciga hotels dopo l'inopinato rifiuto del Diana. Al Palace il receptionist va a consultarsi con il direttore. Mentre aspettiamo nella hall entra, bellissima nel suo montgomery rosso. Romina Power reduce da Sanremo . Il direttore le fa i complimenti per il risultato del festival. "Speravamo di piu", sorride lei . Dopodiché, il portiere ci annuncia via libera : al Palace l' Aids non e' tabu' . Nell' altro Ciga di fronte , il Principe , il si' da parte del portiere e' immediato . E ci mancherebbe altro , per 250 mila lire a notte. Che questi Ciga ci abbiano trattato meglio del Diana anche perché oggi siamo vestiti meglio, con loden e cravatta?

E ora di pranzo: trasferiamoci in zona Magenta. Qui , nessun problema per mangiare da Strippoli , cucina pugliese in via Boccaccio , dai Tre Fratelli in via Terraggio e da Enzo in via Nirone . Una cameriera invece ci caccia subito dal ristorante Metro Due in via Terraggio , mentre nella stessa via il proprietario dell' osteria Carbonella ci propone un compromesso per evitare l' uso delle posate : " Che ne dite di un bel panino?"

Ma le scene più singolari a Milano accadono nei bar. È una vera e propria strage di bicchieri. In un bar di piazza San Babila il cameriere, all' avvertimento della "spalla" sulla mia situazione, dopo che sono uscito prende con un fazzoletto di carta il bicchiere di vetro dove avevo bevuto un po' d' acqua, e lo getta nella pattumiera. Ma, di fronte ad alcuni clienti che domandano cosa sia successo, silenzio assoluto.

Nel bar della stazione del metro' di Palestro ci sediamo su un tavolino . L' unica cliente al banco , una signora di mezza eta' , fa una smorfia quando sente l' avvertimento di lavare bene il bicchiere perche' ho l'Aids. "Sono stato troppo buono: gli ho dato un bicchiere d' acqua, e lui adesso si e' anche seduto", mormora il giovane cassiere . Quando ce ne andiamo , inizia la commedia : nel bidone della spazzatura , oltre al bicchiere, finiscono anche il portacenere che era sul tavolino e la tovaglia che lo ricopriva : " Prendila dai bordi sotto", ordina allarmatissima la padrona al cameriere . Al bar della stazione Pagano , invece , un cameriere meridionale si rifiuta di credere all' Aids: "Ma no, avra' solo dei disturbi: e' tutta una 'pissicosi'".



Scendiamo nelle carrozze del metrò , e simuliamo malori da Aids. Non è facile: le facce livide e inespressive dei passeggeri si confondono con la mia . Insomma, ci vogliono proprio dei crolli plateali per attirare un po' d'attenzione. E anche allora, la maggioranza della gente pensa che io sia un eroinomane. Quando invece il mio amico diffonde, con discrezione, la notizia che ho l'Aids, non si verifica alcun fuggi fuggi. Anzi, sono numerose le persone (soprattutto donne giovani) che si informano, mi domandano se sto meglio, mi tastano il polso, mi aiutano a scendere.

Alla stazione Loreto un medico mi fa distendere sulla panchina, mi slaccia la cintura dei pantaloni , mi visita sommariamente . Un ragazzo, prima di uscire alla stazione Udine, mi sorride, mi tocca con la mano e mi dice: "Coraggio". Sono piccole cose, ma assai confortanti. E poi, ci sono i curiosi che ne vorrebbero sapere di più, ma che se ne stanno zitti perché temono di essere indiscreti. Sull'affollatissimo tram 1, invece, da piazza della Scala alla stazione Centrale , non abbiamo raccolto alcuna reazione se non l'indifferenza più totale.



Martedì mattina andiamo anche ai grandi magazzini Coin in piazza Loreto. Entro in un camerino a provare una giacca, poi sto per svenire e il mio amico chiede e ottiene subito una sedia e un po' d'acqua. Che arriva in un bicchiere di carta, ancora prima che lui possa pronunciare la parola Aids. Una giovane cassiera si dimostra assai preoccupata ; un commesso va a ritirare nel camerino due ometti di plastica che avevo usato; alla fine , rifiutata un'ambulanza, ci avviamo all'uscita circondati da sei-sette commesse premurosissime.

Costernazione anche al Nuova Idea di Milano, la "discoteca gay più grande d'Europa", dove accuso un malore la sera di sabato 14 febbraio. È San Valentino: una marea di coppie di omosessuali maturi volteggia nella sala del liscio, mentre nella discoteca rock è Tecla, una bellissima ed enorme transessuale bionda fasciata in un vestito di velluto rosso, a dare spettacolo.
Non c'è traffico nei gabinetti : sono molto piu' tranquilli di quelli di altre discoteche milanesi. "Ma non portarlo qui, che si prende l'Aids due volte", è il filosofico consiglio rivolto al mio accompagnatore mentre usciamo dal locale.

E mangiare al Savini, il ristorante più famoso di Milano? "Ci crea un bel pasticcio", risponde il direttore , anche perche' sono le tredici e lui e' tutto indaffarato ad accogliere le schiere di assessori comunali habitues ai tavoli delle sale interne.

Dopo questo mezzo no proviamo al Biffi, sempre in galleria . Una gentile cameriera di mezza eta' , dopo un consulto di ben sette minuti con il direttore dietro a una tenda , esce fuori allargando le braccia e ci dice : " Va bene , prenderemo le dovute precauzioni : un pasto non si puo' rifiutare a nessuno . Se ci avvertivate in anticipo . . . " . Piu' sbrigativo il responsabile della pizzeria Calafuria dietro al Duomo : " Il suo amico ha l' Aids ? Non ce ne frega proprio niente . Per me , qui puo' mangiare benissimo " .


Roma, mercoledì 11 febbraio 2006

Chiamiamo il padrone del ristorante di Trastevere e gli diciamo sottovoce: "Guardi che uno di quei due ragazzi che sono entrati adesso ha l'Aids. Lo conosciamo bene". Lui si volta a guardarli , poi si rivolta e ci domanda: "E allora?". "Secondo noi non dovrebbero mangiare in un locale pubblico. Per lo meno, a noi dà molto fastidio. Anzi, ci meravigliamo che lui non vi abbia già avvertito della sua situazione".

Detto fatto: il padrone chiama sua moglie, la quale si avvicina subito al tavolo da noi incriminato (dove si erano seduti due nostri attori), e annuncia: "Mi dispiace, ma era già prenotato".
Loro si guardano attorno : non restano altri tavoli liberi. Protestano: "Ma come , un minuto fa ci avete fatto accomodare , e adesso improvvisamente ci mandate via?".
"Mi dispiace , ma era già prenotato", ripete inflessibile la signora. I due se ne vanno minacciando ad alta voce di chiamare la polizia e di tornare dopo un' ora, per vedere se è libero qualche altro tavolo. Il padrone si allarma, e finché non arrivano altri clienti piazza sull'unico tavolo rimasto libero un suo amico.

Intanto, nella piccola sala del ristorante tutti commentano l'accaduto . " La signora ha fatto bene , ognuno e' padrone a casa sua".
"Ma scherzi ?", gli risponde un amico, "questo è un locale pubblico, non si può discriminare nessuno". La padrona si avvicina preoccupata al nostro tavolo: "Ma voi lo conoscevate veramente qual ragazzo? Ho fatto bene a mandarlo via?".
"Signora, la ringraziamo: secondo noi era pericoloso per tutti".
Siamo in tre, e vestiti bene: probabilmente il nostro aspetto ha fatto premio sui diritti dei due "untori" e sull' obiettiva assurdità della nostra richiesta di apartheid. Verso la fine della cena un distinto signore seduto in numerosa compagnia a un altro tavolo si avvicina e mi domanda : "Scusi , e' stato lei a far cacciare quei due ragazzi?".
"Sì" .
"Ma cos'avevano?".
"L'Aids".
"E allora? Lei cos'e'? Un giudice? Un medico? In base a che cosa li ritiene pericolosi?".
"Secondo me c'è pericolo di contagio".
"Sa cosa le dico ? Lei è un razzista , un nazista: dovrebbe andare a vivere in Sud Africa".



A Trastevere, oltre a questo ristorante, ce ne sono altri che hanno preferito declinare preventivamente , di fronte a una nostra esplicita richiesta, l'ospitalità ad ammalati di Aids o a portatori sani: l' Hostaria La Canonica, per esempio, e il ristorante Da Gino.
Disponibili, invece, la Tana de noantri, l'osteria der Belli e la Cencia. Ma, in generale, in tutta Roma abbiamo notato piu' indifferenza e ignoranza rispetto all' Aids che a Milano . Certo , anche qui la reazione, nei bar, nei ristoranti, negli alberghi e sui mezzi pubblici, e' quella di incredulita' di fronte all'improvviso concretizzarsi di un pericolo evocato insistentemente da giornali e tv, ma mai toccato con mano.

C'è però anche molto scetticismo: "Ma che fai ? Ma va' a mori' ammazzato", è stato il commento di un cliente quando il cameriere del bar Bibo in via di Ripetta ha buttato via con la punta delle dita il bicchiere di vetro nel quale avevo bevuto, prendendolo delicatamente con un fazzoletto. "A me sta venendo paura", gli ha risposto il cameriere.

In un bar di via della Scrofa, dopo che sono uscito , il cameriere commenta : "Mah, è tempo di Carnevale... E poi , se avesse avuto veramente l'Aids mi avrebbe chiesto subito un bicchiere di carta". "Ma che , con l'Aids gli viene sete ?", scherza un cliente. In un bar di via Tomacelli il cameriere non butta il bicchiere: "Tanto l'Aids cosi' non s'attacca. Comunque ha fatto bene a dirmelo. Poi disinfetto tutto, poveraccio".

Fingo di sentirmi male all'Alemagna di via del Corso, di fronte a palazzo Chigi, verso mezzogiorno di mercoledì. Sono di fronte al bancone, un cameriere mi porta una sedia, poi litiga con un collega che mi vuole mettere in un angolo: "E fallo respirare, no? Se lo nascondi li' dietro, non c'è aria". All'annuncio dell' Aids si crea un piccolo panico fra i camerieri , che avevano gia' messo assieme agli altri il bicchiere dove avevo bevuto.
Alcune ragazze che hanno sentito la parola Aids diventano molto inquiete: "Cia' l'Aids? Madonna, poverino. Ma chi l'ha detto?". "No, no, s'e' sentito male de stomaco", le tranquillizza un cameriere. Una giovane signora mi tasta a lungo il polso, propone di portarmi all' ospedale San Giacomo, poi vede che mi riprendo e mi domanda dove abito.

Non ci sono grossi problemi , nel centro di Roma , per trovare una stanza di albergo . L' hotel Internazionale in via Sistina , il Pincio in via Capo delle Case , il Torre Argentina in corso Vittorio e l'hotel Siena dicono di si' . Molta esitazione all' hotel Accademia vicino alla Fontana di Trevi : " Non so cosa dirvi , non mi e' mai capitato " . Assai preoccupato e scrupoloso il gestore del Concordia , fra via del Tritone e piazza di Spagna : " Non so , lasciatemi telefonare all' associazione . Cosa faccio poi con le lenzuola , devo buttarle ? Non so proprio , e' la prima volta che mi succede . Si' , certo , lo so che non si contagia cosi' . . . " . All' hotel Fontana , in piazza di Trevi , tentano di propormi un " affare " . " Ha questo problema ? Allora vada nell' altro nostro albergo , qui dietro , il Trevi . Cosi' risparmia pure : qui una stanza costa 86 mila lire , li' solo 38 mila , perche' stanno facendo dei lavori . . . " . Gia' , ma chi l ' ha mai detto che i malati di Aids vogliono spendere poco ?

Scendo nella metropolitana , direzione Cinecitta' . Due o tre persone mi si fanno intorno quando " mi sento male " . Un ragazzo commenta con il mio amico : " Vi aiuterei , ma scendo prima . Certo che la campagna del ministero della Sanita' piu' che informazione fa terrorismo " . Piano piano scendono tutti . Al capolinea di Anagnina nel vagone sono rimasto solo.

Ristorante a Roma
Grande tempestività e abilità al ristorante Delfino, in largo di Torre Argentina. Quando , finito il pranzo, mi accascio al suolo, accorre subito il responsabile del locale e diversi camerieri mi aiutano. La coppia che era seduta vicino a me si defila rapidamente. Il direttore dice subito ai suoi: "Niente paura , il contagio avviene soltanto attraverso sangue e sperma. Ci siamo già informati all' ufficio di igiene". Un cameriere al cuoco: "Hai visto che fanno bene a fargli i controlli?". Arriva uno straccio d'aceto sotto il naso, poi un cognacchino con zucchero in un bicchiere di carta. Mi rimetto in piedi , ringraziamo e andiamo via.

Prendiamo l'autobus 64, quello che collega San Pietro alla stazione Termini. È affollatissimo, ma il nostro test raccoglie l'indifferenza piu' totale.


Napoli, giovedì 12 febbraio 2006

"Sieropositivo? E che è?". La padrona della pensione Vittorio Veneto, vicino alla stazione Centrale, domanda lumi alla giovane e bellissima figlia che le sta accanto dietro al bancone. Lei ci sorride, e le dice che non c'è problema: "È l' Aids , mamma". La madre taglia corto: "Va bene, la camera ve la do. Tanto qui si dorme da soli".

A Napoli e in un grande magazzino


All'hotel D'Anna, invece, il portiere abbassa gli occhi e non ci guarda piu' in faccia: "Aids? No , no, non sono d' accordo. Trovate una sistemazione migliore".
"In un albergo... meglio evitare", è la risposta all' hotel Ideal , due stelle . Porte chiuse anche al Coral , all' Odeon , all' Holiday e al Nuovo Rebecchino . All'Eden mi supplicano: "Non ci mettete nei guai , gia' siamo senza lavoro. Andate in un albergo grande, che gli orchi non li tocca nessuno... Invece noi abbiamo un sacco di controlli , siamo un cagnolino piccolo", dicono, rafforzando il concetto con un gesto scurrile.

Seguiamo il consiglio e ci presentiamo all'hotel Terminus, prima categoria. Faccio accomodare il mio amico finto malato sul divano della hall , vado dal portiere e gli espongo il problema . La prima spontanea reazione e' burocratica : " Ma avete un certificato ? " . Poi lui va su dal direttore al primo piano . Dopo qualche minuto scende : " Il direttore vi vuole parlare". Gentilissimo , il direttore mi riceve nel suo ufficio e mi dice : " Conosciamo perfettamente il problema , sappiamo che il contagio avviene solo attraverso contatti di sangue e sperma . L' unica cosa di cui vi prego e' di non parlarne con il personale dell' albergo . Insomma , non lo dite in giro . . . ".

Anche in un altro grande albergo, il Palace, ci accolgono e, anzi , il portiere si impietosisce per la nostra perplessità di fronte al prezzo troppo alto (e' la scusa che usiamo per andarcene quando ci dicono di si) , e sta quasi per proporci uno sconto. Disponibilita' anche al Vesuvio (di fronte al Castel Dell' Ovo) e al Cristal. Al Cristal il commento e': "Aids ? Uh , terribile . . . Ma per noi , basta che pagate " .
In giro , pero' , c' e' molta ignoranza: " Malato di Aids ? No , mi dispiace , non vi posso prendere " .
" Ma non e' contagioso".
"Si' , ma se e' malato magari e' pure portatore sano . . . " .

Ignoranza comprensibile, d' altronde : se Roma finora ha la meta' dei malati di Milano , Napoli ne ha la meta' della meta' : una trentina in tutto . Alla Rinascente di via Toledo accuso un malore , la mia " spalla " diffonde in giro l' avvertimento che ho l' Aids . Incredulita' fra gli astanti , una signora mi porta un bicchiere di plastica con dell' acqua .

Andiamo a mangiare al ristorante Bergantino, vicino a piazza Bovio. Anche qui , come a Roma , quando entrano due ragazzi (i nostri amici attori) facciamo una scenata e diciamo al cameriere che uno di loro e' malato di Aids . Soltanto che qui la reazione, molto professionale, e' opposta a quella di Trastevere.



Il cameriere si mostra preparatissimo, ci rassicura, esclude che ci possa essere un qualsiasi pericolo di contagio, ci spiega che le posate vengono in ogni caso sterilizzate perché lavate con l'acqua bollente: "Direttive dell'ufficio di igiene non ce ne sono, comunque siamo assolutamente sicuri della nostra pulizia". Intanto il responsabile del locale , di fronte alle nostre minacce di abbandonare il ristorante ("o noi o loro") va a confortare il malato: "Se se ne vogliono andare, se ne vadano loro". E alla fine del pranzo invitano i due ragazzi a non andarsene via cosi' presto, a restare ancora un po', che per loro non c'è alcun problema.

Torniamo a Milano di notte, in cuccetta di seconda classe. Il treno è pienissimo, tutti uomini. La mia cuccetta, numero 83, è la mediana. L'amico avverte l inserviente, che non fa una piega: "Nessun problema, le lenzuola sono di carta, poi le buttiamo".
Silenzio assoluto per l'intero viaggio da parte degli altri quattro compagni di scompartimento, che pure avevano sentito il dialogo con l'inserviente. Solo uno di loro ha domandato al controllore se c'era una cuccetta libera da qualche altra parte. Risposta negativa: e allora anche lui, come tutti gli altri, ha mantenuto un aplomb e un'indifferenza quasi svizzeri.

Mauro Suttora

questa inchiesta ha vinto il premio Motta di giornalismo, 1988

Cuccetta Napoli-Milano

Saturday, February 21, 1987

Talamone e le armi per l'Iran


Guerra del golfo: chi rifornisce gli arsenali di Iran e Irak

C'ERA UNA VOLTA UN PERFIDO NAVIGLIO

L'incredibile storia della Sarah Jane. Il prezioso carico dell'Angelica. L'indirizzo dell'ufficio acquisti iraniano che tutti fingono di non conoscere. E undici Tir scoperti per caso a scaricare ordigni bellici nel porto di Talamone

di Mauro Suttora

Europeo, 21 febbraio 1987

Povero capitano Thomas Screech. Sulla sua nave, la Sarah Jane, aveva caricato nel 1982 a Setubal, in Portogallo, duemila detonatori per bombe. Provenienza della cassa, stampigliata con il marchio della dogana statunitense: Long Island, New York. Destinazione: Iran. Arrivato nel porto iraniano di Bandar Abbas , fa salire a bordo dei soldati per scaricare la merce. Ma loro, appena vedono sulla cassa l' odiato simbolo degli Stati Uniti , cominciano a prenderla a calci e a sputarci sopra. " Guardate che le vostre bombe non possono esplodere senza questi detonatori" , li avverte il capitano Screech . Niente da fare : un colonnello dell' esercito iraniano gli dice che i soldati si rifiutano di scaricare , e alla fine gli ordina di lasciare il porto con il carico .

Nella tappa successiva , a Dubai , i doganieri trovano i detonatori nella stiva e arrestano il capitano per importazione illegale di armi . Un telex inviato a New York produce la seguente risposta : " La societa' speditrice declina ogni responsabilita' sul carico " . Dopo cinque mesi di prigione a Dubai , il capitano Screech e' costretto a svendere la sua nave per pagare una multa di 80 milioni di lire .

Ma il caso di questo sfortunato capitano inglese e' un' eccezione . In realta' le importazioni d' armi dell'Iran, nonostante tutti i blocchi e gli embarghi solennemente decretati dai paesi della Nato e da altri paesi occidentali, rappresentano da anni un grosso affare per molte persone. E non c'e' voluto certo l' Irangate perche' i khomeinisti riuscissero a mettere le mani sulle sofisticate armi americane e sui pezzi di ricambio di cui hanno bisogno : fin dalla caduta dello scia', nel 1979, l' Iran non ha mai smesso di approvvigionarsi sul mercato bellico occidentale , con mezzi piu' o meno legali e piu' o meno clandestini .

A Londra , al numero 4 di Victoria street, c'e' addirittura un ufficio apposito, con una cinquantina di addetti iraniani, che non tanto segretamente conduce trattative con mercanti e industrie d' armi di tutto il mondo. E anche con i governi di nazioni che mai , ufficialmente , confesserebbero di vendere armi all' Iran. Sulla targa del portone c' e' scritto National Iranian Oil Co., ma la vera funzione dell'ufficio e' quella di centro logistico di supporto per le forze armate iraniane . Secondo lo spionaggio americano , qui verrebbero acquistate ogni anno dai tre ai quattro miliardi di dollari di armi , ovunque sia possibile : lo scorso luglio , per esempio , il Vietnam ha venduto all' Iran , per 400 milioni di dollari , 80 carri armati M 48 e duecento autoblindo M 113 che gli Stati Uniti abbandonarono quando fuggirono dal Vietnam nel 1975 .

Esempio tipico il Portogallo. Fino a quando Lisbona non e' stata citata dal bollettino ufficioso dei traffici, nessuno sospettava che il porto lusitano fosse cosi' attivo nelle spedizioni di merci "proibite". Una delle ultime , per esempio , risale al dicembre 1986 e questa volta " incriminato " e' il porto di Setubal: Angelica , un cargo panamense , ha preso il largo per il porto iraniano di Bandar Abbas con 1500 tonnellate di armi a bordo per un valore di oltre 13 milioni di dollari.

Queste spedizioni , che non appaiono del tutto illegali , hanno cambiato di 180 gradi la politica che nel 1980 il socialdemocratico Sa' Carneiro aveva fatto approvare : blocco assoluto di spedizioni di armi per l' Iran . E fino al 1983 l' Irak e' stato il cliente privilegiato del Portogallo . Bagdad riceveva tra il 50 e il 75 per cento di tutte le spedizioni di armi lusitane , per un valore intorno ai 40 milioni di dollari . Da allora pero' Mario Soares , attuale presidente della Repubblica , ha cambiato bruscamente politica .

Difficolta' economiche irakene , pressioni iraniane . Da allora Teheran diventa il primo cliente per le armi portoghesi : 67 milioni di dollari nel 1985 , poco meno l' anno successivo . L' attivita' di quella che probabilmente e' la piu' grossa rete di commercianti d' armi privati nella storia presenta pero' aspetti inquietanti . Che dire , per esempio , dei motori dei carri armati Chieftain che il ministero della Difesa inglese ha spedito due anni fa a Khomeini in casse con su scritto " parti di veicolo " ? " L' embargo non e' stato violato perche' i motori non fanno parte dei sistemi letali dei veicoli , e perche' erano stati ordinati nel 1979 , prima che Khomeini prendesse il potere " , e' stata l' imbarazzata e tartufesca risposta del governo britannico alle documentate accuse degli antikhomeinisti .

Un altro "articolo" che appare ogni mese nella "lista della spesa" dell' ufficio dell'Iran a Londra e' un proiettile d' artiglieria da 155 millimetri , quello che poi i pasdaran lanciano sull' Irak e sulla citta' di Bassora : ne comprano 150 mila per volta , al prezzo di 40 milioni di dollari. "E materiale che proviene necessariamente da un paese della Nato", rivela un commerciante d'armi. "È impossibile che simili quantita' di materiale vengano spedite senza il coinvolgimento dei governi, o per lo meno senza la loro acquiescenza".

Naturalmente le armi non passano fisicamente da Londra : gli ordini partono per telex a intermediari stranieri , i quali si incaricano di contattare broker marittimi , e questi ultimi a volte caricano sulla stessa nave armi sia per l' Irak che per l' Iran . Quasi sempre le armi vengono spedite a punti d' imbarco intermedi con falsi " certificati di destinazione finale " per dimostrare che l' acquirente e' uno Stato non belligerante , al di sopra di ogni sospetto. Come il Portogallo, per esempio .

I porti d'imbarco piu' utilizzati in Europa sono Santander in Spagna, Cherbourg in Francia, Zeebrugge in Belgio e Talamone in Italia. Solo tre settimane fa , il 22 gennaio 1987 , undici Tir zeppi di cariche di lancio fabbricate dall' azienda " La Precisa " di Teano (Caserta) e regolarmente scortati da polizia e carabinieri hanno rifornito la nave portoghese Mare I diretta a Lisbona . La cosa si e' risaputa solo perche' , in prossimita' del porto toscano , un Tir ha frenato di colpo a un passaggio a livello , uccidendo i due passeggeri di una Mercedes che sopraggiungeva e che e' finita sotto il rimorchio .

Gran parte dei traffici d' armi verso l' Iran sono in mano agli armatori danesi , che hanno una lunga esperienza in questo campo : sono almeno 40 i cargo della Danimarca che continuano a rifornire , anche dopo l' Irangate , sia l' Irak che l' Iran . Anche l' Irak , infatti , si avvale di una rete di trafficanti d' armi privati . Ma e' l' Iran ad aver compiuto la sforzo piu' grosso in Europa occidentale e negli Stati Uniti , perche' gran parte del suo arsenale consiste di aerei , elicotteri , missili , carri e radar comprati in Occidente dallo scia' negli anni Settanta .

All'inizio i tentativi degli emissari di Khomeini di mantenere il flusso dei rifornimenti di armi furono disastrosi. A volte per ottenere un pezzo di ricambio dovevano pagare un prezzo 500 volte piu' alto. Behnam Nodjoumi, per esempio, un espatriato iraniano, firmo' un contratto per la vendita di 8 mila missili anticarro Tow made in Usa (che aveva gia' decretato l'embargo dopo il sequestro degli ostaggi di Teheran nel 1980). Allora l'Iran pagava il 10 per cento del prezzo solo dopo un'ispezione della merce da parte dei propri ufficiali. Tre colonnelli iraniani mandati in Belgio per il controllo furono rapiti , assieme a due diplomatici iraniani e a un banchiere a Londra.

Fortunatamente per l' Iran, Scotland Yard scopri' la colossale truffa poche ore prima del pagamento su un conto svizzero. Nodjoumi e' finito in prigione, condannato a dieci anni . Un altro espatriato iraniano e' riuscito a far rubare da impiegati civili della marina Usa alcuni pezzi di ricambio dell' aereo F 14 Tomcat , per un valore totale di mezzo milione di dollari.

Negli ultimi tre anni, comunque, gli affari per l' Iran sono filati piu' lisci . Ormai il centro di Londra, quando deve ordinare ricambi americani, utilizza addirittura gli stessi numeri di codice computerizzati dell' aeronautica statunitense. Molti dei mediatori privati, poi, sono in realta' agenti dei governi occidentali, o dei loro servizi segreti . L'israeliano Yaacov Nimrodi, per esempio, uno dei tre faccendieri internazionali (gli altri due sono Adnan Kashoggi e Manucher Gorbanifar) implicati nell' Irangate : il suo appartamento di Londra e' vicinissimo all' ambasciata dell' Iran , e secondo gli antikhomeinisti ha fornito armi a Teheran, con il pieno appoggio del governo di Israele, fin dal 1980.
Mauro Suttora

Saturday, February 07, 1987

Paul Simon in concerto a Milano

E ADESSO AI RAZZISTI GLIELE SUONO IO

Europeo, 7 febbraio 1987

Musica rock: passa dal Sud Africa l' ultimo successo di Paul Simon

Ha registrato nel ghetto di Soweto . Invece di Garfunkel ha voluto al suo fianco venti musicisti neri . Eppure e' gia' in cima alle classifiche dell' America reaganiana . E ora sbarca in Italia in tournee.

di Mauro Suttora

A 45 anni e' riuscito a piazzare una poderosa zampata , a farsi largo fra i sette milioni di copie vendute da Whitney Houston e i tre milioni dell' ultimo disco di Madonna : Paul Simon , raffinatissimo cantautore ebreo newyorkese , e' ritornato da quattro mesi ai primi posti delle classifiche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna . Il suo ellepi' 'Graceland' sta veleggiando verso i due milioni di copie vendute in tutto il mondo ; in Italia per ora sono 25mila , ma dopo l' apparizione al festival di Sanremo il 6 febbraio e il concerto di Milano il 7 e' prevedibile un boom anche da noi .

Osannato dall' unanimita' dei critici d' America e d' Europa ( " E una finestra sul cuore , richiede da parte dell' ascoltatore un alto livello di sofisticazione " , ha decretato Time) , si pensava che Graceland facesse la fine degli altri rari dischi (due negli ultimi dieci anni) distillati da Simon dopo la separazione , nel 1970 , da Art Garfunkel , suo compagno sia di vita che d' arte : musica intellettuale per pochi intenditori .

E invece no : il cocktail fra la dolce malinconia dell' ex " Mister alienation " degli anni Sessanta e il virulento rock dei venti musicisti sudafricani che accompagnano Simon nel disco , nonche' nell' attuale tournee , si e ' rivelato esplosivo , e ha affascinato anche le schiere di teenager nelle cui mani riposa il destino commerciale di ogni prodotto discografico . Graceland e' stato acclamato dalla critica di due continenti ( " Un prodigio di suoni e di sensazioni " ; " Il piu' bel trip musicale degli anni Ottanta " : tanto per stare ai titoli dei maggiori quotidiani inglesi e americani) . E quel che piu' conta , gia' da mesi staziona nelle parti alte delle classifiche di vendita di mezzo mondo .

Gran tempista , Paul Simon . Il suo disco e' arrivato al momento giusto , nel pieno della moda per la musica africana e sudafricana in particolare . " Stewart Copeland , il batterista dei Police , aveva realizzato un disco in Africa gia' due anni fa , ma passo' completamente inosservato " , ricorda Alessandro Robecchi , critico musicale dell' Unita . Invece adesso la campagna per le sanzioni al Sud Africa e' assai popolare fra i giovani inglesi e americani , e si e' avvalsa di Sun City , disco collettivo di protesta contro il razzismo , organizzato da Little Steven , ex chitarrista di Bruce Springsteen . In ottobre , poi , e' arrivato Tutu , l' ultimo lavoro di Miles Davis dedicato al vescovo sudafricano .

Graceland non contiene nulla di politico tranne il video Homeless , un coro senza strumenti dove Simon e un gruppo vocale nero cantano , evocando l' apartheid : " Siamo senza casa ci sono molti morti stanotte potrebbe toccare a te " . Il messaggio antirazzista pero' e' implicito , e sta nel modo stesso in cui il disco e' nato . Simon si e' recato a registrare per un mese in Sud Africa con un complesso del ghetto nero di Soweto , poi ha procurato i passaporti al bassista , al chitarrista e al batterista per completare le incisioni a New York . " Cosi' loro hanno subito lo stesso shock culturale che io avevo sperimentato a Johannesburg : per esempio , si meravigliavano di poter circolare liberamente senza dover passare ogni sera per un controllo dalla polizia di Manhattan " , racconta Simon .

Paul Simon e' sempre stato un eclettico . In Bridge over troubled water (1970) , oltre a una bossa nova (So long , Frank Lloyd Wright , omaggio al grande architetto morto da poco) , era contenuta la famosa El condor pasa , con accompagnamento dei peruviani Los Incas . " Avevo ascoltato la melodia a Parigi durante un loro concerto . Ho aggiunto le parole e loro ci hanno permesso di utilizzare la base musicale " , ricorda Simon . Un anno dopo , nel suo primo album solo , il cantautore se ne va in Giamaica a registrare Mother and child reunion con un gruppo reggae , anticipando il successo di Bob Marley in America ed Europa .

Con lui collabora spesso il percussionista argentino Airto Moreira , e in Hearts and bones (1983) fa un' apparizione anche il chitarrista jazz Al Di Meola . In quello stesso disco e' contenuto un pezzo scritto e arrangiato da Philip Glass , musicista dell' avanguardia sperimentale .
In Graceland c' e' una canzone (That was your mother) registrata non in Sud Africa ma in Louisiana (dove Simon era gia' andato nel 1973 per l' ellepi' There goes rhymin' Simon) , assieme al complesso Good Rockin' Dopsie and the Twisters : e' incredibile come il suono della fisarmonica suonata dal signor Dopsie risulti uguale a quello di uno strumento simile utilizzato in un altro pezzo (The boy in the bubble) dal sudafricano Forere Motloheloa .

" Questo non mi sorprende affatto " , spiega l' etnomusicologo Michele Straniero , " perche' regioni apparentemente lontanissime ma i negri della Louisiana provengono comunque dall' Africa presentano spesso sorprendenti analogie nell' ispirazione musicale e anche negli strumenti . Basti pensare , nella famiglia degli aerofoni , alla somiglianza fra le cornamuse scozzesi e le zampogne ciociare " .

A Simon non dispiace spiegare fino all' estremo dettaglio come nasce la propria musica . A New York ha perfino tenuto alcune lezioni universitarie di " songwriting " . Le parole ? " In genere , quando compongo una melodia , mi fermo sulle prime che mi vengono in mente . Musicalmente mi piacciono molto le vocali ' ' u' ' e ' ' a' ' , le consonanti ' ' t' ' e ' ' k' ' , le parole che iniziano con ' ' g' ' e ' ' l' ' . Da questo flusso di coscienza nasce una frase , e attorno ad essa costruisco la canzone . L' ideale e' quando parole e musica vengono fuori simultaneamente : questo e' stato il caso dell' inizio di The boxer ( " I am just a poor boy . . . " ) o della frase " Like a bridge over troubled water I will lay me down " .

Non tutto e' pero' cosi' casuale o manierista nella poetica di Simon (che era la mente del duo con Garfunkel , il quale si limitava all' arrangiamento e al canto , con quella sua incredibile voce simile a un organo musicale) . La qualifica di " cantante piu' intelligente del rock americano " Simon se l' e' meritata ampiamente grazie a canzoni come Sound of silence , dove descrive l' alienazione : " Gente che parla senza dire gente che ascolta senza sentire . . . " ) , I am a rock , in cui affronta la solitudine ( " . . . Ho i miei libri e le mie poesie che mi proteggono/ Corazzato nella mia armatura, nascosto nella mia stanza, sicuro dentro di me, non tocco nessuno e nessuno mi tocca/ sono una pietra sono un' isola . . . " ) , o come Kathy' s song , canzone per l' amore lontano ( " La mia mente e' distratta/ i miei pensieri sono a molte miglia da qui/ giacciono con te mentre dormi/ ti baciano quando inizia il giorno " ) .

Chi ha visto il film 'Il laureato' non si scordera' facilmente la prima scena di Dustin Hoffman sulla scala mobile dell' aeroporto , accompagnato dalle note di Sound of silence , o la fuga finale sull' Alfa Romeo rossa con l' amata rubata in extremis al promesso sposo , e con la musica entusiasmante di Mrs . Robinson .

Nei concerti assieme a Simon non ci sara' Garfunkel : dopo la " reunion " del 1981 , che ha prodotto un vendutissimo disco " live " , le loro strade si sono separate di nuovo . Ma ormai Simon & Garfunkel sono entrati nel ristretto novero dei classici : la loro musica cesellata piace a tutti , nonni e bambini . Niente muscoli , niente sudore alla Bruce Springsteen : nei concerti di Paul Simon a farla da padrone sara' il lucido ritmo , calcolato al millimetro , di un cervello piu' europeo che americano .

Mauro Suttora